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  • Raiuno, Cleopatra e il governo Amato: la diretta mancata del 28 giugno 1992

    Raiuno, Cleopatra e il governo Amato: la diretta mancata del 28 giugno 1992

    Il TG1 aveva preparato un collegamento straordinario dal Quirinale. Quando Giuliano Amato si presentò per leggere la lista dei ministri, però, Raiuno lasciò proseguire il film. Su Raitre il TG3 rimase invece in onda e trasmise l’annuncio in diretta.

    Domenica 28 giugno 1992 Giuliano Amato era al Quirinale per completare la formazione del suo primo governo. Nel pomeriggio avrebbe reso noti i nomi dei ministri; alle 18 era previsto il giuramento del nuovo esecutivo davanti al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.1

    Per la televisione era uno di quegli appuntamenti che richiedevano elasticità. L’orario dell’annuncio dipendeva dalla conclusione dell’incontro al Quirinale e i telegiornali dovevano essere pronti a inserirsi nel normale palinsesto.

    Quel pomeriggio, però, le due reti Rai coinvolte reagirono in maniera molto diversa.

    Raiuno passa dal TG1 al film

    Il TG1 delle 13.30 aveva avvertito i telespettatori che sarebbe seguito più tardi un collegamento straordinario con il Quirinale. Terminata l’edizione, Raiuno proseguì con la programmazione prevista e alle 14.15 avviò la messa in onda di Antonio e Cleopatra, il film diretto e interpretato da Charlton Heston.

    Su Raitre la situazione era differente. Alle 14.10 era cominciata l’edizione pomeridiana del TG3; alle 14.25 era in palinsesto il film Number One, mentre più avanti nel pomeriggio era prevista la diretta del Campionato italiano di ciclismo.2

    Quella differenza di pochi minuti nell’organizzazione dei due palinsesti sarebbe diventata decisiva.

    Poco dopo le 14, dal Quirinale arrivò il momento atteso. Alla redazione del TG1 era stato comunicato che Amato non sarebbe uscito dall’incontro con Scalfaro prima di quell’ora. Il caporedattore di turno chiese quindi la linea per un’eventuale edizione straordinaria.

    Alle 14.25 Amato era pronto a leggere la lista dei ministri.

    Il TG1, però, non tornò in onda.

    Le immagini provenienti dal Quirinale erano disponibili e i giornalisti potevano seguirle sui monitor interni. Dalla redazione continuarono le richieste per ottenere la linea, ma Raiuno non interruppe Antonio e Cleopatra. Contemporaneamente Raitre fece la scelta opposta: il TG3 delle 14.10 venne prolungato e la lettura della lista dei ministri fu trasmessa in diretta, facendo slittare il programma successivo.3

    Fotogramma di Raitre del 28 giugno 1992 durante la lettura della lista dei ministri al Quirinale, con il logo RAITRE visibile in basso a destra.
    Raitre durante la lettura della lista dei ministri del nuovo governo, 28 giugno 1992.

    Per alcuni minuti si produsse così una situazione singolare: su Raitre gli spettatori potevano assistere in diretta alla nascita del nuovo governo; su Raiuno continuava il film iniziato poco prima.

    Perché Antonio e Cleopatra continuò?

    Non c’era stato un guasto né mancava il collegamento con il Quirinale. La questione riguardava la decisione di interrompere o meno la programmazione della prima rete.

    La vicenda esplose già nelle ore successive. Il Comitato di redazione del TG1 protestò per non avere potuto realizzare l’edizione straordinaria e indicò come motivazione opposta alla richiesta l’«inopportunità di interrompere l’ennesima replica» di Antonio e Cleopatra.

    La stampa colse immediatamente il paradosso televisivo. Il Corriere della Sera titolò «Per la Rai meglio Cleopatra di Amato»; La Stampa scelse «Cleopatra batte Giuliano», precisando nel sottotitolo che al TG1 era stata negata la diretta dal Quirinale.

    Anche il direttore generale della Rai Gianni Pasquarelli prese le distanze dalla scelta, dando ragione alla protesta della redazione. Il responsabile del coordinamento televisivo Giovanni Salvi sostenne invece di avere autorizzato una «finestra» nel palinsesto, che non sarebbe stata correttamente recepita nella successiva catena decisionale.4

    Quando ormai la lettura dei ministri era terminata, venne prospettata al TG1 la possibilità di recuperare la notizia con un’edizione straordinaria in differita. La redazione decise di non farlo: trasmettere successivamente come straordinario ciò che Raitre aveva già mostrato in diretta avrebbe avuto ormai un significato televisivo molto diverso.

    La polemica, quindi, non riguardava semplicemente la mancata trasmissione di una notizia. Il TG1 era pronto, il segnale era disponibile e la diretta era stata richiesta. Ciò che non avvenne fu il passaggio decisivo: sospendere il programma in onda su Raiuno e restituire lo schermo all’informazione.

    Un problema già emerso dopo Capaci

    L’episodio arrivava appena cinque settimane dopo un’altra controversia che aveva coinvolto la Rai sul rapporto fra informazione e programmazione.

    La sera del 23 maggio 1992, dopo la strage di Capaci, all’interno dell’azienda erano sorte forti polemiche sulla gestione delle dirette straordinarie e sulla possibilità per i telegiornali di modificare i palinsesti delle reti. Nei giorni successivi il problema del coordinamento fra testate giornalistiche e programmazione era diventato oggetto di un confronto pubblico e interno alla Rai.5

    I due avvenimenti erano naturalmente molto diversi. Ma sul piano televisivo ponevano una questione comune: fino a che punto una redazione giornalistica poteva intervenire sul palinsesto quando una notizia richiedeva una diretta non prevista?

    Il 28 giugno il problema si presentò in una forma particolarmente evidente perché, questa volta, il confronto poteva essere osservato contemporaneamente su due canali della stessa azienda.

    La stessa notizia, due scelte diverse

    Raitre si trovava nella situazione più semplice: quando Amato apparve davanti alle telecamere il TG3 era già in onda. Bastò prolungare l’edizione delle 14.10 e rinviare l’inizio di Number One.

    Per Raiuno sarebbe stato necessario compiere un gesto televisivamente più netto: interrompere un film iniziato appena dieci minuti prima, aprire una finestra informativa e poi decidere come riprendere il programma.

    Fu proprio quel passaggio a non avvenire.

    Ed è questo, più della curiosità rappresentata dalla presenza di Antonio e Cleopatra, a rendere significativo l’episodio. Nello stesso momento la Rai disponeva della medesima notizia e delle medesime immagini, ma le due reti la trattarono in maniera diversa: una modificò immediatamente il palinsesto, l’altra mantenne la programmazione prevista.

    La vicenda rende visibile un aspetto della televisione dei primi anni Novanta che normalmente rimaneva dietro le quinte. Una diretta straordinaria non dipendeva soltanto dal lavoro del telegiornale o dalla disponibilità tecnica del collegamento: entravano in gioco anche la rete, il coordinamento della programmazione e la decisione di sacrificare ciò che in quel momento era già sullo schermo.

    Quel pomeriggio del 28 giugno 1992 il TG3 rimase sulla notizia. Il TG1, pur essendo pronto a entrarvi, dovette aspettare mentre su Raiuno proseguiva Antonio e Cleopatra.

    1. Presidenza della Repubblica, Diario storico, 28 giugno 1992, formazione e giuramento del I Governo Amato. Il Diario registra l’udienza di Amato per la proposta dei ministri e il giuramento delle ore 18. ↩︎
    2. Redazione, palinsesti televisivi di domenica 28 giugno 1992, La Stampa, 28 giugno 1992, p. 25. ↩︎
    3. Silvia Fumarola, “Il Tg snobbato da Raiuno”, la Repubblica, 30 giugno 1992, p. 33. ↩︎
    4. Redazione, “Protestano al Tg1. «Per la Rai meglio Cleopatra di Amato»”, Corriere della Sera, 29 giugno 1992; Mario Tortello, “Cleopatra batte Giuliano. Negata al Tg1 la diretta dal Quirinale”, La Stampa, 29 giugno 1992, p. 2. ↩︎
    5. Silvia Garambois, “La Rai «copre» la strage con il varietà. Polemiche per la decisione di non mandare in onda le dirette”, l’Unità, 25 maggio 1992, p. 9; Antonio Zollo, “Il «tradimento» di viale Mazzini. E la Fininvest dà una lezione al servizio pubblico”, l’Unità, 26 maggio 1992, p. 12. ↩︎
  • Il 23 maggio 1992 in TV: Capaci, i Tg e “Scommettiamo che…?”

    Il 23 maggio 1992 in TV: Capaci, i Tg e “Scommettiamo che…?”

    Mentre l’informazione cercava spazio nei palinsesti, Raiuno decise di mandare ugualmente in onda il varietà di Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci, interrompendolo soltanto per pochi minuti con un’edizione straordinaria del Tg1. La scelta provocò una polemica che coinvolse conduttori, giornalisti e vertici aziendali e mise in discussione la capacità della televisione pubblica di reagire a un’emergenza improvvisa.

    Alle 17.58 di sabato 23 maggio 1992 l’esplosione sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, interrompe un normale pomeriggio televisivo. Nelle ore successive arriva la conferma della morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

    La televisione deve inseguire una notizia che cambia rapidamente mentre si avvicina la fascia più importante del palinsesto: la prima serata. E proprio il rapporto tra l’emergenza e un palinsesto già costruito diventerà uno dei temi centrali della vicenda.

    Mariolina Sattanino conduce il Tg3 delle 19 su Raitre il 23 maggio 1992 durante gli aggiornamenti sulla strage di Capaci.
    Mariolina Sattanino conduce su Raitre il Tg3 delle 19 del 23 maggio 1992, con i primi aggiornamenti sulla strage di Capaci.

    Un sabato sera già scritto

    La programmazione pubblicata quella mattina non aveva naturalmente nulla di eccezionale. Alle 20.40 Raiuno avrebbe trasmesso l’ultima puntata stagionale di Scommettiamo che…?, il grande varietà condotto da Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci. Era uno dei programmi forti della rete, arrivato alla serata conclusiva dopo una stagione da circa otto milioni e mezzo di telespettatori medi. Tra gli ospiti annunciati figuravano Alain Delon, Monica Bellucci, Catherine Spaak, Gianni Morandi e Stefano Tacconi.

    Su Raidue, alle 20.30, era previsto il film Sorveglianza mortale; su Raitre, alle 20.45, In nome di Dio di John Ford. Canale 5 annunciava alle 20.40 La Corrida di Corrado, mentre Italia 1 avrebbe proposto Flash.1

    Era la normale offerta di un sabato di fine maggio. Il problema, da quel momento, diventava capire quanto quella griglia fosse ancora compatibile con ciò che stava accadendo.

    La notizia cerca spazio

    Nelle redazioni giornalistiche Rai l’attività aumenta rapidamente. Le edizioni ordinarie vengono integrate dagli aggiornamenti e dalle prime finestre straordinarie. Nella ricostruzione fornita successivamente dalla Rai al Parlamento, i servizi dedicati all’attentato vengono fatti risalire alle 20.24 sul Tg2 e alle 21.34 sul Tg1; altri spazi informativi seguiranno durante la serata.2

    Ma non nasce una vera diretta unificata e continuativa.

    È questo uno degli aspetti televisivamente più interessanti di quel 23 maggio: non manca l’informazione, ma manca inizialmente una gestione complessiva dell’emergenza capace di liberare stabilmente una rete dal palinsesto ordinario. Alessandro Curzi, direttore del Tg3, racconterà che la sua redazione aveva chiesto ripetutamente maggiore spazio, ottenendo soltanto brevi edizioni straordinarie. Anche il Tg1 era pronto ad ampliare la copertura.

    Michele Cucuzza nello studio di Pegaso su Raidue durante lo speciale del Tg2 dedicato alla strage di Capaci del 23 maggio 1992.
    Michele Cucuzza conduce su Raidue lo speciale del Tg2 Pegaso dedicato alla strage di Capaci, nella serata del 23 maggio 1992.

    Nel frattempo, però, arriva l’ora della prima serata.

    Alle 20.40 comincia Scommettiamo che…?

    Raiuno sceglie di mantenere l’appuntamento previsto.

    Alle 20.40 si apre dunque Scommettiamo che…?. Frizzi introduce la trasmissione con parole segnate da quanto è appena accaduto e il programma cerca di attenuare il consueto clima festoso. Ma la struttura rimane inevitabilmente quella del varietà: ospiti, prove, scommesse, applausi, spettacolo.

    È proprio questo contrasto a rendere la serata difficile da gestire. Un programma costruito interamente sul gioco e sull’intrattenimento si trova improvvisamente inserito tra le immagini e le notizie di uno degli avvenimenti più gravi della cronaca italiana.

    Poco più tardi arriva l’interruzione.

    Poco dopo le 21.30, Raiuno interrompe Scommettiamo che…? per una breve edizione straordinaria del Tg1, condotta da Angela Buttiglione, della durata di circa quattro minuti. Vengono trasmesse le immagini arrivate da Palermo: l’autostrada devastata dall’esplosione, il grande cratere sull’asfalto, le automobili coinvolte e l’intervento dei soccorritori. Dopo l’aggiornamento, la linea torna al varietà.

    Angela Buttiglione conduce l’edizione straordinaria del Tg1 del 23 maggio 1992 su Raiuno, con una fotografia di Giovanni Falcone sullo schermo.
    Angela Buttiglione conduce su Raiuno l’edizione straordinaria del Tg1 trasmessa durante Scommettiamo che…?, con un’immagine di Giovanni Falcone sullo schermo.

    L’intervento dura pochissimo. Restituendo la linea, la conduttrice spiega che «per mancanza di tempo» non è possibile trasmettere anche un’intervista realizzata a Palermo con un testimone oculare e rimanda al successivo appuntamento con Linea Notte, in programma al termine dello spettacolo.

    Poi torna Scommettiamo che…?.

    La brevità dell’intervento e il rapido ritorno al varietà finirono per concentrare proprio su quel passaggio gran parte delle polemiche delle ore successive.

    Dieci milioni davanti all’edizione straordinaria

    Anche i dati d’ascolto aiutano a comprendere il peso assunto dall’informazione.

    Il Tg1 delle 20 era stato seguito da circa 7 milioni e 120 mila telespettatori, con il 40 per cento di share. Il Tg2 delle 19.45 aveva raccolto circa 2 milioni e 860 mila spettatori, il Tg3 2 milioni e 550 mila, mentre il Tg5 delle 20 era arrivato a circa 4 milioni e 396 mila.

    Quando Raiuno interrompe Scommettiamo che…? per l’edizione straordinaria, davanti al Tg1 ci sono invece 10 milioni e 530 mila telespettatori, con il 43 per cento di share. Anche l’edizione notturna del Tg1 supererà i sei milioni di spettatori.3

    Non è necessario trasformare questi numeri in un giudizio sulle scelte di programmazione. Il dato mostra però con immediatezza quanto forte fosse, in quelle ore, l’attenzione del pubblico verso gli aggiornamenti provenienti da Palermo.

    Raidue e Raitre allargano l’informazione

    La Rai, del resto, non reagisce ovunque nello stesso modo.

    Su Raidue trova spazio uno speciale di Pegaso del Tg2. Il programma non figurava nel palinsesto pubblicato quella mattina, ma nasce nell’emergenza e viene fatto cominciare prima dell’orario inizialmente stabilito. La rubrica dura 63 minuti ed è condotta da Michele Cucuzza, con collegamenti con Palermo e con Alberto La Volpe e Arturo Gismondi in studio.4

    Anche Raitre amplia progressivamente la copertura. Le richieste del Tg3 di aprire una lunga diretta non vengono inizialmente accolte, ma la redazione giornalistica ottiene nel corso della serata delle finestre straordinarie; più tardi il Tg3 delle 22.30 supera ampiamente i tempi programmati e prosegue «a oltranza».

    A un certo punto i direttori delle tre testate giornalistiche Rai finiscono per coordinarsi direttamente tra loro, cercando di distribuire gli aggiornamenti sulle diverse reti. È un elemento importante perché mostra che il vero problema non era l’assenza delle redazioni o la mancanza di notizie: era soprattutto il rapporto tra informazione, reti e coordinamento del palinsesto.5

    La stessa spiegazione fornita mesi dopo dalla Rai al Parlamento avrebbe utilizzato una formula particolarmente significativa: il palinsesto predisposto «non poteva essere alterato».6

    Eppure, proprio quella sera, Raidue e Raitre dimostrarono che almeno una certa elasticità era possibile.

    Canale 5: la Corrida salta, ma non per Capaci

    Anche le reti Fininvest aprono spazi di informazione straordinaria.

    Il Tg5 torna in onda nel corso della serata con un’edizione dedicata alla strage, mentre su Italia 1 anche Studio Aperto realizza una edizione straordinaria. Le immagini dell’autostrada vengono mostrate mentre Emilio Fede commenta in diretta uno scenario ormai chiaramente identificato come quello dell’attentato mortale a Falcone.7

    Il caso di Canale 5 richiede però una precisazione importante.

    Alle 20.40 era in palinsesto La Corrida. Il programma non va effettivamente in onda, ma la cancellazione non è conseguenza della strage di Capaci. Una protesta sindacale organizzata a Cinecittà impedisce l’ingresso del pubblico nello studio e rende impossibile realizzare la diretta. Al posto della trasmissione viene programmato il film …altrimenti ci arrabbiamo!.8

    La coincidenza finisce per produrre una situazione televisiva particolare: mentre Raiuno deve decidere se interrompere o meno il proprio varietà, Canale 5 si ritrova già priva dello spettacolo previsto per ragioni completamente indipendenti dall’attentato.

    Non sarebbe quindi corretto trasformare il confronto in una semplice opposizione tra una Rai che mantiene l’intrattenimento e una Fininvest che lo cancella per lasciare spazio alle notizie. Le reazioni furono più articolate: Tg5 e Studio Aperto aprirono finestre straordinarie, ma anche sulle reti commerciali la programmazione ordinaria non scomparve completamente.

    Frizzi, il Tg1 e le responsabilità interne

    La polemica esplode il giorno successivo.

    Frizzi, arrivato a Milazzo per il Premio Regia Televisiva, non difende la scelta. Racconta di avere condotto la trasmissione «con il magone» e pronuncia la frase che resterà maggiormente legata a quella serata: «Mi sono vergognato». Spiega che la decisione di andare comunque in onda non era stata sua e che, a suo giudizio, sarebbe stato preferibile non trasmettere il programma.9

    Fabrizio Frizzi durante l’apertura di Scommettiamo che...? su Raiuno il 23 maggio 1992, mentre parla della strage di Capaci.
    Fabrizio Frizzi in apertura di Scommettiamo che…? del 23 maggio 1992, mentre richiama la strage di Capaci prima dell’inizio del varietà.

    Anche all’interno della redazione del Tg1 il dissenso è netto. Il comitato di redazione dà atto al direttore Bruno Vespa di essersi attivato con insistenza per ottenere più spazio e contesta la scelta di lasciare aperta soltanto una breve finestra informativa. L’Usigrai interviene a sua volta duramente.

    Il caso, tuttavia, si complica quando dalla rete arrivano versioni diverse.

    Il direttore di Raiuno Carlo Fuscagni precisa che Frizzi non aveva formalmente chiesto né al responsabile del programma Michele Maffucci né a Michele Guardì di cancellare la puntata. Guardì sostiene inoltre che Scommettiamo che…? si fosse reso disponibile a ospitare ulteriori edizioni straordinarie del Tg1 qualora la testata avesse nuovamente richiesto la linea.10

    Le diverse ricostruzioni spostano così la discussione sulle responsabilità interne, ma non modificano il dato televisivo centrale: Raiuno mantenne il varietà e lo spazio riservato all’informazione si limitò a una breve interruzione.

    È proprio questa scelta, più che il comportamento personale del conduttore, a diventare il centro del caso.

    Un problema di palinsesto, prima ancora che di programmi

    Nei giorni successivi la vicenda supera rapidamente Scommettiamo che…?.

    Il presidente della Rai Walter Pedullà riconosce che la risposta della televisione pubblica non era stata adeguata alla situazione. Nel consiglio di amministrazione parla di una Rai non sufficientemente «in sintonia con il Paese» e la mancata modifica della programmazione del sabato sera viene riconosciuta come un errore.

    Il problema che emerge non riguarda quindi soltanto un varietà. Riguarda la capacità di un sistema televisivo organizzato attorno a reti, programmi e orari molto definiti di reagire quando un avvenimento imprevisto rende improvvisamente insufficiente la normale successione del palinsesto.

    Il caso di Capaci si inserisce così nel dibattito già aperto sull’informazione Rai e contribuisce ad accelerarlo. Nei giorni successivi vengono discusse formule che prevedono una distribuzione più continua delle notizie nell’arco della giornata, una maggiore agilità dei telegiornali e la possibilità di organizzare rapidamente appuntamenti straordinari davanti alle grandi emergenze.11

    Non si tratta di attribuire a quella singola sera una trasformazione complessiva della televisione italiana. Ma il 23 maggio rese visibile un problema che fino ad allora poteva rimanere nascosto nella normale organizzazione delle reti: in una grande emergenza, chi decide quando il palinsesto deve fermarsi?

    Il significato televisivo del 23 maggio

    A distanza di tempo, la particolarità televisiva di quella sera non sta semplicemente nel fatto che Scommettiamo che…? andò ugualmente in onda.

    Sta nel contrasto tra due televisioni che convivevano nello stesso sistema.

    Da una parte c’era la televisione del palinsesto, costruita con settimane di anticipo attorno agli appuntamenti fissi, ai grandi spettacoli del sabato, ai film e alla competizione per gli ascolti. Dall’altra c’era la televisione dell’immediatezza, che davanti a un evento improvviso aveva bisogno di interrompere, collegarsi, aggiornare continuamente e restare aperta alla notizia.

    Il 23 maggio 1992 queste due logiche si sovrapposero senza trovare immediatamente un equilibrio.

    Su Raiuno il pubblico passò, nel giro di pochi minuti, dalle scommesse e dagli ospiti di un varietà alle immagini dell’autostrada squarciata, per poi tornare nuovamente allo spettacolo. Su Raidue Pegaso occupò uno spazio più ampio; su Raitre il Tg3 prolungò la propria presenza; Tg5 e Studio Aperto realizzarono edizioni straordinarie. Canale 5, per una coincidenza del tutto indipendente dai fatti di Palermo, aveva invece già dovuto rinunciare al proprio varietà di punta.

    È in questa frammentazione che si comprende meglio la polemica successiva. Non fu soltanto una discussione sull’opportunità di mandare in onda un programma leggero poche ore dopo una strage. Fu anche una discussione su come la televisione dovesse comportarsi quando la realtà rompeva improvvisamente la programmazione prevista.

    E proprio per questo, più di trent’anni dopo, quei quattro minuti di Tg1 durante Scommettiamo che…? restano uno dei frammenti televisivi più significativi di quel 23 maggio: il momento in cui, per pochi istanti, l’emergenza entrò nel grande varietà del sabato sera e mostrò quanto difficile fosse, allora, decidere se e quando lo spettacolo dovesse fermarsi.

    1. Redazione, guida Radio & TV, l’Unità, 23 maggio 1992, p. 20. ↩︎
    2. Camera dei Deputati, XI legislatura, Discussioni, seduta del 15 gennaio 1993, risposta all’interpellanza sulla copertura Rai della strage di Capaci. ↩︎
    3. Redazione, “La strage vissuta al video”, Corriere della Sera, 25 maggio 1992 ↩︎
    4. Tg2 Pegaso: la strage di Capaci, Rai, 23 maggio 1992, RaiPlay, durata 63 minuti. ↩︎
    5. Silvia Garambois, “La Rai «copre» la strage con il varietà”, l’Unità, 25 maggio 1992, p. 9. ↩︎
    6. Camera dei Deputati, XI legislatura, Discussioni, seduta del 15 gennaio 1993, risposta all’interpellanza sulla copertura Rai della strage di Capaci. ↩︎
    7. Studio Aperto, edizione straordinaria, Italia 1, 23 maggio 1992; cfr. Antonio D’Oro, “La televisione italiana nella crisi del 1992”, Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, n. 49, 2022. ↩︎
    8. Redazione, “Niente Corrida, c’è sciopero”, La Stampa, 24 maggio 1992, p. 25. ↩︎
    9. Redazione, “Varietà anziché Tg. Rai Uno è tra le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 maggio 1992, p. 6 ↩︎
    10. Redazione, “Frizzi non ha chiesto di sospendere il varietà”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 26 maggio 1992, p. 9. ↩︎
    11. Leandro Palestini, “La rivoluzione di Pedullà”, la Repubblica, 4 giugno 1992; Giuseppe Mazzarino, “Subito la riforma Rai, parola di Pedullà”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 1 giugno 1992, p. 2. ↩︎
  • Katia e Mara verso Oriente: il temporale, il segnale orario e il caso Auditel

    Katia e Mara verso Oriente: il temporale, il segnale orario e il caso Auditel

    Il 15 luglio 2000 la diretta di Raiuno da Piazza Duomo a Lecce durò soltanto pochi minuti. Un violento acquazzone costrinse la rete a riempire il vuoto: prima un cartello di attesa, poi il segnale orario, Braccio di Ferro e infine un film. Il giorno successivo, proprio l’ascolto registrato durante quei minuti trasformò l’incidente di palinsesto in un caso Auditel.

    Sabato 15 luglio 2000 la prima serata di Raiuno era affidata a Katia e Mara… verso Oriente, uno spettacolo in diretta da Piazza Duomo a Lecce condotto da Katia Ricciarelli e Mara Venier.

    La serata, della durata prevista di oltre due ore, riuniva musica e spettacolo intorno al tema delle tradizioni dell’Europa orientale e dei loro rapporti con la Puglia. Sul palco c’erano l’Orchestra sinfonica della Provincia di Lecce, diretta da Pippo Caruso e Vito Clemente, e numerosi ospiti, tra cui Lucio Dalla, Gigi D’Alessio, i Neri per Caso, Tosca, Mariella Nava e Goran Bregovic.1

    Per Mara Venier era anche una serata particolare. Dopo l’esperienza sulle reti Mediaset, lo spettacolo di Lecce segnava il suo ritorno in prima serata su Raiuno, in attesa del successivo impegno autunnale con Fantastica italiana.

    La diretta, però, ebbe una durata molto diversa da quella prevista.

    Pochi minuti, poi la pioggia

    La Venier e la Ricciarelli avevano appena raggiunto il centro del palco quando un improvviso e violentissimo acquazzone investì Piazza Duomo. Le immagini mostrano in pochi istanti il passaggio dalla conduzione dello spettacolo al disordine: alle spalle delle due presentatrici gli orchestrali abbandonano le proprie postazioni e cercano di mettere al riparo strumenti e spartiti, mentre il pubblico lascia rapidamente le sedie.

    «In questa bellissima cornice barocca…» furono tra le pochissime parole che Mara Venier riuscì a pronunciare prima che la serata cambiasse completamente volto.2

    La conduttrice provò ancora per qualche momento a proseguire. In seguito raccontò di non essersi accorta immediatamente che il collegamento televisivo era già stato interrotto. Per il pubblico a casa, intanto, cominciava un’altra trasmissione, del tutto involontaria: quella dell’emergenza di palinsesto.

    Mara Venier e Katia Ricciarelli sul palco di Piazza Duomo a Lecce durante la diretta Raiuno di Katia e Mara verso Oriente del 15 luglio 2000.
    Mara Venier e Katia Ricciarelli sul palco di Piazza Duomo a Lecce nei primi minuti di Katia e Mara… verso Oriente, poco prima dell’interruzione della diretta per il violento acquazzone. Raiuno, 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.

    Raiuno sostituì le immagini da Lecce con un cartello blu sul quale campeggiava la scritta:

    «LA TRASMISSIONE SARÀ RIPRESA IL PIÙ PRESTO POSSIBILE»

    Il messaggio rimase sullo schermo per diversi minuti. Ma da Piazza Duomo non arrivavano le condizioni per riprendere la diretta.

    Cartello di Raiuno con la scritta “La trasmissione sarà ripresa il più presto possibile”, trasmesso dopo l’interruzione della diretta da Lecce il 15 luglio 2000.
    Il cartello trasmesso da Raiuno dopo l’interruzione del collegamento da Lecce: «La trasmissione sarà ripresa il più presto possibile». 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.

    A quel punto il cartello lasciò il posto a una delle immagini più familiari della Rai di quegli anni: il segnale orario, con il grande orologio analogico sul fondo blu.

    Un quarto d’ora di orologio

    Il segnale orario occupò Raiuno per circa un quarto d’ora. La fascia che sarebbe poi entrata nella polemica sugli ascolti venne indicata tra le 21.03 e le 21.18.3

    Segnale orario di Raiuno trasmesso durante l’interruzione di Katia e Mara verso Oriente nella serata del 15 luglio 2000.
    Il segnale orario di Raiuno mandato in onda durante l’emergenza di palinsesto seguita all’interruzione di Katia e Mara… verso Oriente. 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.

    Era una soluzione elementare, quasi estranea alla logica della prima serata: nessun programma sostitutivo ancora pronto, soltanto l’orologio Rai e la sua musica di accompagnamento.

    Ma anche quella situazione non poteva durare a lungo.

    Terminato il segnale orario, Raiuno mandò in onda Braccio di Ferro. Seguì una sequenza pubblicitaria, quindi comparve l’annunciatrice della rete per informare il pubblico che lo spettacolo da Lecce non sarebbe ripreso.

    La soluzione definitiva fu un film: La pistola nella borsetta.

    Fotogramma del film La pistola nella borsetta, trasmesso da Raiuno in sostituzione dello spettacolo interrotto a Lecce il 15 luglio 2000.
    Un fotogramma de La pistola nella borsetta, il film trasmesso da Raiuno in sostituzione dello spettacolo interrotto a Lecce. 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.

    Nel giro di poco più di mezz’ora la prima serata di Raiuno aveva così attraversato una successione difficilmente immaginabile al momento della pubblicazione dei palinsesti.

    Katia e Mara sul palco di Lecce, il cartello di sospensione, il segnale orario, Braccio di Ferro, la pubblicità, l’annuncio della variazione e infine un film.4

    Una vera programmazione d’emergenza costruita mentre la trasmissione era già in corso.

    «Errore e scuse»

    Il giorno seguente la gestione dell’incidente provocò inevitabili polemiche. Non era naturalmente contestata la decisione di interrompere uno spettacolo all’aperto investito da un nubifragio, quanto il tempo necessario a Raiuno per trovare una programmazione alternativa.

    Il presidente della Rai Roberto Zaccaria sintetizzò la posizione dell’azienda con due parole: «errore e scuse».

    All’interno della stessa Rai si discusse anche delle precauzioni adottate prima della diretta. Il capostruttura di Raiuno Giampiero Raveggi ricordò di avere segnalato già in precedenza la presenza di nuvole e la necessità di tenere pronto un programma alternativo. L’incidente mostrava così un problema molto concreto della televisione in diretta: non tanto l’imprevedibilità del temporale, quanto la necessità di sostituire in pochi minuti una prima serata nazionale improvvisamente venuta meno.5

    La vicenda, però, avrebbe assunto un significato diverso quando furono resi noti gli ascolti.

    I tre milioni del segnale orario

    L’orologio di Raiuno aveva avuto un pubblico. E non un pubblico trascurabile.

    Per quel segmento furono indicati 3 milioni e 335 mila spettatori, con uno share intorno al 15 per cento.6 Un risultato che appariva ancora più sorprendente se confrontato con quello ottenuto dal programma scelto successivamente per riempire la serata: La pistola nella borsetta si fermò al 9,35 per cento di share, con 1 milione e 685 mila spettatori.7

    Il paradosso era perfetto: l’orologio sembrava essere stato seguito da più persone del film mandato in onda per sostituirlo.

    Il dato prese rapidamente una vita propria. Il 18 luglio Michele Serra dedicò alla vicenda la sua Amaca, intitolandola significativamente “Evviva i fanatici del segnale orario”.8

    L’ironia colpiva uno dei cardini della televisione commerciale e generalista di quegli anni: l’idea che Audience e Share potessero restituire, attraverso un numero, il successo di ciò che appariva sullo schermo. Quella sera il meccanismo aveva prodotto un risultato singolare. Un contenuto nato soltanto per occupare il vuoto determinato dall’interruzione della diretta poteva presentarsi, il mattino successivo, con un proprio dato d’ascolto.

    Da qui nacque una formula destinata a essere ripetuta a lungo: più di tre milioni di italiani erano rimasti a guardare il segnale orario.

    Ma il significato di quel numero era meno semplice.

    Che cosa stava misurando Auditel

    Auditel intervenne per chiarire il dato.

    Walter Pancini, allora direttore generale della società, spiegò che l’andamento minuto per minuto mostrava un «vivace zapping» e un progressivo calo degli ascolti. Una parte del pubblico era rimasta sintonizzata su Raiuno nell’attesa di capire se la trasmissione sarebbe ripresa; contemporaneamente altri spettatori si sintonizzavano su Raiuno, cambiando canale dopo pochissimo tempo.

    Il dato non descriveva quindi tre milioni di persone rimaste immobili davanti all’orologio per quindici minuti. Misurava l’ascolto attribuito a Raiuno durante quella fascia, con un pubblico che continuava a muoversi fra attesa per la ripresa del programma e zapping.

    La precisazione non cancellava il paradosso. Semmai aiutava a comprenderlo.

    Auditel aveva registrato ciò che il sistema era chiamato a registrare: la presenza del pubblico davanti a una determinata rete. Non poteva stabilire, attraverso quel numero, perché ciascuno spettatore fosse rimasto sintonizzato, quanto attentamente stesse osservando lo schermo o se aspettasse semplicemente che accadesse qualcosa.

    Serra tornò sull’argomento il giorno successivo e chiarì a sua volta il senso della propria ironia. Il bersaglio non era la capacità tecnica di Auditel di registrare l’ascolto, ma una televisione che rischiava di assumere il rilevatore elettronico come «unica guida» culturale, artistica e persino creativa.9

    L’incidente di Lecce aveva insomma prodotto, quasi accidentalmente, un piccolo esperimento televisivo: separare per alcuni minuti il contenuto dall’ascolto.

    Sul primo canale nazionale non c’era uno spettacolo, una partita, un telegiornale o un film. C’era un orologio che serviva a prendere tempo.

    Anche quell’orologio, però, aveva un’audience.

    La seconda serata di Katia e Mara

    A Lecce, nel frattempo, la pioggia cessò.

    Intorno alle 23 il pubblico tornò in Piazza Duomo e Katia Ricciarelli e Mara Venier ripresero lo spettacolo. Questa volta non più in diretta: Katia e Mara… verso Oriente venne registrato fino a notte inoltrata. La serata poté così svolgersi quasi interamente secondo il programma originario, pur con alcune modifiche al cast.10

    Per vederla in televisione si dovette attendere quasi un mese.

    Sabato 12 agosto 2000 Raiuno trasmise finalmente la registrazione di Katia e Mara… verso Oriente in prima serata.11

    Ma il programma aveva ormai lasciato dietro di sé un altro ricordo televisivo.

    Il 15 luglio 2000 non era rimasto nella memoria televisiva collettiva soltanto per lo spettacolo interrotto dalla pioggia, ma anche per un cartello blu, per un orologio Rai, per un cartone animato utilizzato per guadagnare qualche altro minuto e per un film recuperato in emergenza.

    E soprattutto era rimasta una domanda che quell’imprevisto aveva reso insolitamente evidente: che cosa significa davvero “guardare” qualcosa quando la televisione trasforma ogni minuto di permanenza davanti a un canale in un dato d’ascolto?


    1. Redazione, “Ricciarelli-Venier insieme per Lecce porta d’Oriente”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 luglio 2000, p. 23; “Katia e Mara insieme guardano a… Oriente”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 luglio 2000. ↩︎
    2. Redazione, “Acquazzone su Lecce, annullato lo spettacolo. ‘Salta’ la diretta Raiuno con Venier e Ricciarelli”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 luglio 2000, p. 28. ↩︎
    3. L’intervallo 21.03-21.18 è riportato, con riferimento ai dati Auditel del 15 luglio 2000, nell’atto di sindacato ispettivo n. 4-03837 della XVI legislatura, Senato della Repubblica. ↩︎
    4. Registrazione VHS della programmazione di Raiuno del 15 luglio 2000. La registrazione documenta la successione cartello di sospensione → segnale orario → Braccio di Ferro → pubblicità → annuncio della variazione → La pistola nella borsetta. La stampa del giorno successivo conferma il ricorso al cartone animato e al film sostitutivo. ↩︎
    5. Silvia Fumarola, “Per il black-out di Mara arrivano le scuse Rai”, la Repubblica, 17 luglio 2000; Giuseppe Mazzarino, “Lecce, ‘naufragio’ della diretta tv: dopo il diluvio piovono le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2000. ↩︎
    6. Aldo Grasso, “Mara e Katia, gocce di pioggia sulla Rai”, Corriere della Sera, 17 luglio 2000. Grasso indica 3.335.000 spettatori per il segmento del segnale orario. ↩︎
    7. Giuseppe Mazzarino, “Lecce, ‘naufragio’ della diretta tv: dopo il diluvio piovono le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2000. ↩︎
    8. Michele Serra, “Evviva i fanatici del segnale orario”, la Repubblica, 18 luglio 2000, p. 15. ↩︎
    9. Walter Pancini, “L’Auditel e il segnale orario”, la Repubblica, 19 luglio 2000; replica di Michele Serra nella stessa pagina ↩︎
    10. Giuseppe Mazzarino, “Lecce, ‘naufragio’ della diretta tv: dopo il diluvio piovono le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2000: la registrazione iniziò intorno alle 23 e proseguì fino alle 2. ↩︎
    11. La Stampa, palinsesto televisivo del 12 agosto 2000; La Stampa, 13 agosto 2000. ↩︎

  • 18 novembre 1992. Scozia-Italia: la Nazionale tra Rai e Tele+2

    18 novembre 1992. Scozia-Italia: la Nazionale tra Rai e Tele+2

    Tele+2 acquistò i diritti della partita e annunciò che l’avrebbe trasmessa in chiaro. Poi la Rai cercò di rientrare in gioco e prese forma una soluzione inattesa: diretta criptata sulla pay-tv e differita sul servizio pubblico. Alla fine, il 18 novembre, la stessa partita andò in onda contemporaneamente su entrambe le reti.

    Nell’autunno del 1992 la televisione sportiva italiana stava cambiando più rapidamente di quanto fosse ancora possibile misurare. Tele+2, primo canale italiano interamente dedicato allo sport, trasmetteva parte della propria programmazione in forma criptata e cercava di allargare la base degli abbonati; Rai e Fininvest continuavano intanto a contendersi un mercato dei diritti che diventava sempre più costoso.

    In questo scenario entrò quasi all’improvviso Scozia-Italia, seconda partita degli azzurri nelle qualificazioni ai Mondiali di USA ’94, in programma a Glasgow il 18 novembre.

    Il risultato sportivo sarebbe stato uno 0-0. La storia televisiva della partita, invece, era cominciata quasi due mesi prima.

    Una partita che la Rai lasciò andare

    Il 25 settembre 1992 Tele+2 si aggiudicò i diritti italiani dell’incontro. La richiesta iniziale per l’esclusiva era di un miliardo e 200 milioni di lire. La Rai, che aveva cercato di ottenere una riduzione della cifra, non accettò quelle condizioni; Tele+2 si dichiarò invece disponibile e concluse l’operazione.

    Era un fatto insolito. Una partita ufficiale della Nazionale sfuggiva al tradizionale controllo televisivo della Rai e finiva nelle mani di una rete nata da poco più di un anno.

    Ma l’elemento che permette di leggere correttamente ciò che accadde dopo è un altro. Quando la notizia divenne pubblica, Tele+2 annunciò che Scozia-Italia sarebbe stata trasmessa in chiaro. Il canale avrebbe avuto la possibilità di riservarla ai propri abbonati, ma scelse inizialmente di renderla visibile anche senza decoder. «Potevamo farlo», spiegavano i dirigenti della rete riferendosi alla possibilità di criptare il segnale, ma si era deciso di offrire la partita a tutti gli spettatori.1

    L’operazione aveva comunque un evidente valore promozionale. Il 7 ottobre, quando la diretta su Tele+2 appariva ormai probabile, la programmazione prevista intorno all’incontro veniva descritta con pochi spot commerciali e molta promozione degli abbonamenti alla pay-tv. Era quindi possibile utilizzare un grande evento gratuito come vetrina per mostrare il canale a un pubblico molto più vasto di quello abituale.2

    Per alcune settimane, dunque, il problema non fu quello di una Nazionale visibile soltanto a pagamento. La vera novità era che la diretta sarebbe stata offerta da una televisione diversa dalla Rai.

    La Rai rientra nella partita

    La situazione cambiò alla fine di ottobre.

    La questione non riguardava soltanto il prestigio dell’emittente pubblica. C’era anche un problema molto concreto di copertura del territorio. Tele+2 utilizzava una rete terrestre che non raggiungeva l’intera popolazione italiana e, in alcune zone, la ricezione poteva richiedere interventi sull’antenna. Il ministro delle Poste Maurizio Pagani sollevò pubblicamente il problema: una partita della Nazionale, pur trasmessa in chiaro, rischiava comunque di non essere materialmente ricevibile da una parte degli spettatori. Lo stesso problema si sarebbe riproposto qualche anno dopo, quando Telemontecarlo acquisì i diritti per trasmettere Inghilterra-Italia.

    Le valutazioni sulla copertura erano contrastanti. Da parte governativa si parlava di una possibilità teorica di ricezione intorno al 75 per cento degli utenti, mentre Tele+2 rivendicava una copertura superiore all’85 per cento. Dietro le percentuali c’era però una questione che la televisione generalista aveva fino ad allora reso quasi invisibile: essere “in chiaro” non significava automaticamente essere ricevibili ovunque.

    La Rai cominciò così a trattare con Tele+2 per recuperare la partita.

    All’inizio di novembre l’ipotesi più accreditata era ancora quella di una cessione dei diritti al servizio pubblico. La Rai faceva valere anche il proprio contratto con la Federcalcio, nel quale era prevista una clausola che impegnava la Federazione a impedire la diffusione in Italia delle partite della Nazionale su canali diversi da quelli Rai. L’8 novembre le trattative con Tele+2 venivano definite già «spedite», e all’interno della TGS si riteneva ancora possibile riportare l’incontro integralmente sulla televisione pubblica.3

    Non sarebbe andata così.

    La diretta diventa a pagamento

    Nei giorni successivi prese forma un compromesso del tutto diverso.

    Tele+2 avrebbe mantenuto la diretta, ma l’avrebbe criptata per i propri abbonati. La Rai avrebbe trasmesso la stessa partita in chiaro con circa mezz’ora di ritardo.

    Era una soluzione che preservava il valore commerciale dell’acquisto effettuato da Tele+2: chi aveva il decoder avrebbe visto Scozia-Italia mentre si giocava; tutti gli altri avrebbero potuto seguirla gratuitamente poco dopo sulla Rai.

    Ed è in questo passaggio che, per alcuni giorni, nacque davvero la possibilità di una Nazionale in diretta soltanto a pagamento.

    È un dettaglio importante, perché quell’ipotesi non coincideva con il progetto annunciato quando Tele+2 aveva acquistato i diritti. A settembre la rete aveva previsto una diretta in chiaro; il criptato comparve invece all’interno della successiva trattativa con la Rai. La ricerca di un compromesso fra le due televisioni aveva quindi prodotto una soluzione più restrittiva, almeno per quanto riguardava la contemporaneità dell’evento.

    Il problema esplose immediatamente.

    L’11 e il 12 novembre il consiglio di amministrazione della Rai discusse a lungo la questione. La differita venne considerata insufficiente per un incontro della Nazionale di quella rilevanza. La linea che finì per prevalere fu sostanzialmente una: diretta oppure niente. L’accordo con Tele+2 fu rimesso in discussione e la trattativa ripartì.

    A quel punto Scozia-Italia non era più soltanto una partita acquistata da una televisione privata. La vicenda era diventata un confronto sul ruolo della Rai, sulla legittimità della pay-tv e persino su quali eventi sportivi dovessero restare accessibili contemporaneamente a tutti.

    Il compromesso finale: due dirette, entrambe in chiaro

    La soluzione arrivò il 12 novembre e fu resa pubblica il giorno successivo.

    La Rai avrebbe trasmesso Scozia-Italia in diretta. Tele+2 avrebbe conservato a sua volta la propria diretta, rinunciando però, per quella sera, al criptato: anche il suo segnale sarebbe stato in chiaro.

    Il costo complessivo dell’operazione rimaneva intorno a 1,2 miliardi di lire: circa 800 milioni a carico della Rai e 400 milioni a carico di Tele+2. Un ruolo decisivo nella mediazione fu svolto dal presidente federale Antonio Matarrese. Il compromesso consentiva alla Rai di non rinunciare alla contemporaneità dell’evento e a Tele+2 di mantenere un diritto che aveva acquistato regolarmente sul mercato.

    Ne usciva una situazione che poche settimane prima sarebbe apparsa altrettanto inconsueta dell’esclusiva Tele+: la stessa partita della Nazionale sarebbe stata trasmessa in diretta da due televisioni concorrenti.4

    La battaglia sui diritti era conclusa. Cominciava quella sul programma.

    Raiuno e Tele+2 preparano due partite diverse

    Una volta recuperata la diretta, la Rai non si limitò ai novanta minuti.

    Su Raiuno il collegamento sarebbe cominciato alle 20.43, con Gianni Cerqueti in studio. Bruno Pizzul avrebbe introdotto l’atmosfera dell’Ibrox Park, mentre il prepartita comprendeva servizi sull’Italia e sulla Scozia e materiali dedicati ai precedenti incontri tra le due Nazionali. Durante l’intervallo erano previsti sei minuti di pubblicità, le immagini principali del primo tempo e un servizio sulla partita disputata nel pomeriggio dalla Nazionale Under 21.

    La telecronaca era affidata a Bruno Pizzul, in quegli anni la voce ormai immediatamente riconoscibile della Nazionale.

    Tele+2 costruì una copertura ancora più lunga, dalle ore 20 fino al dopopartita. Lo studio era a Milano, con Giorgio Porra, Daniele Massaro e Franco Causio; a Glasgow operava Rino Tommasi, affiancato da ospiti e inviati. La telecronaca venne affidata a Massimo Marianella, giovane voce specializzata soprattutto nel calcio inglese, chiamato a raccontare la partita da solo.

    Persino alcuni dettagli organizzativi mostravano le conseguenze della diversa storia con cui le due emittenti erano arrivate all’appuntamento. Tele+2, titolare dei diritti da settembre, aveva avuto il tempo di prenotare postazioni sul campo e in tribuna stampa; la Rai, rientrata nella diretta soltanto negli ultimi giorni, disponeva di una struttura più improvvisata per alcune attività a bordo campo.

    Il 18 novembre non ci sarebbe stata quindi una semplice duplicazione del segnale. Raiuno e Tele+2 costruirono due programmi intorno alle stesse immagini, con studi, inviati, commentatori e linguaggi differenti.5

    Fotogramma della diretta Tele+2 di Scozia-Italia del 18 novembre 1992, con il logo Tele+2 e la scritta “DIRETTA” in sovrimpressione.
    Un fotogramma della diretta di Scozia-Italia trasmessa da Tele+2 il 18 novembre 1992, tratto da una registrazione VHS.

    Pizzul e Marianella, due modi di raccontare la stessa partita

    Poco prima delle nove di sera le due telecronache arrivarono contemporaneamente nelle case italiane.

    Alle 20.55 Bruno Pizzul salutava gli spettatori di Raiuno da Glasgow. Pochi minuti dopo, su Tele+2, Massimo Marianella apriva la propria cronaca. La partita della Nazionale italiana veniva così raccontata nello stesso momento da Raiuno e Tele+2, con due telecronache differenti.

    Il confronto divenne inevitabile.

    Il giorno successivo Aldo Grasso sul Corriere della Sera intitolò il suo commento “L’azzurro diviso a metà” e osservò che, già durante gli ultimi Mondiali, la stessa partita poteva essere vista contemporaneamente su Rai e Telemontecarlo; quella sera, però, la situazione aveva un significato diverso, perché a confrontarsi erano il servizio pubblico e una televisione sportiva nata anche intorno al modello della pay-tv.

    Grasso sintetizzò l’anomalia con una formula efficace: «l’Italia si sdoppia».6

    Le differenze erano percepibili soprattutto nel commento. Pizzul manteneva il registro familiare che aveva accompagnato per anni le partite degli azzurri, con maggiore partecipazione nelle azioni italiane. Marianella adottava un tono più controllato, frasi brevi e un ritmo vicino alla telecronaca britannica.

    Antonio Dipollina, su la Repubblica, notò anche un curioso effetto della contemporaneità: davanti alla stessa azione i due cronisti finivano talvolta per pronunciare quasi nello stesso istante parole molto simili. Ma proprio da quella inevitabile sovrapposizione emergevano meglio le differenze di stile. Non erano soltanto due canali che mostravano la stessa partita: erano due modi di costruire televisivamente lo stesso evento.7

    Sul campo, Scozia e Italia chiusero 0-0. Sullo schermo, il confronto era stato molto meno equilibrato nei numeri.

    Dodici milioni contro una televisione ancora senza Auditel

    La diretta di Raiuno raccolse una media di circa 12 milioni e mezzo di telespettatori, con il 42,87 per cento di share. Il picco arrivò tra le 22.40 e le 22.45, quando davanti a Raiuno furono stimati 13 milioni e 484 mila spettatori.

    Tele+2 non veniva rilevata direttamente dall’Auditel. Una stima costruita attraverso l’aumento della voce “altre televisioni” collocò il pubblico della rete tra 400 e 500 mila persone.8 Non era un confronto numerico realmente competitivo: Raiuno conservava una forza di penetrazione incomparabilmente superiore.

    Ma il significato televisivo della serata non stava principalmente nel risultato degli ascolti.

    Tele+2 era riuscita a comprare autonomamente un incontro ufficiale della Nazionale, aveva costretto la Rai a negoziare per recuperarlo e, alla fine, aveva trasmesso la stessa partita nello stesso momento del servizio pubblico. Per una sera lo spettatore che riceveva entrambe le reti poteva persino scegliere quale telecronaca ascoltare.

    Pochi mesi prima sarebbe stato difficile immaginare una simile alternativa intorno agli azzurri.

    Una partita, tre possibili televisioni

    La storia di Scozia-Italia del 1992 è interessante soprattutto perché, nell’arco di meno di due mesi, la stessa partita assunse tre diverse configurazioni televisive.

    All’inizio doveva essere una diretta esclusiva di Tele+2, ma in chiaro: una grande vetrina per far conoscere il nuovo canale sportivo.

    Poi, quando la Rai cercò di rientrare nell’evento, prese forma la soluzione più controversa: Tele+2 in diretta criptata per gli abbonati e Rai in differita.

    Infine arrivò il compromesso che gli spettatori videro davvero il 18 novembre: due dirette contemporanee, entrambe in chiaro.

    Non fu dunque la prima partita della Nazionale riservata a una pay-tv: quella possibilità rimase soltanto una fase, breve ma molto discussa, della trattativa. Fu invece uno dei primi casi in cui apparve con grande evidenza che i diritti di un evento fino ad allora quasi automaticamente associato alla Rai potevano essere acquistati da un altro soggetto e costringere il servizio pubblico a confrontarsi con un mercato televisivo ormai diverso.

    E quando il pallone cominciò a rotolare sull’erba dell’Ibrox Park, quella trasformazione diventò visibile nel modo più semplice possibile: lo stesso azzurro, nello stesso momento, su due canali diversi.


    1. Redazione, “Sarà in «chiaro». La Scozia e l’Italia su Tele+2”, La Stampa, 26 settembre 1992, p. 28. ↩︎
    2. Redazione, “Scozia-Italia andrà su Tele+2”, La Stampa, 7 ottobre 1992, p. 31. ↩︎
    3. Redazione, “Lo sci tutto sulla Rai. Forse anche Scozia-Italia”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 novembre 1992, p. 30. ↩︎
    4. Eugenio Capodacqua, “Calma, vedrete tutti l’Italia”, la Repubblica, 13 novembre 1992, p. 25; Massimo Fabbricini, “La Rai paga: Scozia-Italia in diretta”, Corriere della Sera, 13 novembre 1992, p. 41. ↩︎
    5. Massimo Fabbricini, “La Rai gioca d’anticipo per combattere la pay-tv”, Corriere della Sera, 18 novembre 1992. ↩︎
    6. Aldo Grasso, “L’azzurro diviso a metà”, Corriere della Sera, 19 novembre 1992. ↩︎
    7. Antonio Dipollina, “Rai contro Tele+, questione di toni”, la Repubblica, 19 novembre 1992, p. 25. ↩︎
    8. Redazione, “Rai contro Tele+2, per ora non c’è gara”, la Repubblica, 20 novembre 1992, p. 25. ↩︎
  • Scalfaro a reti unificate: cosa accadde in TV il 3 novembre 1993

    Scalfaro a reti unificate: cosa accadde in TV il 3 novembre 1993

    Poco dopo le 22.15 la normale programmazione televisiva italiana cominciò improvvisamente a cambiare. Partite, film e programmi lasciarono spazio alle edizioni straordinarie dei telegiornali in attesa di un messaggio del Presidente della Repubblica. Quasi venti minuti dopo, Oscar Luigi Scalfaro pronunciò in diretta il celebre «Io non ci sto». Ma cosa accadde realmente sui diversi canali quella sera?

    La sera di mercoledì 3 novembre 1993 la televisione italiana aveva una forte impronta calcistica. Si giocavano le coppe europee e due reti generaliste erano impegnate nella trasmissione di altrettanti incontri: Raiuno mandava in onda Cagliari-Trabzonspor, ritorno dei sedicesimi di finale di Coppa UEFA, mentre Italia 1 seguiva Aberdeen-Torino.

    Era una normale serata televisiva d’autunno. Almeno fino a quando sui teleschermi cominciò a circolare la notizia che il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro avrebbe rivolto un messaggio straordinario agli italiani.

    Quello che seguì è rimasto nella memoria soprattutto attraverso una formula: «Scalfaro interruppe una partita di calcio». Una ricostruzione sostanzialmente fondata, ma che comprime in un unico momento una sequenza televisiva assai più complessa.

    La partita fu effettivamente interrotta. Il messaggio del Presidente, però, sarebbe cominciato soltanto diversi minuti dopo.

    Un Paese nel pieno della crisi

    Per comprendere quella sera bisogna tornare al clima dell’autunno del 1993.

    L’Italia attraversava uno dei momenti più convulsi della propria storia repubblicana. Le inchieste di Tangentopoli avevano travolto buona parte del sistema politico della Prima Repubblica, mentre lo scandalo dei fondi riservati del Sisde, il servizio segreto civile, aveva aperto un nuovo e delicatissimo fronte.

    Alcuni funzionari del servizio, coinvolti nelle indagini sull’utilizzo dei fondi riservati, avevano cominciato a chiamare in causa anche uomini politici e ministri dell’Interno. Il nome di Scalfaro, che tempo prima di salire al Quirinale aveva guidato il Viminale, finì a sua volta nelle dichiarazioni degli indagati.

    Il 3 novembre le nuove accuse contribuirono a rendere ancora più incandescente la giornata. In serata il Presidente decise di rivolgersi direttamente al Paese.

    «Il mio dovere primario è di non darla vinta a chi lavora allo sfascio», ha affermato Scalfaro davanti alle telecamere. E poi la frase destinata a entrare nella storia politica italiana: «A questo gioco al massacro, Io non ci sto!».

    La stampa del giorno successivo descrisse l’intervento come un messaggio trasmesso a reti unificate.1

    Ma prima che Scalfaro comparisse sugli schermi trascorsero diversi minuti. Ed è proprio in quel breve intervallo che i normali palinsesti televisivi vennero progressivamente smontati.

    Il “palinsesto zero”: cosa sarebbe dovuto andare in onda

    Per capire la portata della variazione è utile partire da quello che potremmo definire il “palinsesto zero”: la programmazione annunciata per quella sera prima che l’intervento del Presidente modificasse tutto.

    Su Raiuno il programma centrale della serata era Cagliari-Trabzonspor, incontro di Coppa UEFA. Al termine della gara, iniziata intorno alle 20.30, sarebbe dovuto andare in onda il TG1 di mezza sera, quindi la differita di Milan-Copenaghen, partita di Coppa dei Campioni disputata quella stessa sera a San Siro.

    Su Raidue era invece previsto un film della serie di Perry Mason, mentre Raitre proponeva I soliti ignoti e successivamente Milano, Italia.

    Anche le reti Fininvest avevano una programmazione ordinaria ben definita. Canale 5 trasmetteva il film televisivo Vittima d’amore, al quale avrebbe dovuto fare seguito alle 22.30 Spazio 5, settimanale d’attualità curato da Enrico Mentana. Su Italia 1, dopo Aberdeen-Torino, era prevista la rubrica Visto da Sud. Rete 4, invece, proponeva la soap opera Cuore selvaggio e successivamente, alle 22.30, I vitelloni di Federico Fellini.2

    Gran parte di quella fascia oraria non sarebbe però andata in onda esattamente come previsto.

    Raiuno: la partita viene davvero interrotta

    La documentazione video disponibile permette di ricostruire con particolare precisione ciò che avvenne su Raiuno.

    Cagliari-Trabzonspor è ormai agli sgoccioli. Il telecronista Carlo Nesti segnala che sono trascorsi 44 minuti e 50 secondi del secondo tempo.

    Poco dopo compare sullo schermo un sottopancia: «Alle 22.15 sarà trasmesso a reti unificate un messaggio del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro».

    Il gioco continua. Si arriva al novantesimo e comincia il recupero. Poi, mentre la partita è ancora materialmente in corso, la diretta dallo stadio viene abbandonata. Lo schermo sfuma brevemente al nero.3

    Il risultato di 0-0 stava ormai consegnando al Cagliari la qualificazione. Ma il pubblico televisivo di Raiuno non vide la conclusione ordinaria della diretta.

    Dell’interruzione rimane anche il ricordo delle proteste di alcuni tifosi cagliaritani, considerando che la qualificazione al successivo turno di coppa non era ancora stata sancita dal triplice fischio.4

    È quindi corretto affermare che Cagliari-Trabzonspor fu interrotta.

    Occorre però aggiungere una precisazione importante: non fu il discorso di Scalfaro a interrompere direttamente la partita.

    Il messaggio vero e proprio iniziò alle 22.32 e si concluse intorno alle 22.38. Tra l’abbandono della partita e l’apparizione del Presidente trascorse dunque un intervallo occupato dal TG1 e dall’attesa del collegamento con il Quirinale.

    La memoria collettiva ha finito per fondere i due momenti: la partita venne interrotta per il messaggio del Presidente, ma non dal messaggio del Presidente.

    Una fonte del giorno successivo precisa inoltre che su Raiuno, durante l’attesa, sarebbero stati trasmessi anche alcuni minuti di segnale orario: una circostanza che rese ancora meno comprensibile, agli occhi degli spettatori della partita, l’abbandono anticipato della diretta.5

    I telegiornali si preparano al Quirinale

    Mentre Raiuno abbandonava gli ultimi minuti della partita, nelle redazioni dei telegiornali era già iniziata una corsa per arrivare al Quirinale.

    Uno dei protagonisti di quella fase fu Emilio Fede. Secondo una ricostruzione pubblicata da La Stampa il giorno successivo, il TG4 fu il primo telegiornale a collegarsi in video con la sala del Quirinale.

    Erano immagini insolite. Il messaggio non era ancora iniziato: Scalfaro veniva ripreso durante i preparativi, mentre i tecnici sistemavano l’inquadratura e l’illuminazione. Comparvero persino le prove effettuate con un foglio bianco per verificare il riverbero delle luci.6

    Fede decise di mandare in onda quel materiale e di commentarlo in diretta.

    La scelta suscitò delle critiche perché rendeva pubbliche alcune fasi tecniche normalmente confinate dietro le quinte di una diretta istituzionale. Non era ancora il messaggio del Presidente, ma il segnale preparatorio proveniente dal Quirinale in bassa frequenza.

    Michele Serra, sull’Unità, ironizzò duramente sull’operazione: ricordò le immagini della scrivania, delle prove delle luci e persino Scalfaro che si versava dell’acqua minerale, trasformate dal TG4 in una sorta di anticipazione esclusiva.7

    La stessa sera si susseguirono rapidamente gli altri telegiornali. Secondo le cronache contemporanee, nel giro di pochi minuti le principali reti avevano modificato la propria programmazione per seguire l’avvicinarsi del messaggio.

    C’è anche un curioso retroscena relativo a Fede. Quella sera il direttore del TG4 si trovava a San Siro, dove si disputava Milan-Copenaghen. Saputo dell’imminente intervento del Presidente, avrebbe lasciato lo stadio per raggiungere rapidamente in taxi la redazione.8

    Canale 5: il film interrotto e Spazio 5 cancellato

    Su Canale 5 l’intervento dell’informazione straordinaria produsse una modifica ancora più evidente.

    Era in onda il film Vittima d’amore. Intorno alle 22.23 il TG5 prese la linea e il film venne sospeso quando mancava all’incirca un quarto d’ora alla sua conclusione.

    Il TG5 accompagnò quindi gli spettatori verso il messaggio di Scalfaro. Terminato il collegamento con il Quirinale, Canale 5 tornò brevemente al film per trasmetterne la parte finale, prima di aprire una nuova lunga finestra informativa.

    A farne le spese fu Spazio 5, il programma d’attualità di Enrico Mentana previsto alle 22.30, che quella sera non andò in onda.9

    È uno degli esempi più chiari di come l’intervento straordinario non occupò soltanto i sei minuti del discorso presidenziale, ma ridisegnò per molto più tempo la programmazione delle reti.

    Film, programmi e partite: reazioni diverse da rete a rete

    Le altre reti reagirono in modo diverso.

    Su Raidue il film venne interrotto soltanto a ridosso del messaggio. Il TG2 aprì il collegamento con un breve cappello introduttivo del conduttore. Scalfaro era già seduto e pronto a parlare e l’introduzione venne conclusa quando dalla regia arrivò il segnale che il Presidente poteva iniziare.10

    Su Raitre, invece, il TG3 tenne a lungo la linea, modificando inevitabilmente la fascia nella quale sarebbe dovuto andare in onda Milano, Italia.11

    Particolare il caso di Italia 1. Quella sera la rete trasmetteva Aberdeen-Torino, gara valida per il ritorno degli ottavi di finale Coppa delle Coppe. A differenza di Cagliari-Trabzonspor, con ogni probabilità Italia 1 è riuscita a portare a termine la partita, modificando soltanto la programmazione successiva.12

    Le due partite rappresentano così due esempi opposti della stessa serata: su Raiuno il calcio viene sacrificato nei minuti di recupero, prevalendo le esigenze istituzionali del servizio pubblico, mentre, su Italia 1, con ogni probabilità, l’incontro si conclude normalmente prima del passaggio all’informazione straordinaria.

    Alle 22.32 appare Scalfaro

    Dopo quasi venti minuti di attesa, collegamenti, edizioni straordinarie e modifiche ai programmi, intorno alle 22.32 sui teleschermi compare finalmente Oscar Luigi Scalfaro.

    Il Presidente parla per pochi minuti, ma la forza delle parole e il contesto nel quale vengono pronunciate trasformano immediatamente il messaggio in uno degli episodi televisivi e politici più ricordati degli anni Novanta.

    La televisione, per alcuni minuti, perde la propria frammentazione: Rai, Fininvest e Telemontecarlo trasmettono contemporaneamente il messaggio proveniente dal Quirinale.

    È l’immagine di una televisione generalista che nel 1993 conserva ancora la capacità di riunire nello stesso momento quasi l’intero pubblico nazionale.

    Quasi 23 milioni davanti allo stesso messaggio

    I dati d’ascolto rendono bene la dimensione dell’evento.

    Le rilevazioni pubblicate nei giorni successivi indicano oltre 22 milioni di telespettatori, con uno share complessivo pari circa al 95 per cento del pubblico che in quel momento aveva il televisore acceso.13

    Un risultato eccezionale persino per un messaggio del Presidente della Repubblica e superiore agli ascolti ottenuti dalle precedenti apparizioni straordinarie dal Quirinale.

    Per pochi minuti quasi tutta la televisione italiana aveva mostrato la stessa immagine.

    Una televisione unita e, allo stesso tempo, in competizione

    Rivista oggi, la sera del 3 novembre 1993 racconta qualcosa di più del celebre «Io non ci sto».

    Racconta innanzitutto come funzionava la televisione italiana di fronte a un’improvvisa emergenza istituzionale.

    I palinsesti non vennero semplicemente sospesi alle 22.32 per sei minuti. Cominciarono a sgretolarsi molto prima. La diretta di una partita fu sospesa durante il recupero, un film venne fermato poco prima della conclusione, un programma d’attualità fu cancellato, altre trasmissioni slittarono. Nel frattempo i telegiornali aprivano le proprie edizioni straordinarie e cercavano di arrivare per primi al Quirinale.

    Ed è proprio questo il secondo elemento interessante.

    Quella sera la televisione fu contemporaneamente unificata e competitiva.

    Unificata perché, quando Scalfaro cominciò a parlare, quasi tutte le grandi reti generaliste confluirono sullo stesso segnale.

    Competitiva perché nei minuti precedenti ogni redazione cercò di anticipare le altre: chi aprendo prima l’edizione straordinaria, chi collegandosi immediatamente con il Quirinale, chi utilizzando le immagini delle prove tecniche.

    È forse questa la fotografia televisivamente più significativa del 3 novembre 1993.

    Non soltanto la sera in cui Scalfaro pronunciò la celebre frase: «Io non ci sto». Ma la sera in cui, per prepararsi ad ascoltarlo, i palinsesti italiani cominciarono uno dopo l’altro a fermarsi.

    1. L’Unità, 4 novembre 1993, p. 1, «È gioco al massacro. Non ci sto» ↩︎
    2. La Stampa, 3 novembre 1993, p. 23, «Programmi di oggi» ↩︎
    3. Registrazione televisiva Raiuno, 3 novembre 1993, Cagliari-Trabzonspor, telecronaca di Carlo Nesti. Il filmato documenta il sottopancia relativo al messaggio presidenziale e l’interruzione della diretta durante il recupero. Link video (consultato il 13/08/2026): https://www.youtube.com/watch?v=dP3PTKRBhgU ↩︎
    4. Testimonianza orale raccolta dall’autore, agosto 2026. ↩︎
    5. La Stampa, 4 novembre 1993, p. 3, «La gara in tv. Il primo è stato il Tg4»; Il Mattino, 5 novembre 1993, «Il messaggio in Tv sbanca l’Auditel. 22 milioni al video». ↩︎
    6. La Stampa, 4 novembre 1993, p. 3, «La gara in tv. Il primo è stato il Tg4». ↩︎
    7. Michele Serra, L’Unità, 5 novembre 1993, corsivo in prima pagina ↩︎
    8. Giorgio Dell’Arti, rubrica «Antenna», La Stampa, 6 novembre 1993, p. 19 ↩︎
    9. Davide Frattini, «Record: 23 milioni davanti alla Tv. Messaggio chiaro per 2 italiani su 3», Corriere della Sera, 5 novembre 1993 ↩︎
    10. La Stampa, 4 novembre 1993, p. 3, «La gara in tv. Il primo è stato il Tg4». ↩︎
    11. Davide Frattini, «Record: 23 milioni davanti alla Tv. Messaggio chiaro per 2 italiani su 3», Corriere della Sera, 5 novembre 1993 ↩︎
    12. Dal filmato integrale della partita trasmessa da Italia 1 non emergono interruzioni della diretta sino al termine dell’incontro. ↩︎
    13. Il Mattino, 5 novembre 1993, per il dato di 22.065.000 spettatori. ↩︎