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  • Calcio in diretta, ma non ovunque: le “zone escluse” della Rai

    Calcio in diretta, ma non ovunque: le “zone escluse” della Rai

    Per molti anni una diretta calcistica della Rai poteva essere visibile in quasi tutta Italia e scomparire proprio nei luoghi più vicini allo stadio in cui si disputava la partita.

    Nelle guide televisive bastavano poche parole, spesso inserite tra parentesi accanto al programma: «con esclusione della zona di…». Per gli spettatori interessati significava che, all’ora della partita, sulla stessa rete sarebbe comparso qualcos’altro.

    Era il sistema degli oscuramenti territoriali, utilizzato soprattutto per evitare che la diretta televisiva sottraesse pubblico pagante agli stadi. Si trattava generalmente di una decisione presa dalla Rai di concerto con le società calcistiche, Lega e Federazione, le quali avevano un ruolo nella concessione della diretta e nella definizione delle condizioni con cui trasmetterla.1

    Il risultato, però, era tutto televisivo. La Rai doveva fare in modo che su una grande porzione del territorio nazionale andasse in onda la partita e che, contemporaneamente, su una porzione limitata fosse trasmesso un film o un altro programma sostitutivo.   

    Una televisione diversa a seconda della città

    La pratica attraversò diversi decenni e riguardò competizioni molto differenti: Nazionale, coppe europee, Coppa Italia e, in determinate circostanze, anche campionato.

    Ancora nei primi anni Novanta l’indicazione compariva normalmente nei palinsesti. L’8 gennaio 1992, per esempio, Lecce-Pescara di Serie B fu trasmessa da Raitre con l’esclusione della zona di Lecce.2

    Particolarmente chiaro è il caso della finale di Coppa Italia 1993-94 tra Ancona e Sampdoria. Il Radiocorriere TV del 6 aprile 1994 annunciava Ancona-Sampdoria su Raiuno precisando «con esclusione zona di Ancona». Due settimane dopo, per il ritorno del 20 aprile, la formulazione si capovolgeva insieme al campo di gioco: Sampdoria-Ancona, «con esclusione della zona di Genova».3

    Palinsesto Raiuno del 20 aprile 1994 con Sampdoria-Ancona e l’indicazione “con esclusione della zona di Genova”
    Sampdoria-Ancona, finale di ritorno di Coppa Italia, nel palinsesto di Raiuno del 20 aprile 1994. Fonte: Radiocorriere TV, 20 aprile 1994, p. 84.

    Per il telespettatore era una consuetudine riconoscibile. La partita era regolarmente presente nel palinsesto nazionale, ma la nota avvertiva che non tutti l’avrebbero vista.

    Un esempio emblematico che permette di comprendere con particolare precisione il principio economico che giustificava questa prassi è quello del 21 dicembre 1994. In quella data era stato programmato il recupero della gara di serie A tra Torino e Milan, incontro rinviato per la concomitanza di un impegno internazionale della formazione rossonera. La gara venne trasmessa alle 14,30 su Raidue, ad esclusione della zona di Torino.

    La soluzione consentiva alla società granata di salvaguardare l’incasso dello stadio e contemporaneamente di ricevere il compenso televisivo: la Rai avrebbe, infatti, versato circa 250 milioni di lire.4

    La diretta, quindi, era preziosa, purché non entrasse nelle case dei potenziali spettatori dello stadio.

    Ma a cosa corrispondeva davvero la “zona esclusa”?

    La formula dei palinsesti faceva pensare a un confine preciso: zona di Torino, zona di Milano, zona di Parma. La realtà della televisione analogica era molto meno ordinata.

    I segnali Rai non seguivano i confini delle province o delle regioni. Un grande centro trasmittente poteva servire territori molto vasti e sconfinare nelle regioni confinanti.5 Di conseguenza, per impedire la visione della partita nella città interessata si rischiava di oscurare il segnale anche agli spettatori che con quella città non avevano nulla a che fare.

    Il problema era noto da molto tempo.

    Già nel 1967 arrivò alla Camera il caso di Piacenza, rimasta coinvolta negli oscuramenti disposti per partite giocate a Milano o Torino. Nell’interrogazione parlamentare veniva chiamato direttamente in causa il trasmettitore di Monte Penice: intervenire sul segnale destinato alle aree da escludere poteva produrre conseguenze anche sul territorio piacentino.6

    Quasi trent’anni dopo lo stesso nome, Monte Penice, sarebbe ricomparso in una vicenda sorprendentemente simile.

    Parma-Foggia e la partita oscurata a Vercelli

    Il 12 aprile 1995 Raidue trasmise Parma-Foggia, ritorno della semifinale di Coppa Italia. La partita era annunciata in diretta con la sola esclusione della zona di Parma.

    Ma quando arrivò il momento della gara, anche i telespettatori collegati da Vercelli rimasero senza calcio.

    Il giorno successivo la stampa locale segnalò il problema riportando il malcontento degli spettatori televisivi della zona.

    La sorpresa era stata ancora maggiore perché la normale programmazione di Raidue aveva accompagnato gli spettatori fino all’inizio della diretta. Terminati i programmi precedenti, venne annunciato il collegamento con la partita. A quel punto, però, nelle zone coinvolte dall’oscuramento comparve al suo posto la replica di un film con Carlo Verdone.

    Vercelli, evidentemente, era finita dentro quella che televisivamente veniva considerata la “zona di Parma”.

    Non era neppure la prima volta. Un problema analogo si era verificato l’anno precedente in occasione di un’altra gara di Coppa Italia, Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994. La spiegazione Rai chiamava in causa proprio Monte Penice. Per oscurare Parma era necessario intervenire su un impianto che serviva anche una parte consistente del Piemonte.7

    La geografia televisiva aveva prevalso su quella amministrativa.

    Il paradosso era evidente: una limitazione pensata per proteggere l’incasso del Tardini finiva per coinvolgere telespettatori residenti a oltre cento chilometri da Parma, ben al di fuori dell’area che si intendeva tutelare.

    Un sistema sempre più difficile da controllare

    La vicenda non passò inosservata.

    Il 14 aprile 1995, dalle colonne della Stampa, Gian Paolo Ormezzano tornò sull’argomento.

    Il giornalista ricordava sia Parma-Foggia sia Juventus-Lazio, altra semifinale giocata il giorno precedente, che era stata oscurata nell’area torinese e sottolineava due problemi ormai evidenti.

    Il primo era economico. Nonostante l’esclusione televisiva, allo stadio si erano presentati circa 10.900 paganti a Torino e 7.170 a Parma: numeri che rendevano discutibile l’effettiva capacità dell’oscuramento di riportare il pubblico sugli spalti.

    Il secondo problema era tecnologico. In alcune località teoricamente oscurate il segnale della partita poteva comunque essere captato; in altre, che non avrebbero dovuto essere interessate dall’esclusione, la gara scompariva.8

    Era il limite strutturale di un sistema nato in un’altra epoca televisiva. Con antenne sempre più efficienti e segnali provenienti da impianti diversi, stabilire con precisione chi dovesse vedere una partita e chi no diventava sempre più difficile.

    Gli inconvenienti non riguardavano soltanto il Nord Italia. In altre zone del Paese la copertura dei grandi trasmettitori superava ugualmente i confini regionali. Le testimonianze relative alle partite del Napoli, per esempio, ricordano località del Lazio meridionale servite dai segnali provenienti dalla Campania che potevano essere coinvolte negli oscuramenti predisposti per le gare casalinghe della squadra partenopea.

    Il tramonto delle “zone escluse”

    Parma-Foggia del 12 aprile 1995 segna il punto terminale della pratica documentata degli oscuramenti territoriali Rai. Nelle finali della stessa Coppa Italia, Juventus-Parma del giugno successivo, l’annotazione non compare più. La stessa cosa avviene nelle dirette della stagione 1995-96: anche Sampdoria-Juventus, anticipo di Serie A trasmesso da Raiuno il 13 aprile 1996, viene annunciata senza alcuna esclusione della zona di Genova.

    Il passaggio è significativo. Nei giorni di Parma-Foggia gli oscuramenti erano ancora applicati, ma venivano ormai apertamente contestati per la loro efficacia economica e per gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete dei trasmettitori. Nelle successive dirette calcistiche quella formula che per decenni aveva accompagnato i palinsesti Rai scompare.

    Un calcio televisivo che stava cambiando

    Erano anche gli ultimi mesi di un sistema di diritti televisivi destinato a trasformarsi rapidamente.

    Il contratto tra Rai e Lega sarebbe scaduto nel 1996. Nell’estate di quell’anno la nuova gara per i diritti avrebbe modificato profondamente il mercato, con il gruppo Cecchi Gori, proprietario di TMC, tra i protagonisti della competizione per i nuovi pacchetti calcistici e con una frammentazione dell’offerta ormai lontana dal modello nel quale la televisione pubblica gestiva quasi da sola le grandi dirette in chiaro.9

    È però evidente che il contesto nel quale le “zone escluse” erano nate stava scomparendo.

    Il nuovo mercato televisivo non cancellò immediatamente la preoccupazione per gli incassi degli stadi. Quando nel 1996 Telepiù preparò il nuovo servizio pay-per-view, anche l’accesso alle partite a pagamento prevedeva inizialmente limitazioni per gli spettatori residenti nella provincia della squadra di casa. La vecchia “zona esclusa” stava però cambiando natura: non era più necessario intervenire su un trasmettitore, con tutti gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete analogica, perché l’accesso alla singola partita poteva essere regolato direttamente attraverso il servizio a pagamento.10

    Per decenni si era cercato di conciliare due esigenze apparentemente incompatibili: portare il calcio nelle case degli italiani e, nello stesso tempo, impedire che la televisione tenesse lontani dagli stadi proprio gli spettatori delle città coinvolte.

    Ne nacque una televisione curiosamente geografica, nella quale la stessa sera, sulla stessa rete e alla stessa ora, due spettatori potevano vedere programmi differenti. E nella quale un ripetitore poteva decidere che Vercelli fosse, almeno per novanta minuti, parte della “zona di Parma”.

    Parma-Foggia del 12 aprile 1995 rimane l’ultima fotografia che abbiamo trovato di quel modo ormai dimenticato di guardare il calcio in televisione.

    1. Loris Ciullini, Probabile contro la Grecia l’innesto di Zaccarelli, l’Unità, 27 dicembre 1975, p. 12. La decisione sull’estensione della diretta alle zone inizialmente escluse era rimessa, nel caso citato, a Federcalcio e Rai in base all’andamento della vendita dei biglietti. ↩︎
    2. Nino Sormani, Lecce-Pescara diretta tv su Raitre, La Stampa, 8 gennaio 1992, p. 28 ↩︎
    3. Radiocorriere TV, palinsesto di mercoledì 6 aprile 1994, p. 84; palinsesto di mercoledì 20 aprile 1994, p. 84. ↩︎
    4. La Rai pagherà 250 milioni, La Stampa, 20 dicembre 1994, p. 33 ↩︎
    5. RAI, Le stazioni televisive e radiofoniche della RAI, settembre 1989. L’opuscolo censisce anche le stazioni televisive extraregionali che interessavano ciascuna regione. ↩︎
    6. Camera dei deputati, IV legislatura, seduta del 18 gennaio 1968, interrogazione Ceruti n. 25856, Atti parlamentari, p. 42547. ↩︎
    7. Rai, un’altra beffa. Niente Parma-Foggia, La Stampa – Vercelli-Biella e Valsesia, 13 aprile 1995. L’articolo ricorda anche il precedente di Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994 e riporta la spiegazione Rai legata al trasmettitore di Monte Penice. ↩︎
    8. Gian Paolo Ormezzano, Se la tivù è l’ospite sgradito, La Stampa, 14 aprile 1995, p. 29 ↩︎
    9. Cominciò tutto il 29 febbraio, l’Unità, 12 dicembre 1996, p. 11. ↩︎
    10. Marcello Berengo Gardin, Pago, dunque vedo la tv, l’Unità, 9 settembre 1996, p. 7. L’abbonamento alle 34 partite della propria squadra era riservato ai residenti fuori dalla provincia della squadra stessa ↩︎