Autore: Vito Coletta

  • 29 agosto 1993. Lazio-Foggia: il debutto della Serie A in pay-TV

    29 agosto 1993. Lazio-Foggia: il debutto della Serie A in pay-TV

    La sera di domenica 29 agosto 1993, allo stadio Olimpico di Roma, Lazio e Foggia inaugurarono il loro campionato con uno 0-0. Sul campo non accadde nulla che sarebbe rimasto nella storia del calcio italiano. Davanti ai televisori, invece, quella partita segnò l’inizio di qualcosa destinato a cambiare profondamente le abitudini degli appassionati.

    Per la prima volta una gara di Serie A era stata sottratta alla tradizionale contemporaneità della domenica pomeriggio e collocata stabilmente in prima serata per essere trasmessa in diretta da una televisione a pagamento. A mostrarla era TELE+2, il canale sportivo della piattaforma Telepiù.

    Non era la prima volta che il pubblico italiano vedeva una partita del massimo campionato in diretta televisiva. La Rai aveva già trasmesso integralmente recuperi di gare rinviate, incontri collocati eccezionalmente fuori dal calendario ordinario e spareggi di fine stagione. Le partite della domenica, inoltre, venivano normalmente riprese per ricavarne immagini destinate a 90° minuto, alla Domenica Sportiva, alle sintesi e alle successive utilizzazioni televisive. La novità dell’estate 1993 era diversa: la diretta non nasceva più da un’eccezione del calendario, ma era il calendario a essere modificato appositamente per la televisione.1

    Un’estate che cambiò la domenica calcistica

    La svolta aveva preso forma durante le trattative per i diritti televisivi del campionato 1993-94. Nel nuovo assetto la Rai conservava il grande patrimonio del calcio in chiaro, mentre TELE+ otteneva un pacchetto di incontri destinati esclusivamente agli abbonati: 28 partite di Serie A e 32 di Serie B.

    Per il calcio italiano significava introdurre due nuovi appuntamenti regolari: l’anticipo di Serie B al sabato sera e il posticipo di Serie A alla domenica. Le ultime sei giornate restavano escluse dall’esperimento, così da conservare la contemporaneità degli incontri nella fase decisiva del campionato.

    L’accordo valeva circa 44 miliardi e 800 milioni di lire a stagione per tre anni. 2 Non si trattava ancora della pay-per-view che qualche anno più tardi avrebbe consentito di acquistare la singola partita: per vedere gli incontri di TELE+2 era necessario essere abbonati alla rete e possedere il decoder capace di decriptarne il segnale.3

    L’ingresso della pay-TV nel campionato fu accolto con curiosità ma anche con molte resistenze. Dirigenti, tifosi e osservatori si interrogavano sulle conseguenze per gli stadi, sul costo dell’abbonamento e sulla trasformazione di una domenica calcistica costruita per decenni intorno alle partite giocate tutte alla stessa ora. Anche all’interno della Rai la cessione di un pacchetto di dirette a un concorrente venne letta da alcuni come una rinuncia strategica.

    Il calcio italiano si avviava comunque nella stessa direzione già intrapresa da altri grandi campionati europei, dove anticipi, posticipi e televisioni a pagamento stavano progressivamente modificando gli orari delle partite.4

    Quale sarebbe stata la prima?

    La scelta della gara destinata a inaugurare la nuova epoca non fu immediata.

    Alla fine di luglio la stampa indicava diverse possibilità. Per la Serie B si parlava inizialmente di Palermo-Fiorentina; per la Serie A circolarono i nomi di Lecce-Milan e Napoli-Sampdoria.5 Il problema non era soltanto sportivo: bisognava costruire un calendario capace di distribuire le apparizioni fra le squadre, garantire incontri appetibili agli abbonati e nello stesso tempo evitare che le società più importanti monopolizzassero l’offerta.

    Il programma definitivo assegnò alla Serie B il primo appuntamento: sabato 28 agosto TELE+2 trasmise Monza-Padova. La sera successiva sarebbe toccato alla Serie A con Lazio-Foggia.

    È quindi necessario distinguere due primati: Monza-Padova inaugurò il nuovo ciclo delle dirette a pagamento dei campionati italiani; Lazio-Foggia fu la prima partita di Serie A trasmessa in diretta a pagamento e il primo posticipo televisivo programmato della massima serie.6

    La scelta aveva anche una particolarità tecnica e promozionale. L’inizio della trasmissione e i primi minuti dell’incontro sarebbero stati visibili in chiaro. Poi il segnale sarebbe stato criptato, lasciando le immagini soltanto agli abbonati.7

    Per molti telespettatori italiani il confine fra la vecchia e la nuova televisione calcistica sarebbe apparso materialmente sullo schermo.

    TELE+2 costruisce la sua domenica

    La guida televisiva del 29 agosto permette di vedere quanto l’operazione fosse più ambiziosa della semplice trasmissione di novanta minuti di calcio.

    TELE+2 proponeva alle 20 uno Speciale Serie A ed alle 20.30 la diretta di Lazio-Foggia. Dopo la partita erano previsti un nuovo Speciale Serie A e Studio Calcio.

    La partita diventava dunque il centro di una vera serata televisiva, con un prima e un dopo costruiti appositamente per il nuovo pubblico pagante.

    Anche la produzione delle immagini puntava a distinguersi. Quando la struttura dello stadio lo permetteva, TELE+2 utilizzava fino a dodici telecamere. Piccole telecamere grandangolari potevano essere installate all’interno delle porte, mentre altre apparecchiature mobili venivano collocate dietro la linea di fondo per offrire punti di vista diversi, in particolare sulle punizioni.

    Il calcio a pagamento cercava quindi di vendere non soltanto l’esclusiva della partita, ma anche una realizzazione televisiva più ricca.

    Il costo rende bene la portata della novità. Nell’agosto 1993 un decoder era in commercio a 149 mila lire; l’abbonamento a TELE+2 costava 38 mila lire al mese, mentre quello congiunto a TELE+1 e TELE+2 a 46 mila.8

    Per vedere Lazio-Foggia dopo la criptazione bisognava dunque aver già scelto di entrare nel nuovo mondo della televisione a pagamento.

    Fotogramma della diretta TELE+2 di Lazio-Foggia del 29 agosto 1993, con i giocatori in campo e il logo “TELE+2 DIRETTA” in alto a destra.
    Lazio-Foggia del 29 agosto 1993, primo posticipo di Serie A trasmesso in diretta a pagamento su TELE+2.

    Due telecronache per una partita

    TELE+2 aveva preparato anche un’altra novità.

    Accanto alla telecronaca tradizionale affidata a Massimo Marianella, l’abbonato poteva scegliere un secondo commento: quello della Gialappa’s Band.

    La soluzione sfruttava il doppio canale audio già utilizzato da TELE+1 per consentire la scelta fra la versione italiana e quella originale dei film. Attivando il comando normalmente destinato alla lingua alternativa, il telespettatore poteva quindi passare dalla telecronaca sportiva al commento satirico di Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci.9

    L’idea, annunciata all’inizio di agosto, provocò però una delle polemiche più singolari della vigilia.

    La Lega Calcio, e in particolare il presidente Luciano Nizzola, manifestò preoccupazione per una telecronaca definita dalla stampa perfino «demenziale»: si temeva che arbitri e dirigenti potessero diventare bersaglio delle battute del trio. Per alcuni giorni si parlò apertamente di censura preventiva.

    La Gialappa’s reagì minacciando di abbandonare TELE+2. Se non fosse stata lasciata libera di commentare la partita secondo il proprio stile, avrebbe trasferito la telecronaca su Radio Deejay.10

    A poche ore dal debutto la crisi rientrò. Dopo gli incontri fra i rappresentanti della pay-TV, la Lega e i componenti del gruppo, arrivò il via libera.11

    Così la prima serata pay della Serie A portò con sé anche un piccolo esperimento linguistico: la stessa partita poteva essere raccontata contemporaneamente in due modi completamente differenti.

    Il campionato parte con mezz’ora di ritardo

    Anche l’orario della prima partita ebbe una storia particolare.

    Il programma originario prevedeva Lazio-Foggia alle 20.30. Ma proprio nella giornata inaugurale del campionato i calciatori aderirono ad una protesta che prevedeva l’inizio degli incontri con trenta minuti di ritardo.

    La stampa della mattina aveva già previsto entrambe le possibilità: diretta alle 20.30, oppure alle 21 in caso di conferma dello sciopero. La protesta non rientrò e Lazio-Foggia cominciò quindi alle 21.

    La protesta regalò involontariamente a TELE+2 mezz’ora supplementare per presentare il suo primo posticipo di Serie A. Aldo Biscardi e lo studio continuarono il prepartita, alternando commenti e collegamenti con l’Olimpico fino al calcio d’inizio delle 21.12

    Nel frattempo chi non possedeva un abbonamento poteva comunque seguire l’incontro attraverso la radio. La Rai continuava infatti a raccontare il campionato in diretta radiofonica: quella sera la radiocronaca accompagnava gli ascoltatori mentre le immagini integrali restavano patrimonio degli abbonati TELE+2.13

    Era una fotografia perfetta di un sistema televisivo in trasformazione: il calcio continuava a essere un rito collettivo, ma non tutti potevano più vedere le stesse cose.

    «Alle 21 si ferma la città»

    A Foggia la novità assunse immediatamente una dimensione concreta.

    La Gazzetta del Mezzogiorno raccontò l’attesa per la partita con un titolo efficace: «Alle 21 si ferma la città».

    Secondo il quotidiano, a Foggia erano già circa un migliaio gli abbonati. Ma il decoder non significava necessariamente una visione domestica e individuale. Alcuni ristoranti avevano organizzato menu a prezzo contenuto con la partita proiettata su grande schermo; in altri casi erano state predisposte iniziative per assistere collettivamente alla diretta.14

    La pay-TV, nata come servizio riservato a chi poteva permettersi un abbonamento, produceva così quasi subito nuove forme di visione condivisa.

    Era una situazione paradossale: la partita diventava tecnicamente più esclusiva e nello stesso tempo poteva spingere gli spettatori a riunirsi in locali pubblici per aggirare, almeno socialmente, quella nuova separazione.

    Uno 0-0 che cambiò molto

    Lazio-Foggia terminò senza reti.

    La Lazio di Dino Zoff, priva di Giuseppe Signori, non riuscì a superare il Foggia di Zdeněk Zeman. Il risultato sportivo sarebbe rimasto uno dei tanti 0-0 della stagione.

    La vera notizia era ormai altrove.

    Per decenni la televisione italiana aveva raccontato il campionato soprattutto dopo che le partite erano finite: i gol di 90° minuto, le immagini della Domenica Sportiva, la cronaca registrata di un tempo, le sintesi e le differite. Le dirette integrali erano esistite, ma come eccezioni legate a recuperi, spareggi o particolari collocazioni del calendario.

    Dal 29 agosto 1993 il rapporto cominciò a rovesciarsi.

    Una partita veniva scelta settimane prima, spostata dalla domenica pomeriggio, collocata in prima serata e trasformata nel centro di un programma televisivo destinato esclusivamente agli abbonati. Intorno ad essa si costruivano uno studio, un prepartita, un post-partita, una produzione tecnica dedicata e perfino la possibilità di scegliere la telecronaca.

    Il sabato sera con la Serie B e la domenica sera con la Serie A aprivano così una nuova fase.

    Negli anni successivi gli anticipi e i posticipi si sarebbero moltiplicati, sarebbero arrivati la pay-per-view, le piattaforme satellitari e infine lo streaming. La contemporaneità della domenica pomeriggio avrebbe progressivamente perso la centralità che aveva avuto per generazioni.

    Nell’agosto del 1993 tutto questo era ancora all’inizio.

    E forse proprio per questo Lazio-Foggia, una partita senza gol, resta un momento importante nella storia della televisione italiana: non perché quella sera la Serie A apparve per la prima volta in diretta su uno schermo, ma perché per la prima volta il calendario della Serie A venne costruito per trasmettere una partita, la domenica sera, attraverso il segnale criptato di una pay-TV.


    1. Pier Augusto Stagi, «Replica con la griffe del made in Italy», l’Unità, 25 aprile 1990, p. 31; Redazione, «Milan-Sampdoria, thrilling per l’Uefa», l’Unità, 23 maggio 1987, p. 22. ↩︎
    2. Roberto Beccantini, «La pay-Tv ha fatto gol. Ogni domenica sera una gara di A», La Stampa, 2 luglio 1993, p. 31. ↩︎
    3. Marcello Berengo Gardin, «Pago, dunque vedo la tv», l’Unità, 9 settembre 1996, p. 7. ↩︎
    4. Aurelio Benigno, «Juve e Toro in pay-tv? No, grazie», La Stampa, 30 luglio 1993, p. 42; Fabio Monti, «I posticipi criptati fanno scandalo ma sono un’abitudine europea», Corriere della Sera, 23 agosto 1993. ↩︎
    5. F. Mo., «Palermo-Fiorentina e forse Napoli-Samp inaugurano la pay-Tv», Corriere della Sera, 30 luglio 1993. ↩︎
    6. Redazione, «La Lega delude Telepiù. Lazio-Foggia è la prima», Corriere della Sera, 31 luglio 1993, p. 27. ↩︎
    7. La stampa, alla presentazione del telecalendario, annunciava che sarebbero rimasti in chiaro i primi tre minuti della partita. ↩︎
    8. Redazione, «I programmi di oggi in TV», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21; Giorgio Dell’Arti, «Telepiù», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    9. Redazione, «Biscardi ingaggia la Gialappa’s», Corriere della Sera, 5 agosto 1993; Giorgio Dell’Arti, «Telepiù», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    10. Alberto Costa, «Gialappa’s, scatta la censura preventiva», Corriere della Sera, 25 agosto 1993, p. 29; Redazione, «Gialappa’s – In onda come vogliamo o ce ne andiamo», La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    11. Alberto Costa, «Sì alla Gialappa: “Nizzola è il nostro vero sponsor”», Corriere della Sera, 28 agosto 1993. ↩︎
    12. Nino De Feudis, «Foggia, esordio sotto le stelle», La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 agosto 1993, p. 21; Carlo Grandini, «“Negro lo chiameremo Di Colore”: cronaca di un’abbuffata di video-sport», Corriere della Sera, 30 agosto 1993. ↩︎
    13. Redazione, «I programmi di oggi in TV», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    14. Ernesto Tardivo, «Alle 21 si ferma la città», La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
  • Calcio in diretta, ma non ovunque: le “zone escluse” della Rai

    Calcio in diretta, ma non ovunque: le “zone escluse” della Rai

    Per molti anni una diretta calcistica della Rai poteva essere visibile in quasi tutta Italia e scomparire proprio nei luoghi più vicini allo stadio in cui si disputava la partita.

    Nelle guide televisive bastavano poche parole, spesso inserite tra parentesi accanto al programma: «con esclusione della zona di…». Per gli spettatori interessati significava che, all’ora della partita, sulla stessa rete sarebbe comparso qualcos’altro.

    Era il sistema degli oscuramenti territoriali, utilizzato soprattutto per evitare che la diretta televisiva sottraesse pubblico pagante agli stadi. Si trattava generalmente di una decisione presa dalla Rai di concerto con le società calcistiche, Lega e Federazione, le quali avevano un ruolo nella concessione della diretta e nella definizione delle condizioni con cui trasmetterla.1

    Il risultato, però, era tutto televisivo. La Rai doveva fare in modo che su una grande porzione del territorio nazionale andasse in onda la partita e che, contemporaneamente, su una porzione limitata fosse trasmesso un film o un altro programma sostitutivo.   

    Una televisione diversa a seconda della città

    La pratica attraversò diversi decenni e riguardò competizioni molto differenti: Nazionale, coppe europee, Coppa Italia e, in determinate circostanze, anche campionato.

    Ancora nei primi anni Novanta l’indicazione compariva normalmente nei palinsesti. L’8 gennaio 1992, per esempio, Lecce-Pescara di Serie B fu trasmessa da Raitre con l’esclusione della zona di Lecce.2

    Particolarmente chiaro è il caso della finale di Coppa Italia 1993-94 tra Ancona e Sampdoria. Il Radiocorriere TV del 6 aprile 1994 annunciava Ancona-Sampdoria su Raiuno precisando «con esclusione zona di Ancona». Due settimane dopo, per il ritorno del 20 aprile, la formulazione si capovolgeva insieme al campo di gioco: Sampdoria-Ancona, «con esclusione della zona di Genova».3

    Palinsesto Raiuno del 20 aprile 1994 con Sampdoria-Ancona e l’indicazione “con esclusione della zona di Genova”
    Sampdoria-Ancona, finale di ritorno di Coppa Italia, nel palinsesto di Raiuno del 20 aprile 1994. Fonte: Radiocorriere TV, 20 aprile 1994, p. 84.

    Per il telespettatore era una consuetudine riconoscibile. La partita era regolarmente presente nel palinsesto nazionale, ma la nota avvertiva che non tutti l’avrebbero vista.

    Un esempio emblematico che permette di comprendere con particolare precisione il principio economico che giustificava questa prassi è quello del 21 dicembre 1994. In quella data era stato programmato il recupero della gara di serie A tra Torino e Milan, incontro rinviato per la concomitanza di un impegno internazionale della formazione rossonera. La gara venne trasmessa alle 14,30 su Raidue, ad esclusione della zona di Torino.

    La soluzione consentiva alla società granata di salvaguardare l’incasso dello stadio e contemporaneamente di ricevere il compenso televisivo: la Rai avrebbe, infatti, versato circa 250 milioni di lire.4

    La diretta, quindi, era preziosa, purché non entrasse nelle case dei potenziali spettatori dello stadio.

    Ma a cosa corrispondeva davvero la “zona esclusa”?

    La formula dei palinsesti faceva pensare a un confine preciso: zona di Torino, zona di Milano, zona di Parma. La realtà della televisione analogica era molto meno ordinata.

    I segnali Rai non seguivano i confini delle province o delle regioni. Un grande centro trasmittente poteva servire territori molto vasti e sconfinare nelle regioni confinanti.5 Di conseguenza, per impedire la visione della partita nella città interessata si rischiava di oscurare il segnale anche agli spettatori che con quella città non avevano nulla a che fare.

    Il problema era noto da molto tempo.

    Già nel 1967 arrivò alla Camera il caso di Piacenza, rimasta coinvolta negli oscuramenti disposti per partite giocate a Milano o Torino. Nell’interrogazione parlamentare veniva chiamato direttamente in causa il trasmettitore di Monte Penice: intervenire sul segnale destinato alle aree da escludere poteva produrre conseguenze anche sul territorio piacentino.6

    Quasi trent’anni dopo lo stesso nome, Monte Penice, sarebbe ricomparso in una vicenda sorprendentemente simile.

    Parma-Foggia e la partita oscurata a Vercelli

    Il 12 aprile 1995 Raidue trasmise Parma-Foggia, ritorno della semifinale di Coppa Italia. La partita era annunciata in diretta con la sola esclusione della zona di Parma.

    Ma quando arrivò il momento della gara, anche i telespettatori collegati da Vercelli rimasero senza calcio.

    Il giorno successivo la stampa locale segnalò il problema riportando il malcontento degli spettatori televisivi della zona.

    La sorpresa era stata ancora maggiore perché la normale programmazione di Raidue aveva accompagnato gli spettatori fino all’inizio della diretta. Terminati i programmi precedenti, venne annunciato il collegamento con la partita. A quel punto, però, nelle zone coinvolte dall’oscuramento comparve al suo posto la replica di un film con Carlo Verdone.

    Vercelli, evidentemente, era finita dentro quella che televisivamente veniva considerata la “zona di Parma”.

    Non era neppure la prima volta. Un problema analogo si era verificato l’anno precedente in occasione di un’altra gara di Coppa Italia, Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994. La spiegazione Rai chiamava in causa proprio Monte Penice. Per oscurare Parma era necessario intervenire su un impianto che serviva anche una parte consistente del Piemonte.7

    La geografia televisiva aveva prevalso su quella amministrativa.

    Il paradosso era evidente: una limitazione pensata per proteggere l’incasso del Tardini finiva per coinvolgere telespettatori residenti a oltre cento chilometri da Parma, ben al di fuori dell’area che si intendeva tutelare.

    Un sistema sempre più difficile da controllare

    La vicenda non passò inosservata.

    Il 14 aprile 1995, dalle colonne della Stampa, Gian Paolo Ormezzano tornò sull’argomento.

    Il giornalista ricordava sia Parma-Foggia sia Juventus-Lazio, altra semifinale giocata il giorno precedente, che era stata oscurata nell’area torinese e sottolineava due problemi ormai evidenti.

    Il primo era economico. Nonostante l’esclusione televisiva, allo stadio si erano presentati circa 10.900 paganti a Torino e 7.170 a Parma: numeri che rendevano discutibile l’effettiva capacità dell’oscuramento di riportare il pubblico sugli spalti.

    Il secondo problema era tecnologico. In alcune località teoricamente oscurate il segnale della partita poteva comunque essere captato; in altre, che non avrebbero dovuto essere interessate dall’esclusione, la gara scompariva.8

    Era il limite strutturale di un sistema nato in un’altra epoca televisiva. Con antenne sempre più efficienti e segnali provenienti da impianti diversi, stabilire con precisione chi dovesse vedere una partita e chi no diventava sempre più difficile.

    Gli inconvenienti non riguardavano soltanto il Nord Italia. In altre zone del Paese la copertura dei grandi trasmettitori superava ugualmente i confini regionali. Le testimonianze relative alle partite del Napoli, per esempio, ricordano località del Lazio meridionale servite dai segnali provenienti dalla Campania che potevano essere coinvolte negli oscuramenti predisposti per le gare casalinghe della squadra partenopea.

    Il tramonto delle “zone escluse”

    Parma-Foggia del 12 aprile 1995 segna il punto terminale della pratica documentata degli oscuramenti territoriali Rai. Nelle finali della stessa Coppa Italia, Juventus-Parma del giugno successivo, l’annotazione non compare più. La stessa cosa avviene nelle dirette della stagione 1995-96: anche Sampdoria-Juventus, anticipo di Serie A trasmesso da Raiuno il 13 aprile 1996, viene annunciata senza alcuna esclusione della zona di Genova.

    Il passaggio è significativo. Nei giorni di Parma-Foggia gli oscuramenti erano ancora applicati, ma venivano ormai apertamente contestati per la loro efficacia economica e per gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete dei trasmettitori. Nelle successive dirette calcistiche quella formula che per decenni aveva accompagnato i palinsesti Rai scompare.

    Un calcio televisivo che stava cambiando

    Erano anche gli ultimi mesi di un sistema di diritti televisivi destinato a trasformarsi rapidamente.

    Il contratto tra Rai e Lega sarebbe scaduto nel 1996. Nell’estate di quell’anno la nuova gara per i diritti avrebbe modificato profondamente il mercato, con il gruppo Cecchi Gori, proprietario di TMC, tra i protagonisti della competizione per i nuovi pacchetti calcistici e con una frammentazione dell’offerta ormai lontana dal modello nel quale la televisione pubblica gestiva quasi da sola le grandi dirette in chiaro.9

    È però evidente che il contesto nel quale le “zone escluse” erano nate stava scomparendo.

    Il nuovo mercato televisivo non cancellò immediatamente la preoccupazione per gli incassi degli stadi. Quando nel 1996 Telepiù preparò il nuovo servizio pay-per-view, anche l’accesso alle partite a pagamento prevedeva inizialmente limitazioni per gli spettatori residenti nella provincia della squadra di casa. La vecchia “zona esclusa” stava però cambiando natura: non era più necessario intervenire su un trasmettitore, con tutti gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete analogica, perché l’accesso alla singola partita poteva essere regolato direttamente attraverso il servizio a pagamento.10

    Per decenni si era cercato di conciliare due esigenze apparentemente incompatibili: portare il calcio nelle case degli italiani e, nello stesso tempo, impedire che la televisione tenesse lontani dagli stadi proprio gli spettatori delle città coinvolte.

    Ne nacque una televisione curiosamente geografica, nella quale la stessa sera, sulla stessa rete e alla stessa ora, due spettatori potevano vedere programmi differenti. E nella quale un ripetitore poteva decidere che Vercelli fosse, almeno per novanta minuti, parte della “zona di Parma”.

    Parma-Foggia del 12 aprile 1995 rimane l’ultima fotografia che abbiamo trovato di quel modo ormai dimenticato di guardare il calcio in televisione.

    1. Loris Ciullini, Probabile contro la Grecia l’innesto di Zaccarelli, l’Unità, 27 dicembre 1975, p. 12. La decisione sull’estensione della diretta alle zone inizialmente escluse era rimessa, nel caso citato, a Federcalcio e Rai in base all’andamento della vendita dei biglietti. ↩︎
    2. Nino Sormani, Lecce-Pescara diretta tv su Raitre, La Stampa, 8 gennaio 1992, p. 28 ↩︎
    3. Radiocorriere TV, palinsesto di mercoledì 6 aprile 1994, p. 84; palinsesto di mercoledì 20 aprile 1994, p. 84. ↩︎
    4. La Rai pagherà 250 milioni, La Stampa, 20 dicembre 1994, p. 33 ↩︎
    5. RAI, Le stazioni televisive e radiofoniche della RAI, settembre 1989. L’opuscolo censisce anche le stazioni televisive extraregionali che interessavano ciascuna regione. ↩︎
    6. Camera dei deputati, IV legislatura, seduta del 18 gennaio 1968, interrogazione Ceruti n. 25856, Atti parlamentari, p. 42547. ↩︎
    7. Rai, un’altra beffa. Niente Parma-Foggia, La Stampa – Vercelli-Biella e Valsesia, 13 aprile 1995. L’articolo ricorda anche il precedente di Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994 e riporta la spiegazione Rai legata al trasmettitore di Monte Penice. ↩︎
    8. Gian Paolo Ormezzano, Se la tivù è l’ospite sgradito, La Stampa, 14 aprile 1995, p. 29 ↩︎
    9. Cominciò tutto il 29 febbraio, l’Unità, 12 dicembre 1996, p. 11. ↩︎
    10. Marcello Berengo Gardin, Pago, dunque vedo la tv, l’Unità, 9 settembre 1996, p. 7. L’abbonamento alle 34 partite della propria squadra era riservato ai residenti fuori dalla provincia della squadra stessa ↩︎
  • Inghilterra-Italia 1997: la notte in cui TMC sfidò la Rai

    Inghilterra-Italia 1997: la notte in cui TMC sfidò la Rai

    Diritti televisivi, frequenze, polemiche e oltre undici milioni di spettatori: la storia della trasmissione della sfida di Wembley del 12 febbraio 1997

    Il 12 febbraio 1997 l’Italia di Cesare Maldini vinse a Wembley grazie a un gol di Gianfranco Zola. È una partita rimasta nella storia della Nazionale, ma quella sera si giocò anche un’altra sfida, tutta televisiva.

    Fu una delle poche volte che la diretta degli azzurri non andò in onda sulla Rai. La diretta apparteneva a Telemontecarlo, che sotto la gestione Cecchi Gori stava cercando di ritagliarsi uno spazio da vero terzo polo televisivo nazionale. Il problema era che TMC, a differenza di Rai e Mediaset, non riusciva ancora a raggiungere con il proprio segnale tutto il territorio italiano.

    Così, nei giorni precedenti la partita, una grande esclusiva sportiva si trasformò in un caso nazionale. Si discussero i diritti degli spettatori, il ruolo del servizio pubblico, la distribuzione delle frequenze, le possibilità tecniche di utilizzare i ripetitori Rai e perfino l’intervento del governo. Per milioni di italiani la domanda non era più soltanto chi avrebbe vinto a Wembley, ma anche una molto più concreta: riusciremo a vedere la partita?

    Il colpo di Telemontecarlo

    L’operazione era cominciata quasi due mesi prima. Il 19 dicembre 1996 il gruppo Cecchi Gori annunciò di avere acquisito in esclusiva per l’Italia i diritti televisivi di Inghilterra-Italia.

    Non si trattava di un acquisto isolato. L’accordo con la tedesca UFA, appartenente al gruppo Bertelsmann, rientrava in una strategia più ampia che avrebbe consentito a TMC e TMC2 di trasmettere una serie di incontri internazionali legati alle qualificazioni ai Mondiali del 1998 e agli Europei del 2000.1

    Il calcio era uno degli strumenti sui quali Vittorio Cecchi Gori puntava per rafforzare le proprie televisioni. In quei mesi TMC aveva riconquistato anche spazi importanti nel mercato dei diritti della Serie A e la partita della Nazionale rappresentava un’occasione difficilmente ripetibile: una grande sfida internazionale, giocata a Wembley e determinante nel cammino verso Francia ’98.

    Le cifre raccontano la dimensione dell’affare. Secondo l’Unità, il pacchetto comprendente Inghilterra-Italia, la gara delle nazionali Under 21 e una cinquantina di altri incontri internazionali era costato circa 10 miliardi di lire. La raccolta pubblicitaria collegata all’evento aveva già superato i tre miliardi e mezzo. Considerando il mercato internazionale dei diritti, il giornale stimava in circa trenta miliardi il giro televisivo complessivo dell’operazione.

    TMC aveva dunque acquistato un evento pienamente nazionale. Ma mancava ancora qualcosa di fondamentale: una copertura altrettanto nazionale.

    Il problema delle frequenze

    Alla vigilia della partita le stime pubblicate dai quotidiani indicavano per TMC una copertura di circa il 78 per cento del territorio nazionale e per TMC2 intorno al 75 per cento.

    Le percentuali, però, raccontavano solo una parte del problema. La ricezione analogica dipendeva dalle postazioni, dall’orografia, dagli impianti e persino dall’orientamento delle antenne. Le zone maggiormente penalizzate si trovavano soprattutto nel Mezzogiorno, nelle isole e nelle aree montane.

    La cronaca locale permette di capire quanto la questione fosse concreta. A Napoli Il Mattino spiegava ai lettori persino da quale impianto avrebbero potuto ricevere la partita. Chi aveva l’antenna orientata verso il Faito non avrebbe avuto particolari difficoltà; per un’altra parte della città il segnale sarebbe arrivato dai Camaldoli attraverso il canale UHF 49, indicato dal quotidiano come «l’ultimo acquisto napoletano di Tmc2».

    È un dettaglio apparentemente tecnico, ma racconta bene la situazione della televisione italiana di quegli anni. TMC e TMC2 stavano costruendo la propria copertura nazionale anche attraverso l’acquisizione di nuove frequenze nei diversi mercati locali. La grande rete nazionale, insomma, si costruiva ancora una frequenza alla volta.

    E non sempre bastava. A Napoli lo stesso Fabio Cannavaro, alla vigilia del suo esordio da titolare con la Nazionale, raccontò che nella casa della sua famiglia Telemontecarlo non si riceveva: suo padre sarebbe andato direttamente a Wembley, mentre parenti e amici avrebbero dovuto spostarsi dove il segnale arrivava.2

    Mappa della copertura televisiva di TMC e TMC2 in Italia nel febbraio 1997, con le aree servite dai rispettivi ripetitori
    Mappa della copertura televisiva offerta da Tmc e Tmc2 nel febbraio 1997, da “La Gazzetta del  Mezzogiorno”

    «Un’Italia di serie A e una di serie B»

    Con l’avvicinarsi del 12 febbraio la questione uscì rapidamente dalle pagine sportive.

    Associazioni di consumatori e movimenti per i diritti degli utenti presentarono esposti e chiesero l’intervento del Garante, della Federcalcio, del Coni e del Ministero delle Poste. Il nodo era semplice: poteva una partita della Nazionale, potenzialmente non ricevibile da milioni di cittadini, rimanere esclusiva di una rete dalla copertura incompleta?

    Telemontecarlo replicava che i diritti erano stati regolarmente acquistati e che proprio il clamore suscitato dalla partita dimostrava un problema precedente e molto più ampio: la mancata disponibilità delle frequenze necessarie per competere ad armi pari con Rai e Mediaset.

    Vittorio Cecchi Gori lo disse apertamente in una lettera diffusa alla vigilia della gara. Parlò di un’Italia televisiva divisa tra una «serie A», nella quale era possibile scegliere tra più emittenti, e una «serie B» costretta a ricevere soltanto le reti dei due grandi gruppi dominanti. Chiese inoltre che venissero rispettati gli impegni parlamentari per consentire a Telemontecarlo di raggiungere una copertura realmente nazionale.3

    In poche ore, quindi, Inghilterra-Italia era diventata anche una discussione sul futuro assetto del sistema televisivo italiano.

    La difficile trattativa con la Rai

    A quel punto entrò in scena la Rai.

    Una trasmissione simultanea sull’intero territorio avrebbe sostanzialmente annullato il valore dell’esclusiva acquistata da TMC. Si cercò allora una soluzione che permettesse almeno agli spettatori delle zone non raggiunte dal segnale di vedere la partita.

    Non era la prima volta che Rai e Cecchi Gori si confrontavano sui diritti di una trasferta azzurra. TMC aveva inizialmente acquisito anche Polonia-Italia del 2 aprile 1997, ma già nel giugno dell’anno precedente i diritti erano passati alla Rai nell’ambito di un accordo più ampio fra i due gruppi, comprendente anche eventi UER, film e la Coppa delle Coppe della Fiorentina. Durante la trattativa per Wembley, TMC avrebbe ricordato quella precedente cessione sostenendo di aver venduto Polonia-Italia alla Rai a condizioni economiche sfavorevoli, per quattro miliardi di lire.4

    Telemontecarlo propose una possibilità singolare: utilizzare i ripetitori Rai soltanto nelle aree scoperte, facendo però arrivare il segnale della televisione di Cecchi Gori, completo di logo e pubblicità TMC.

    La Rai rispose che tecnicamente non era possibile delimitare con precisione la trasmissione alle sole zone non servite da Telemontecarlo. Orientare trasmettitori e ripetitori in quel modo avrebbe potuto produrre ampie sovrapposizioni e rendere la partita visibile contemporaneamente sulle due reti anche dove TMC era già presente.

    Fallita questa strada, rimaneva la differita.

    Ancora la mattina del 12 febbraio la trattativa sembrava bloccata su un curioso 4 a 2 che non aveva nulla a che vedere con il risultato della partita: quattro miliardi richiesti da TMC, due quelli che la Rai era disposta a offrire. A complicare ulteriormente l’accordo c’era l’orario. Cecchi Gori era disposto a concedere le immagini solo molto tardi, per non sottrarre pubblico alla propria diretta.

    Nelle trattative intervennero anche esponenti del governo, tra cui il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni e il sottosegretario alle Poste Vincenzo Vita. Intanto la vicenda assumeva toni sempre più accesi: agli inviati di Rai e Mediaset era stato inizialmente negato persino l’accesso a Wembley prima della conclusione della partita.

    Alla fine il compromesso arrivò.5

    La diretta resta a TMC

    La sera del 12 febbraio Telemontecarlo trasformò Wembley nel proprio grande evento televisivo.

    La programmazione speciale cominciò già alle 18.30. Alle 18.55 venne trasmesso Inghilterra-Italia Under 21 da Bristol; alle 20.50 arrivò la diretta della Nazionale maggiore da Wembley, seguita alle 22.50 dallo speciale del dopopartita. Lo stesso incontro fu programmato contemporaneamente anche su TMC2.

    Al microfono c’erano Massimo Caputi e Giacomo Bulgarelli. Attorno a loro TMC costruì però un commento più ampio, coinvolgendo anche Gianluca Vialli e Roberto Mancini. La formula attirò l’attenzione della critica televisiva e nei giorni successivi ricevette giudizi generalmente positivi; persino la Gialappa’s Band sottolineò favorevolmente la presenza dei due calciatori nel racconto della partita.

    Anche alla radio la partita segnò una rottura con la tradizione. I diritti radiofonici erano usciti dall’orbita Rai e la diretta venne affidata a Radio Monte Carlo e Rete 105, che per l’occasione trasmisero a reti unificate. Da Wembley la radiocronaca fu affidata a Enzo Foglianese, storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto da poco in pensione dalla Rai, affiancato da José Altafini. Per ampliare ulteriormente la copertura, le due emittenti ricorsero anche alle onde medie. Mentre TMC raccontava Wembley in televisione con Caputi e Bulgarelli, la Nazionale rompeva così un altro monopolio storico: per la prima volta la sua radiocronaca integrale in diretta non passava dai microfoni di Radio Rai.6

    Per la televisione si dovette aspettare.

    Il compromesso finale prevedeva che Raiuno potesse trasmettere la partita dopo la mezzanotte, quando ormai la diretta TMC e gli speciali immediatamente successivi erano terminati. I due miliardi messi sul tavolo dalla Rai non sarebbero finiti nelle casse di Cecchi Gori: vennero destinati in beneficenza alla Pia Casa di Lavoro di Montedomini e all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

    La diretta, però, era rimasta interamente nelle mani di Telemontecarlo.

    Undici milioni davanti a TMC

    Alle 21 l’arbitro Sandor Puhl diede il via alla partita.

    Dopo diciannove minuti Gianfranco Zola segnò il gol che sarebbe rimasto l’unico dell’incontro. L’Italia difese il vantaggio fino alla fine e conquistò una vittoria destinata a entrare nella memoria sportiva del Paese.

    Per TMC fu contemporaneamente una delle serate più importanti della propria storia.

    Secondo i dati Auditel pubblicati nei giorni successivi, 11.271.000 spettatori seguirono mediamente la partita sulle televisioni di Cecchi Gori, con il 38,78 per cento di share. Nel primo tempo furono 11,346 milioni; nella ripresa 11,199 milioni. Quasi 17,85 milioni di persone videro almeno un minuto dell’incontro, mentre considerando anche gli speciali prima e dopo la gara i contatti complessivi salirono a 22,691 milioni.

    Numeri da grande rete nazionale, ottenuti paradossalmente proprio mentre l’intero Paese discuteva delle zone nelle quali quella rete non poteva essere ricevuta.

    La differita di Raiuno, iniziata pochi minuti dopo mezzanotte, con commento di Carlo Nesti, ebbe invece 527.000 spettatori e il 12,38 per cento di share.7

    La copertura della partita sembra essere stata ampliata, almeno in alcune zone non raggiunte direttamente dal segnale di TMC e TMC2, anche attraverso emittenti locali che avrebbero rilanciato le immagini delle reti di Cecchi Gori. Le testimonianze raccolte a distanza di anni non permettono di ricostruire in modo completo la rete di questi collegamenti, ma ne rimangono alcune tracce significative.

    Una riguarda l’emittente pugliese Teledue: un telespettatore lucano ricorda di aver seguito e registrato l’incontro nella zona di Pisticci proprio attraverso l’emittente, in un’area nella quale TMC non era normalmente ricevibile. Della registrazione VHS sopravvive un fotogramma in cui compaiono contemporaneamente i loghi di Teledue e TMC.8

    La sfida televisiva, almeno quella sera, l’aveva vinta nettamente Telemontecarlo.

    Fotogramma di Inghilterra-Italia del 12 febbraio 1997 con i loghi di Teledue e TMC
    Fotogramma della partita con i loghi di Teledue e TMC, tratto da una registrazione VHS dell’epoca

    Una partita che mostrò i limiti della televisione italiana

    Il giorno dopo rimaneva però una questione più grande del risultato Auditel.

    Inghilterra-Italia aveva dimostrato che esisteva ormai un mercato nel quale anche un’emittente diversa da Rai e Mediaset poteva acquistare uno dei più importanti eventi sportivi dell’anno e attirare davanti allo schermo oltre undici milioni di persone. Allo stesso tempo aveva mostrato quanto fosse difficile parlare di vera concorrenza nazionale quando le reti non disponevano della stessa possibilità di raggiungere il pubblico.

    Il dibattito toccava anche il significato stesso del servizio pubblico. Era compito della Rai garantire necessariamente la visione di una partita della Nazionale? Oppure era sufficiente che l’evento fosse disponibile gratuitamente, indipendentemente dall’emittente che ne aveva acquistato i diritti? E cosa accadeva quando quella televisione gratuita non poteva materialmente essere ricevuta in una parte del Paese?

    Sono domande che continuarono a essere discusse anche dopo Wembley. Enrico Menduni, sulle pagine de l’Unità, osservò come quella vicenda avesse messo in evidenza una nozione ormai problematica di servizio pubblico e la necessità di distinguere tra mercato dei diritti ed eventi considerati di particolare interesse collettivo.9

    Vista oggi, la sera del 12 febbraio 1997 appare così come una fotografia particolarmente nitida della televisione italiana alla fine degli anni Novanta.

    TMC aveva conquistato sul mercato una partita da grande rete nazionale. Il pubblico rispose con numeri eccezionali. Ma intorno a quella diretta emerse anche tutto ciò che ancora impediva a Telemontecarlo di competere pienamente, anche sul piano della copertura, con i due grandi poli televisivi nazionali: frequenze insufficienti, zone d’ombra, impianti da acquistare e una struttura distributiva ancora incompleta.

    Per novanta minuti, però, il centro della televisione italiana non fu a viale Mazzini né a Cologno Monzese.

    Fu a Wembley, con il logo giallo di TMC nell’angolo dello schermo.

    1. Roberto Beccantini, «Cecchi Gori: l’Italia è mia», La Stampa, 20 dicembre 1996; «Una partita da cinquanta miliardi», l’Unità, 7 febbraio 1997. ↩︎
    2. Il Mattino, 11 febbraio 1997; La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
    3. Marcella Ciarnelli, «Rai, differita all’ultimo minuto?», l’Unità, 12 febbraio 1997 ↩︎
    4. «Calcio, Cecchi Gori fa la pace. “Coppa delle Coppe” alla Rai», Corriere della Sera, 14 giugno 1996; Paolo Conti, «La Rai paga due miliardi gli avanzi di Tmc», Corriere della Sera, 13 febbraio 1997 ↩︎
    5. Stefania Ulivi, «La diretta di Wembley spacca in due l’Italia», Corriere della Sera, 11 febbraio 1997; Paolo Conti, «Diretta tv, Cecchi Gori batte anche Veltroni», Corriere della Sera, 12 febbraio 1997; Marcella Ciarnelli, «Rai, differita all’ultimo minuto?», l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
    6. La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; La Stampa, 11 febbraio 1997; Paolo Del Forno, Francesco Perilli, La radio… che storia!, 1997; Maria Novella Oppo, «E la Gialappa’s la promuove. “Nomi giusti, meglio di Pizzul”», l’Unità, 14 febbraio 1997. ↩︎
    7. Giancarla Ghisi, «E Tmc dichiara la vittoria degli ascolti», Corriere della Sera, 14 febbraio 1997. ↩︎
    8. Un testimone, rintracciato nel corso della ricerca, riferisce che nella propria zona erano ricevibili due differenti frequenze di Teledue, non sempre caratterizzate dal medesimo materiale pubblicitario. Su una delle emissioni destinate all’area lucana venivano talvolta riproposti programmi di TMC, generalmente con uno scarto di circa mezz’ora. ↩︎
    9. Enrico Menduni, «Rai-Nazionale, la brutta figura aiuti a meditare», l’Unità, 14 febbraio 1997 ↩︎
  • Il Lotto nella televisione italiana. Quando la Rai dava i numeri

    Il Lotto nella televisione italiana. Quando la Rai dava i numeri

    Dal bollettino letto in pochi minuti al Televideo, fino alle estrazioni in diretta e a Il Lotto alle Otto: per decenni anche i numeri del Lotto hanno avuto un loro posto nel palinsesto televisivo.

    Per molto tempo, per conoscere i numeri del Lotto non bastava prendere in mano uno smartphone. Bisognava aspettare. Attendere il giornale, passare dalla ricevitoria oppure accendere la televisione e aspettare che la Rai desse, letteralmente, i numeri.

    Quello delle “Estrazioni del Lotto” è stato per decenni uno dei più piccoli e longevi appuntamenti di servizio della televisione italiana. Pochi minuti, talvolta pochi secondi: una sigla, una tabella con le dieci ruote e le voci degli speaker Rai — Roberto Di Palma e Piero Bernacchi tra quelle più riconoscibili, insieme negli anni ad altri annunciatori come Augusto Lombardi — che scandivano una dopo l’altra le cinquine estratte.1

    Dietro quella presenza apparentemente marginale si nasconde però una curiosa storia televisiva, fatta di Monopoli di Stato, Televideo, cambi d’orario, grafiche diventate familiari e, alla fine degli anni Novanta, perfino di un vero programma costruito attorno all’estrazione.

    Il Lotto, un gioco dello Stato

    Il rapporto fra Lotto e televisione nasce anzitutto dalla particolare natura del gioco. Il Lotto non era una lotteria privata: il suo esercizio era riservato allo Stato e faceva capo all’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato.

    La comunicazione dei risultati aveva quindi una evidente funzione pubblica. L’ufficialità delle estrazioni non dipendeva dalla televisione — esistevano appositi bollettini ufficiali — ma la Rai permetteva di portare rapidamente quei numeri nelle case di milioni di italiani.

    Quelle brevi trasmissioni sono da considerare come una delle forme con cui il servizio pubblico radiotelevisivo diffondeva un’informazione di interesse generale.2

    E per generazioni di telespettatori quell’informazione divenne anche una piccola abitudine settimanale.

    Quando la Rai “dava i numeri”

    Il Lotto compare nei palinsesti televisivi Rai già negli anni Cinquanta. In alcune epoche la comunicazione era accostata direttamente al Telegiornale; in altre aveva uno spazio autonomo di pochissimi minuti.

    Per molti anni l’estrazione avveniva il sabato intorno a mezzogiorno, mentre la televisione comunicava i risultati più tardi. Negli anni Sessanta poteva capitare di trovarli nel tardo pomeriggio o in preserale; negli anni Ottanta e Novanta la Rai arrivò persino a ripetere i numeri più volte nel corso della stessa giornata.

    Quando nelle vecchie guide televisive compare la dicitura Estrazioni del Lotto, non significa necessariamente che il telespettatore stesse assistendo all’estrazione in diretta, ma si trattava semplicemente della lettura del bollettino.

    In alcuni sabati degli anni Novanta, per esempio, la stessa estrazione poteva essere comunicata una prima volta all’ora di pranzo su Raiuno e poi riproposta nel pomeriggio su Raidue.

    Anche la grafica contribuì a rendere familiare quell’appuntamento. Tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta si consolidò un’immagine facilmente riconoscibile: sfondo blu, cornucopia nell’angolo, dieci ruote ordinate in una griglia e cinquanta numeri già visibili sullo schermo.

    Una grafica essenziale, quasi istituzionale. Non doveva intrattenere: doveva semplicemente informare.

    Prima di Internet c’era il Televideo

    Dal 1984 alla televisione lineare si affiancò però un concorrente molto particolare: il Televideo.

    Per chi disponeva di un televisore adatto non era più indispensabile aspettare l’orario stabilito dal palinsesto. Bastava richiamare la pagina dedicata alle estrazioni e verificare se i risultati fossero già stati aggiornati.3

    Era, per certi versi, una piccola anticipazione delle abitudini odierne: l’informazione non arrivava più soltanto quando la televisione decideva di trasmetterla, ma poteva essere cercata dal telespettatore nel momento desiderato.

    Il rapporto fra Lotto e Televideo sarebbe durato a lungo, sopravvivendo perfino all’arrivo di Internet. Ancora molti anni dopo, le pagine dedicate a Lotto e lotterie continuavano a registrare milioni di consultazioni.

    1997: il Lotto cambia orario

    La vera svolta arriva nel 1997.

    Fino a quel momento esisteva una sola estrazione settimanale, il sabato. Con la riforma viene introdotta anche quella del mercoledì con un radicale cambio di orario: la raccolta delle giocate viene prolungata fino alle 19.30 e le operazioni di estrazione possono iniziare soltanto dopo le 20.30.

    La prima estrazione serale e infrasettimanale della storia del Lotto si tiene il 12 marzo 1997.4 La stampa dell’epoca presenta il raddoppio anche come un’operazione destinata a incrementare gli introiti dello Stato e a finanziare interventi sul patrimonio artistico.

    Il Lotto è diventato serale. Ma non è ancora pienamente televisivo.

    Nei primi mesi della nuova formula, infatti, la Rai continua spesso a comunicare i risultati molto più tardi: il mercoledì intorno alle 22.30, il sabato anche verso le 23. In pratica potevano trascorrere oltre due ore fra l’inizio delle operazioni e la lettura televisiva.

    È proprio in questa fase che si distinguono anche due diverse grafiche. Su Raiuno rimane un’impostazione dominata dal blu e, in alcuni periodi, i numeri vengono mostrati progressivamente mentre lo speaker legge le varie ruote. Su Raidue compare invece una grafica più asciutta, dominata da grigio e rosso, con tutte le cinquine già raccolte nella griglia.

    Piccoli dettagli, ma sufficienti a rendere riconoscibile anche visivamente il Lotto delle due reti.

    Schermata delle Estrazioni del Lotto su Raidue del 16 aprile 1997, con grafica grigia e rossa e i numeri delle ruote
    La grafica delle Estrazioni del Lotto su Raidue, 16 aprile 1997

    1998: l’estrazione entra davvero in televisione

    Appena un anno dopo avviene il passaggio decisivo.

    Nel febbraio 1998 il Corriere della Sera annuncia con un titolo curioso: «Il Lotto debutta in tv». In realtà i numeri del Lotto erano presenti sulla Rai da decenni. La novità era un’altra: per la prima volta sarebbe stata mostrata regolarmente l’estrazione in diretta.

    Il progetto prevedeva un appuntamento su Raidue dalle 20 alle 20.30. Il mercoledì e il sabato il programma avrebbe seguito direttamente le operazioni di estrazione; negli altri giorni avrebbe proposto giochi, curiosità e racconti legati alla tradizione del Lotto.5

    Alla fine di marzo nasce così Il Lotto alle Otto.

    La coincidenza con l’organizzazione delle estrazioni è significativa. Dal 1º aprile 1998 l’orario ufficiale viene anticipato dalle 20.30 alle 20.00. Il nuovo programma debutta il 30 marzo e, due giorni dopo, può già ospitare la prima estrazione del mercoledì nel nuovo orario.6

    La televisione e il Lotto, fino a quel momento separati da ore di attesa, finiscono finalmente per incontrarsi.

    Il Lotto alle Otto: quando il bollettino diventa spettacolo

    Con Il Lotto alle Otto cambia completamente il linguaggio.

    Non c’è più soltanto una tabella da leggere. Il Lotto diventa un piccolo spettacolo televisivo fatto di Smorfia, cabala, tradizioni popolari, curiosità sui numeri e giochi per il pubblico.

    La prima edizione è condotta da Massimo Giletti, con Francesco Salvi e Stefania Orlando, sotto la guida di Michele Guardì.

    Nei giorni di estrazione arriva il momento più atteso: il collegamento con la sala in cui vengono estratti i numeri. È ancora l’epoca delle urne, dei bussolotti e del tradizionale rituale del bambino bendato chiamato a scegliere le sfere.

    Anche dietro la nascita del programma c’è una storia interessante. Per l’assegnazione televisiva delle estrazioni fu organizzata una gara da Lottomatica: oltre alla Rai partecipò Telemontecarlo, che aveva immaginato un programma con Rita Forte. La proposta Rai fu giudicata più adatta a valorizzare la tradizione del gioco.

    E il Lotto diventò perfino un piccolo caso di concorrenza interna alla televisione pubblica.

    La collocazione immediatamente precedente al TG2 rendeva infatti l’estrazione un possibile traino per il telegiornale. Sulla stampa dell’epoca comparvero perfino le preoccupazioni per l’effetto che quei minuti di suspense avrebbero potuto avere sul pubblico del contemporaneo TG1.

    Difficile immaginare oggi che cinque numeri estratti da un’urna potessero entrare nelle strategie della sfida fra telegiornali Rai.

    Gli anni Duemila

    Il Lotto alle Otto prosegue negli anni successivi restando legato a Raidue, andando in onda immediatamente prima del TG2 delle 20.30.

    Nei primi anni Duemila la sua durata si riduce e l’appuntamento compare spesso intorno alle 20.20, conservando la funzione di breve traino al telegiornale.

    Su Raiuno continuano invece a comparire, in seconda o terza serata, i bollettini delle “Estrazioni del Lotto”.

    Intanto cambia lo stesso Lotto.

    Dal 2005, le estrazioni diventano più frequenti, le procedure vengono progressivamente automatizzate e alla televisione si affiancano strumenti sempre più rapidi: prima il Televideo, poi Internet, i siti ufficiali e infine le applicazioni per smartphone.

    Anche la necessità del vecchio bollettino televisivo comincia così a diminuire.

    La Rai continuerà comunque a ospitare, in varie forme, appuntamenti dedicati alle estrazioni. Nel 2010 Il Lotto alle Otto torna su Raidue con Tiberio Timperi e con collegamenti dalle sale dei Monopoli.7

    Ma il rapporto è ormai cambiato. Quella che per decenni era stata un’informazione da aspettare davanti al televisore è diventata un dato disponibile quasi immediatamente attraverso molti canali differenti.

    Numeri, feste e piccole curiosità

    La lunga storia televisiva del Lotto è fatta anche di eccezioni.

    Quando il giorno dell’estrazione coincideva con una festività civile, il concorso poteva essere spostato al primo giorno feriale successivo. La regola è ricordata esplicitamente anche dalla stampa nel 1997.

    Diverso il caso della vigilia di Natale o di San Silvestro, che non sono festività civili: in alcune epoche l’estrazione si svolgeva regolarmente, talvolta in anticipo rispetto al consueto orario.

    E non mancarono situazioni ancora più particolari. Nel marzo 1997 la prima estrazione serale rischiò, per esempio, di coincidere con uno sciopero dei dipendenti dei Monopoli.

    Poi ci sono le immagini.

    La cornucopia dorata degli anni Novanta, il fondo blu di Raiuno, la griglia rossa e grigia di Raidue, la voce dello speaker che scandiva «Bari… Cagliari… Firenze…», fino alla sigla tridimensionale di Estrazioni del Lotto: una grafica povera rispetto agli standard odierni, ma capace di diventare immediatamente riconoscibile.

    Perché anche questo era televisione.

    Oggi conoscere i numeri estratti richiede pochi secondi. Per molti anni, invece, il Lotto aveva un suo tempo e un suo piccolo rito: l’estrazione, l’attesa, il telecomando, il Televideo oppure quella breve interruzione del palinsesto in cui la Rai dava finalmente i numeri.

    Un appuntamento quasi scomparso, ma che per decenni ha fatto parte della quotidianità televisiva italiana.

    1. La presenza delle estrazioni nei palinsesti Rai è documentata già negli anni Cinquanta: ad esempio, l’Unità, 12 dicembre 1959, p. 7, indica “Estrazioni del Lotto” alle 18.50, dopo il Telegiornale pomeridiano. Tra gli speaker Rai che nel corso degli anni prestarono la voce alla lettura delle estrazioni figurano, tra gli altri, Roberto Di Palma, Piero Bernacchi e Augusto Lombardi. ↩︎
    2. Legge 2 agosto 1982, n. 528, Ordinamento del gioco del lotto e misure per il personale del lotto, art. 1. Per la qualificazione televisiva del Lotto come contenuto di servizio, cfr. anche Rai, Composizione dell’offerta TV – Contratto di servizio 2010-2012, dove le “Estrazioni Lotto” di Rai 2 sono comprese tra i “Programmi e rubriche di servizio”. ↩︎
    3. Nuova Elettronica, n. 99, febbraio 1985, p. 104, nell’articolo dedicato al nuovo servizio Televideo, cita espressamente tra le informazioni consultabili sul televisore “la schedina del totocalcio o i numeri del lotto”. ↩︎
    4. Decreto del Ministero delle Finanze 30 gennaio 1997, Calendario delle estrazioni del gioco del lotto, G.U. n. 40 del 18 febbraio 1997. La prima estrazione della nuova formula serale e infrasettimanale si svolse mercoledì 12 marzo 1997. Cfr. anche La Stampa, 20 febbraio, 11 e 12 marzo 1997. ↩︎
    5. Sul debutto televisivo delle estrazioni in diretta: Corriere della Sera, 25 febbraio e 28 marzo 1998; La Stampa, 28 marzo 1998. Il Lotto alle Otto debuttò su Rai 2 il 30 marzo 1998. ↩︎
    6. Con decreto del 26 marzo 1998, G.U. n. 74 del 30 marzo, l’inizio delle operazioni di estrazione fu anticipato dalle 20.30 alle 20.00, con decorrenza dal 1º aprile 1998 ↩︎
    7. Rai, Il Lotto alle Otto, documentazione dell’edizione 2010: il programma tornò su Rai 2 dall’8 febbraio 2010, con Tiberio Timperi e collegamenti in diretta dalle sale dei Monopoli di Milano, Napoli e Roma. ↩︎
  • Scalfaro a reti unificate: cosa accadde in TV il 3 novembre 1993

    Scalfaro a reti unificate: cosa accadde in TV il 3 novembre 1993

    Poco dopo le 22.15 la normale programmazione televisiva italiana cominciò improvvisamente a cambiare. Partite, film e programmi lasciarono spazio alle edizioni straordinarie dei telegiornali in attesa di un messaggio del Presidente della Repubblica. Quasi venti minuti dopo, Oscar Luigi Scalfaro pronunciò in diretta il celebre «Io non ci sto». Ma cosa accadde realmente sui diversi canali quella sera?

    La sera di mercoledì 3 novembre 1993 la televisione italiana aveva una forte impronta calcistica. Si giocavano le coppe europee e due reti generaliste erano impegnate nella trasmissione di altrettanti incontri: Raiuno mandava in onda Cagliari-Trabzonspor, ritorno dei sedicesimi di finale di Coppa UEFA, mentre Italia 1 seguiva Aberdeen-Torino.

    Era una normale serata televisiva d’autunno. Almeno fino a quando sui teleschermi cominciò a circolare la notizia che il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro avrebbe rivolto un messaggio straordinario agli italiani.

    Quello che seguì è rimasto nella memoria soprattutto attraverso una formula: «Scalfaro interruppe una partita di calcio». Una ricostruzione sostanzialmente fondata, ma che comprime in un unico momento una sequenza televisiva assai più complessa.

    La partita fu effettivamente interrotta. Il messaggio del Presidente, però, sarebbe cominciato soltanto diversi minuti dopo.

    Un Paese nel pieno della crisi

    Per comprendere quella sera bisogna tornare al clima dell’autunno del 1993.

    L’Italia attraversava uno dei momenti più convulsi della propria storia repubblicana. Le inchieste di Tangentopoli avevano travolto buona parte del sistema politico della Prima Repubblica, mentre lo scandalo dei fondi riservati del Sisde, il servizio segreto civile, aveva aperto un nuovo e delicatissimo fronte.

    Alcuni funzionari del servizio, coinvolti nelle indagini sull’utilizzo dei fondi riservati, avevano cominciato a chiamare in causa anche uomini politici e ministri dell’Interno. Il nome di Scalfaro, che tempo prima di salire al Quirinale aveva guidato il Viminale, finì a sua volta nelle dichiarazioni degli indagati.

    Il 3 novembre le nuove accuse contribuirono a rendere ancora più incandescente la giornata. In serata il Presidente decise di rivolgersi direttamente al Paese.

    «Il mio dovere primario è di non darla vinta a chi lavora allo sfascio», ha affermato Scalfaro davanti alle telecamere. E poi la frase destinata a entrare nella storia politica italiana: «A questo gioco al massacro, Io non ci sto!».

    La stampa del giorno successivo descrisse l’intervento come un messaggio trasmesso a reti unificate.1

    Ma prima che Scalfaro comparisse sugli schermi trascorsero diversi minuti. Ed è proprio in quel breve intervallo che i normali palinsesti televisivi vennero progressivamente smontati.

    Il “palinsesto zero”: cosa sarebbe dovuto andare in onda

    Per capire la portata della variazione è utile partire da quello che potremmo definire il “palinsesto zero”: la programmazione annunciata per quella sera prima che l’intervento del Presidente modificasse tutto.

    Su Raiuno il programma centrale della serata era Cagliari-Trabzonspor, incontro di Coppa UEFA. Al termine della gara, iniziata intorno alle 20.30, sarebbe dovuto andare in onda il TG1 di mezza sera, quindi la differita di Milan-Copenaghen, partita di Coppa dei Campioni disputata quella stessa sera a San Siro.

    Su Raidue era invece previsto un film della serie di Perry Mason, mentre Raitre proponeva I soliti ignoti e successivamente Milano, Italia.

    Anche le reti Fininvest avevano una programmazione ordinaria ben definita. Canale 5 trasmetteva il film televisivo Vittima d’amore, al quale avrebbe dovuto fare seguito alle 22.30 Spazio 5, settimanale d’attualità curato da Enrico Mentana. Su Italia 1, dopo Aberdeen-Torino, era prevista la rubrica Visto da Sud. Rete 4, invece, proponeva la soap opera Cuore selvaggio e successivamente, alle 22.30, I vitelloni di Federico Fellini.2

    Gran parte di quella fascia oraria non sarebbe però andata in onda esattamente come previsto.

    Raiuno: la partita viene davvero interrotta

    La documentazione video disponibile permette di ricostruire con particolare precisione ciò che avvenne su Raiuno.

    Cagliari-Trabzonspor è ormai agli sgoccioli. Il telecronista Carlo Nesti segnala che sono trascorsi 44 minuti e 50 secondi del secondo tempo.

    Poco dopo compare sullo schermo un sottopancia: «Alle 22.15 sarà trasmesso a reti unificate un messaggio del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro».

    Il gioco continua. Si arriva al novantesimo e comincia il recupero. Poi, mentre la partita è ancora materialmente in corso, la diretta dallo stadio viene abbandonata. Lo schermo sfuma brevemente al nero.3

    Il risultato di 0-0 stava ormai consegnando al Cagliari la qualificazione. Ma il pubblico televisivo di Raiuno non vide la conclusione ordinaria della diretta.

    Dell’interruzione rimane anche il ricordo delle proteste di alcuni tifosi cagliaritani, considerando che la qualificazione al successivo turno di coppa non era ancora stata sancita dal triplice fischio.4

    È quindi corretto affermare che Cagliari-Trabzonspor fu interrotta.

    Occorre però aggiungere una precisazione importante: non fu il discorso di Scalfaro a interrompere direttamente la partita.

    Il messaggio vero e proprio iniziò alle 22.32 e si concluse intorno alle 22.38. Tra l’abbandono della partita e l’apparizione del Presidente trascorse dunque un intervallo occupato dal TG1 e dall’attesa del collegamento con il Quirinale.

    La memoria collettiva ha finito per fondere i due momenti: la partita venne interrotta per il messaggio del Presidente, ma non dal messaggio del Presidente.

    Una fonte del giorno successivo precisa inoltre che su Raiuno, durante l’attesa, sarebbero stati trasmessi anche alcuni minuti di segnale orario: una circostanza che rese ancora meno comprensibile, agli occhi degli spettatori della partita, l’abbandono anticipato della diretta.5

    I telegiornali si preparano al Quirinale

    Mentre Raiuno abbandonava gli ultimi minuti della partita, nelle redazioni dei telegiornali era già iniziata una corsa per arrivare al Quirinale.

    Uno dei protagonisti di quella fase fu Emilio Fede. Secondo una ricostruzione pubblicata da La Stampa il giorno successivo, il TG4 fu il primo telegiornale a collegarsi in video con la sala del Quirinale.

    Erano immagini insolite. Il messaggio non era ancora iniziato: Scalfaro veniva ripreso durante i preparativi, mentre i tecnici sistemavano l’inquadratura e l’illuminazione. Comparvero persino le prove effettuate con un foglio bianco per verificare il riverbero delle luci.6

    Fede decise di mandare in onda quel materiale e di commentarlo in diretta.

    La scelta suscitò delle critiche perché rendeva pubbliche alcune fasi tecniche normalmente confinate dietro le quinte di una diretta istituzionale. Non era ancora il messaggio del Presidente, ma il segnale preparatorio proveniente dal Quirinale in bassa frequenza.

    Michele Serra, sull’Unità, ironizzò duramente sull’operazione: ricordò le immagini della scrivania, delle prove delle luci e persino Scalfaro che si versava dell’acqua minerale, trasformate dal TG4 in una sorta di anticipazione esclusiva.7

    La stessa sera si susseguirono rapidamente gli altri telegiornali. Secondo le cronache contemporanee, nel giro di pochi minuti le principali reti avevano modificato la propria programmazione per seguire l’avvicinarsi del messaggio.

    C’è anche un curioso retroscena relativo a Fede. Quella sera il direttore del TG4 si trovava a San Siro, dove si disputava Milan-Copenaghen. Saputo dell’imminente intervento del Presidente, avrebbe lasciato lo stadio per raggiungere rapidamente in taxi la redazione.8

    Canale 5: il film interrotto e Spazio 5 cancellato

    Su Canale 5 l’intervento dell’informazione straordinaria produsse una modifica ancora più evidente.

    Era in onda il film Vittima d’amore. Intorno alle 22.23 il TG5 prese la linea e il film venne sospeso quando mancava all’incirca un quarto d’ora alla sua conclusione.

    Il TG5 accompagnò quindi gli spettatori verso il messaggio di Scalfaro. Terminato il collegamento con il Quirinale, Canale 5 tornò brevemente al film per trasmetterne la parte finale, prima di aprire una nuova lunga finestra informativa.

    A farne le spese fu Spazio 5, il programma d’attualità di Enrico Mentana previsto alle 22.30, che quella sera non andò in onda.9

    È uno degli esempi più chiari di come l’intervento straordinario non occupò soltanto i sei minuti del discorso presidenziale, ma ridisegnò per molto più tempo la programmazione delle reti.

    Film, programmi e partite: reazioni diverse da rete a rete

    Le altre reti reagirono in modo diverso.

    Su Raidue il film venne interrotto soltanto a ridosso del messaggio. Il TG2 aprì il collegamento con un breve cappello introduttivo del conduttore. Scalfaro era già seduto e pronto a parlare e l’introduzione venne conclusa quando dalla regia arrivò il segnale che il Presidente poteva iniziare.10

    Su Raitre, invece, il TG3 tenne a lungo la linea, modificando inevitabilmente la fascia nella quale sarebbe dovuto andare in onda Milano, Italia.11

    Particolare il caso di Italia 1. Quella sera la rete trasmetteva Aberdeen-Torino, gara valida per il ritorno degli ottavi di finale Coppa delle Coppe. A differenza di Cagliari-Trabzonspor, con ogni probabilità Italia 1 è riuscita a portare a termine la partita, modificando soltanto la programmazione successiva.12

    Le due partite rappresentano così due esempi opposti della stessa serata: su Raiuno il calcio viene sacrificato nei minuti di recupero, prevalendo le esigenze istituzionali del servizio pubblico, mentre, su Italia 1, con ogni probabilità, l’incontro si conclude normalmente prima del passaggio all’informazione straordinaria.

    Alle 22.32 appare Scalfaro

    Dopo quasi venti minuti di attesa, collegamenti, edizioni straordinarie e modifiche ai programmi, intorno alle 22.32 sui teleschermi compare finalmente Oscar Luigi Scalfaro.

    Il Presidente parla per pochi minuti, ma la forza delle parole e il contesto nel quale vengono pronunciate trasformano immediatamente il messaggio in uno degli episodi televisivi e politici più ricordati degli anni Novanta.

    La televisione, per alcuni minuti, perde la propria frammentazione: Rai, Fininvest e Telemontecarlo trasmettono contemporaneamente il messaggio proveniente dal Quirinale.

    È l’immagine di una televisione generalista che nel 1993 conserva ancora la capacità di riunire nello stesso momento quasi l’intero pubblico nazionale.

    Quasi 23 milioni davanti allo stesso messaggio

    I dati d’ascolto rendono bene la dimensione dell’evento.

    Le rilevazioni pubblicate nei giorni successivi indicano oltre 22 milioni di telespettatori, con uno share complessivo pari circa al 95 per cento del pubblico che in quel momento aveva il televisore acceso.13

    Un risultato eccezionale persino per un messaggio del Presidente della Repubblica e superiore agli ascolti ottenuti dalle precedenti apparizioni straordinarie dal Quirinale.

    Per pochi minuti quasi tutta la televisione italiana aveva mostrato la stessa immagine.

    Una televisione unita e, allo stesso tempo, in competizione

    Rivista oggi, la sera del 3 novembre 1993 racconta qualcosa di più del celebre «Io non ci sto».

    Racconta innanzitutto come funzionava la televisione italiana di fronte a un’improvvisa emergenza istituzionale.

    I palinsesti non vennero semplicemente sospesi alle 22.32 per sei minuti. Cominciarono a sgretolarsi molto prima. La diretta di una partita fu sospesa durante il recupero, un film venne fermato poco prima della conclusione, un programma d’attualità fu cancellato, altre trasmissioni slittarono. Nel frattempo i telegiornali aprivano le proprie edizioni straordinarie e cercavano di arrivare per primi al Quirinale.

    Ed è proprio questo il secondo elemento interessante.

    Quella sera la televisione fu contemporaneamente unificata e competitiva.

    Unificata perché, quando Scalfaro cominciò a parlare, quasi tutte le grandi reti generaliste confluirono sullo stesso segnale.

    Competitiva perché nei minuti precedenti ogni redazione cercò di anticipare le altre: chi aprendo prima l’edizione straordinaria, chi collegandosi immediatamente con il Quirinale, chi utilizzando le immagini delle prove tecniche.

    È forse questa la fotografia televisivamente più significativa del 3 novembre 1993.

    Non soltanto la sera in cui Scalfaro pronunciò la celebre frase: «Io non ci sto». Ma la sera in cui, per prepararsi ad ascoltarlo, i palinsesti italiani cominciarono uno dopo l’altro a fermarsi.

    1. L’Unità, 4 novembre 1993, p. 1, «È gioco al massacro. Non ci sto» ↩︎
    2. La Stampa, 3 novembre 1993, p. 23, «Programmi di oggi» ↩︎
    3. Registrazione televisiva Raiuno, 3 novembre 1993, Cagliari-Trabzonspor, telecronaca di Carlo Nesti. Il filmato documenta il sottopancia relativo al messaggio presidenziale e l’interruzione della diretta durante il recupero. Link video (consultato il 13/08/2026): https://www.youtube.com/watch?v=dP3PTKRBhgU ↩︎
    4. Testimonianza orale raccolta dall’autore, agosto 2026. ↩︎
    5. La Stampa, 4 novembre 1993, p. 3, «La gara in tv. Il primo è stato il Tg4»; Il Mattino, 5 novembre 1993, «Il messaggio in Tv sbanca l’Auditel. 22 milioni al video». ↩︎
    6. La Stampa, 4 novembre 1993, p. 3, «La gara in tv. Il primo è stato il Tg4». ↩︎
    7. Michele Serra, L’Unità, 5 novembre 1993, corsivo in prima pagina ↩︎
    8. Giorgio Dell’Arti, rubrica «Antenna», La Stampa, 6 novembre 1993, p. 19 ↩︎
    9. Davide Frattini, «Record: 23 milioni davanti alla Tv. Messaggio chiaro per 2 italiani su 3», Corriere della Sera, 5 novembre 1993 ↩︎
    10. La Stampa, 4 novembre 1993, p. 3, «La gara in tv. Il primo è stato il Tg4». ↩︎
    11. Davide Frattini, «Record: 23 milioni davanti alla Tv. Messaggio chiaro per 2 italiani su 3», Corriere della Sera, 5 novembre 1993 ↩︎
    12. Dal filmato integrale della partita trasmessa da Italia 1 non emergono interruzioni della diretta sino al termine dell’incontro. ↩︎
    13. Il Mattino, 5 novembre 1993, per il dato di 22.065.000 spettatori. ↩︎