Il TG1 aveva preparato un collegamento straordinario dal Quirinale. Quando Giuliano Amato si presentò per leggere la lista dei ministri, però, Raiuno lasciò proseguire il film. Su Raitre il TG3 rimase invece in onda e trasmise l’annuncio in diretta.
Domenica 28 giugno 1992 Giuliano Amato era al Quirinale per completare la formazione del suo primo governo. Nel pomeriggio avrebbe reso noti i nomi dei ministri; alle 18 era previsto il giuramento del nuovo esecutivo davanti al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.1
Per la televisione era uno di quegli appuntamenti che richiedevano elasticità. L’orario dell’annuncio dipendeva dalla conclusione dell’incontro al Quirinale e i telegiornali dovevano essere pronti a inserirsi nel normale palinsesto.
Quel pomeriggio, però, le due reti Rai coinvolte reagirono in maniera molto diversa.
Raiuno passa dal TG1 al film
Il TG1 delle 13.30 aveva avvertito i telespettatori che sarebbe seguito più tardi un collegamento straordinario con il Quirinale. Terminata l’edizione, Raiuno proseguì con la programmazione prevista e alle 14.15 avviò la messa in onda di Antonio e Cleopatra, il film diretto e interpretato da Charlton Heston.
Su Raitre la situazione era differente. Alle 14.10 era cominciata l’edizione pomeridiana del TG3; alle 14.25 era in palinsesto il film Number One, mentre più avanti nel pomeriggio era prevista la diretta del Campionato italiano di ciclismo.2
Quella differenza di pochi minuti nell’organizzazione dei due palinsesti sarebbe diventata decisiva.
Poco dopo le 14, dal Quirinale arrivò il momento atteso. Alla redazione del TG1 era stato comunicato che Amato non sarebbe uscito dall’incontro con Scalfaro prima di quell’ora. Il caporedattore di turno chiese quindi la linea per un’eventuale edizione straordinaria.
Alle 14.25 Amato era pronto a leggere la lista dei ministri.
Il TG1, però, non tornò in onda.
Le immagini provenienti dal Quirinale erano disponibili e i giornalisti potevano seguirle sui monitor interni. Dalla redazione continuarono le richieste per ottenere la linea, ma Raiuno non interruppe Antonio e Cleopatra. Contemporaneamente Raitre fece la scelta opposta: il TG3 delle 14.10 venne prolungato e la lettura della lista dei ministri fu trasmessa in diretta, facendo slittare il programma successivo.3
Raitre durante la lettura della lista dei ministri del nuovo governo, 28 giugno 1992.
Per alcuni minuti si produsse così una situazione singolare: su Raitre gli spettatori potevano assistere in diretta alla nascita del nuovo governo; su Raiuno continuava il film iniziato poco prima.
Perché Antonio e Cleopatra continuò?
Non c’era stato un guasto né mancava il collegamento con il Quirinale. La questione riguardava la decisione di interrompere o meno la programmazione della prima rete.
La vicenda esplose già nelle ore successive. Il Comitato di redazione del TG1 protestò per non avere potuto realizzare l’edizione straordinaria e indicò come motivazione opposta alla richiesta l’«inopportunità di interrompere l’ennesima replica» di Antonio e Cleopatra.
La stampa colse immediatamente il paradosso televisivo. Il Corriere della Sera titolò «Per la Rai meglio Cleopatra di Amato»; La Stampa scelse «Cleopatra batte Giuliano», precisando nel sottotitolo che al TG1 era stata negata la diretta dal Quirinale.
Anche il direttore generale della Rai Gianni Pasquarelli prese le distanze dalla scelta, dando ragione alla protesta della redazione. Il responsabile del coordinamento televisivo Giovanni Salvi sostenne invece di avere autorizzato una «finestra» nel palinsesto, che non sarebbe stata correttamente recepita nella successiva catena decisionale.4
Quando ormai la lettura dei ministri era terminata, venne prospettata al TG1 la possibilità di recuperare la notizia con un’edizione straordinaria in differita. La redazione decise di non farlo: trasmettere successivamente come straordinario ciò che Raitre aveva già mostrato in diretta avrebbe avuto ormai un significato televisivo molto diverso.
La polemica, quindi, non riguardava semplicemente la mancata trasmissione di una notizia. Il TG1 era pronto, il segnale era disponibile e la diretta era stata richiesta. Ciò che non avvenne fu il passaggio decisivo: sospendere il programma in onda su Raiuno e restituire lo schermo all’informazione.
Un problema già emerso dopo Capaci
L’episodio arrivava appena cinque settimane dopo un’altra controversia che aveva coinvolto la Rai sul rapporto fra informazione e programmazione.
La sera del 23 maggio 1992, dopo la strage di Capaci, all’interno dell’azienda erano sorte forti polemiche sulla gestione delle dirette straordinarie e sulla possibilità per i telegiornali di modificare i palinsesti delle reti. Nei giorni successivi il problema del coordinamento fra testate giornalistiche e programmazione era diventato oggetto di un confronto pubblico e interno alla Rai.5
I due avvenimenti erano naturalmente molto diversi. Ma sul piano televisivo ponevano una questione comune: fino a che punto una redazione giornalistica poteva intervenire sul palinsesto quando una notizia richiedeva una diretta non prevista?
Il 28 giugno il problema si presentò in una forma particolarmente evidente perché, questa volta, il confronto poteva essere osservato contemporaneamente su due canali della stessa azienda.
La stessa notizia, due scelte diverse
Raitre si trovava nella situazione più semplice: quando Amato apparve davanti alle telecamere il TG3 era già in onda. Bastò prolungare l’edizione delle 14.10 e rinviare l’inizio di Number One.
Per Raiuno sarebbe stato necessario compiere un gesto televisivamente più netto: interrompere un film iniziato appena dieci minuti prima, aprire una finestra informativa e poi decidere come riprendere il programma.
Fu proprio quel passaggio a non avvenire.
Ed è questo, più della curiosità rappresentata dalla presenza di Antonio e Cleopatra, a rendere significativo l’episodio. Nello stesso momento la Rai disponeva della medesima notizia e delle medesime immagini, ma le due reti la trattarono in maniera diversa: una modificò immediatamente il palinsesto, l’altra mantenne la programmazione prevista.
La vicenda rende visibile un aspetto della televisione dei primi anni Novanta che normalmente rimaneva dietro le quinte. Una diretta straordinaria non dipendeva soltanto dal lavoro del telegiornale o dalla disponibilità tecnica del collegamento: entravano in gioco anche la rete, il coordinamento della programmazione e la decisione di sacrificare ciò che in quel momento era già sullo schermo.
Quel pomeriggio del 28 giugno 1992 il TG3 rimase sulla notizia. Il TG1, pur essendo pronto a entrarvi, dovette aspettare mentre su Raiuno proseguiva Antonio e Cleopatra.
Presidenza della Repubblica, Diario storico, 28 giugno 1992, formazione e giuramento del I Governo Amato. Il Diario registra l’udienza di Amato per la proposta dei ministri e il giuramento delle ore 18. ↩︎
Redazione, palinsesti televisivi di domenica 28 giugno 1992, La Stampa, 28 giugno 1992, p. 25. ↩︎
Silvia Fumarola, “Il Tg snobbato da Raiuno”, la Repubblica, 30 giugno 1992, p. 33. ↩︎
Redazione, “Protestano al Tg1. «Per la Rai meglio Cleopatra di Amato»”, Corriere della Sera, 29 giugno 1992; Mario Tortello, “Cleopatra batte Giuliano. Negata al Tg1 la diretta dal Quirinale”, La Stampa, 29 giugno 1992, p. 2. ↩︎
Silvia Garambois, “La Rai «copre» la strage con il varietà. Polemiche per la decisione di non mandare in onda le dirette”, l’Unità, 25 maggio 1992, p. 9; Antonio Zollo, “Il «tradimento» di viale Mazzini. E la Fininvest dà una lezione al servizio pubblico”, l’Unità, 26 maggio 1992, p. 12. ↩︎
Mentre l’informazione cercava spazio nei palinsesti, Raiuno decise di mandare ugualmente in onda il varietà di Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci, interrompendolo soltanto per pochi minuti con un’edizione straordinaria del Tg1. La scelta provocò una polemica che coinvolse conduttori, giornalisti e vertici aziendali e mise in discussione la capacità della televisione pubblica di reagire a un’emergenza improvvisa.
Alle 17.58 di sabato 23 maggio 1992 l’esplosione sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, interrompe un normale pomeriggio televisivo. Nelle ore successive arriva la conferma della morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
La televisione deve inseguire una notizia che cambia rapidamente mentre si avvicina la fascia più importante del palinsesto: la prima serata. E proprio il rapporto tra l’emergenza e un palinsesto già costruito diventerà uno dei temi centrali della vicenda.
Mariolina Sattanino conduce su Raitre il Tg3 delle 19 del 23 maggio 1992, con i primi aggiornamenti sulla strage di Capaci.
Un sabato sera già scritto
La programmazione pubblicata quella mattina non aveva naturalmente nulla di eccezionale. Alle 20.40 Raiuno avrebbe trasmesso l’ultima puntata stagionale di Scommettiamo che…?, il grande varietà condotto da Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci. Era uno dei programmi forti della rete, arrivato alla serata conclusiva dopo una stagione da circa otto milioni e mezzo di telespettatori medi. Tra gli ospiti annunciati figuravano Alain Delon, Monica Bellucci, Catherine Spaak, Gianni Morandi e Stefano Tacconi.
Su Raidue, alle 20.30, era previsto il film Sorveglianza mortale; su Raitre, alle 20.45, In nome di Dio di John Ford. Canale 5 annunciava alle 20.40 La Corrida di Corrado, mentre Italia 1 avrebbe proposto Flash.1
Era la normale offerta di un sabato di fine maggio. Il problema, da quel momento, diventava capire quanto quella griglia fosse ancora compatibile con ciò che stava accadendo.
La notizia cerca spazio
Nelle redazioni giornalistiche Rai l’attività aumenta rapidamente. Le edizioni ordinarie vengono integrate dagli aggiornamenti e dalle prime finestre straordinarie. Nella ricostruzione fornita successivamente dalla Rai al Parlamento, i servizi dedicati all’attentato vengono fatti risalire alle 20.24 sul Tg2 e alle 21.34 sul Tg1; altri spazi informativi seguiranno durante la serata.2
Ma non nasce una vera diretta unificata e continuativa.
È questo uno degli aspetti televisivamente più interessanti di quel 23 maggio: non manca l’informazione, ma manca inizialmente una gestione complessiva dell’emergenza capace di liberare stabilmente una rete dal palinsesto ordinario. Alessandro Curzi, direttore del Tg3, racconterà che la sua redazione aveva chiesto ripetutamente maggiore spazio, ottenendo soltanto brevi edizioni straordinarie. Anche il Tg1 era pronto ad ampliare la copertura.
Michele Cucuzza conduce su Raidue lo speciale del Tg2 Pegaso dedicato alla strage di Capaci, nella serata del 23 maggio 1992.
Nel frattempo, però, arriva l’ora della prima serata.
Alle 20.40 comincia Scommettiamo che…?
Raiuno sceglie di mantenere l’appuntamento previsto.
Alle 20.40 si apre dunque Scommettiamo che…?. Frizzi introduce la trasmissione con parole segnate da quanto è appena accaduto e il programma cerca di attenuare il consueto clima festoso. Ma la struttura rimane inevitabilmente quella del varietà: ospiti, prove, scommesse, applausi, spettacolo.
È proprio questo contrasto a rendere la serata difficile da gestire. Un programma costruito interamente sul gioco e sull’intrattenimento si trova improvvisamente inserito tra le immagini e le notizie di uno degli avvenimenti più gravi della cronaca italiana.
Poco più tardi arriva l’interruzione.
Poco dopo le 21.30, Raiuno interrompe Scommettiamo che…? per una breve edizione straordinaria del Tg1, condotta da Angela Buttiglione, della durata di circa quattro minuti. Vengono trasmesse le immagini arrivate da Palermo: l’autostrada devastata dall’esplosione, il grande cratere sull’asfalto, le automobili coinvolte e l’intervento dei soccorritori. Dopo l’aggiornamento, la linea torna al varietà.
Angela Buttiglione conduce su Raiuno l’edizione straordinaria del Tg1 trasmessa durante Scommettiamo che…?, con un’immagine di Giovanni Falcone sullo schermo.
L’intervento dura pochissimo. Restituendo la linea, la conduttrice spiega che «per mancanza di tempo» non è possibile trasmettere anche un’intervista realizzata a Palermo con un testimone oculare e rimanda al successivo appuntamento con Linea Notte, in programma al termine dello spettacolo.
Poi torna Scommettiamo che…?.
La brevità dell’intervento e il rapido ritorno al varietà finirono per concentrare proprio su quel passaggio gran parte delle polemiche delle ore successive.
Dieci milioni davanti all’edizione straordinaria
Anche i dati d’ascolto aiutano a comprendere il peso assunto dall’informazione.
Il Tg1 delle 20 era stato seguito da circa 7 milioni e 120 mila telespettatori, con il 40 per cento di share. Il Tg2 delle 19.45 aveva raccolto circa 2 milioni e 860 mila spettatori, il Tg3 2 milioni e 550 mila, mentre il Tg5 delle 20 era arrivato a circa 4 milioni e 396 mila.
Quando Raiuno interrompe Scommettiamo che…? per l’edizione straordinaria, davanti al Tg1 ci sono invece 10 milioni e 530 mila telespettatori, con il 43 per cento di share. Anche l’edizione notturna del Tg1 supererà i sei milioni di spettatori.3
Non è necessario trasformare questi numeri in un giudizio sulle scelte di programmazione. Il dato mostra però con immediatezza quanto forte fosse, in quelle ore, l’attenzione del pubblico verso gli aggiornamenti provenienti da Palermo.
Raidue e Raitre allargano l’informazione
La Rai, del resto, non reagisce ovunque nello stesso modo.
Su Raidue trova spazio uno speciale di Pegaso del Tg2. Il programma non figurava nel palinsesto pubblicato quella mattina, ma nasce nell’emergenza e viene fatto cominciare prima dell’orario inizialmente stabilito. La rubrica dura 63 minuti ed è condotta da Michele Cucuzza, con collegamenti con Palermo e con Alberto La Volpe e Arturo Gismondi in studio.4
Anche Raitre amplia progressivamente la copertura. Le richieste del Tg3 di aprire una lunga diretta non vengono inizialmente accolte, ma la redazione giornalistica ottiene nel corso della serata delle finestre straordinarie; più tardi il Tg3 delle 22.30 supera ampiamente i tempi programmati e prosegue «a oltranza».
A un certo punto i direttori delle tre testate giornalistiche Rai finiscono per coordinarsi direttamente tra loro, cercando di distribuire gli aggiornamenti sulle diverse reti. È un elemento importante perché mostra che il vero problema non era l’assenza delle redazioni o la mancanza di notizie: era soprattutto il rapporto tra informazione, reti e coordinamento del palinsesto.5
La stessa spiegazione fornita mesi dopo dalla Rai al Parlamento avrebbe utilizzato una formula particolarmente significativa: il palinsesto predisposto «non poteva essere alterato».6
Eppure, proprio quella sera, Raidue e Raitre dimostrarono che almeno una certa elasticità era possibile.
Canale 5: la Corrida salta, ma non per Capaci
Anche le reti Fininvest aprono spazi di informazione straordinaria.
Il Tg5 torna in onda nel corso della serata con un’edizione dedicata alla strage, mentre su Italia 1 anche Studio Aperto realizza una edizione straordinaria. Le immagini dell’autostrada vengono mostrate mentre Emilio Fede commenta in diretta uno scenario ormai chiaramente identificato come quello dell’attentato mortale a Falcone.7
Il caso di Canale 5 richiede però una precisazione importante.
Alle 20.40 era in palinsesto La Corrida. Il programma non va effettivamente in onda, ma la cancellazione non è conseguenza della strage di Capaci. Una protesta sindacale organizzata a Cinecittà impedisce l’ingresso del pubblico nello studio e rende impossibile realizzare la diretta. Al posto della trasmissione viene programmato il film …altrimenti ci arrabbiamo!.8
La coincidenza finisce per produrre una situazione televisiva particolare: mentre Raiuno deve decidere se interrompere o meno il proprio varietà, Canale 5 si ritrova già priva dello spettacolo previsto per ragioni completamente indipendenti dall’attentato.
Non sarebbe quindi corretto trasformare il confronto in una semplice opposizione tra una Rai che mantiene l’intrattenimento e una Fininvest che lo cancella per lasciare spazio alle notizie. Le reazioni furono più articolate: Tg5 e Studio Aperto aprirono finestre straordinarie, ma anche sulle reti commerciali la programmazione ordinaria non scomparve completamente.
Frizzi, il Tg1 e le responsabilità interne
La polemica esplode il giorno successivo.
Frizzi, arrivato a Milazzo per il Premio Regia Televisiva, non difende la scelta. Racconta di avere condotto la trasmissione «con il magone» e pronuncia la frase che resterà maggiormente legata a quella serata: «Mi sono vergognato». Spiega che la decisione di andare comunque in onda non era stata sua e che, a suo giudizio, sarebbe stato preferibile non trasmettere il programma.9
Fabrizio Frizzi in apertura di Scommettiamo che…? del 23 maggio 1992, mentre richiama la strage di Capaci prima dell’inizio del varietà.
Anche all’interno della redazione del Tg1 il dissenso è netto. Il comitato di redazione dà atto al direttore Bruno Vespa di essersi attivato con insistenza per ottenere più spazio e contesta la scelta di lasciare aperta soltanto una breve finestra informativa. L’Usigrai interviene a sua volta duramente.
Il caso, tuttavia, si complica quando dalla rete arrivano versioni diverse.
Il direttore di Raiuno Carlo Fuscagni precisa che Frizzi non aveva formalmente chiesto né al responsabile del programma Michele Maffucci né a Michele Guardì di cancellare la puntata. Guardì sostiene inoltre che Scommettiamo che…? si fosse reso disponibile a ospitare ulteriori edizioni straordinarie del Tg1 qualora la testata avesse nuovamente richiesto la linea.10
Le diverse ricostruzioni spostano così la discussione sulle responsabilità interne, ma non modificano il dato televisivo centrale: Raiuno mantenne il varietà e lo spazio riservato all’informazione si limitò a una breve interruzione.
È proprio questa scelta, più che il comportamento personale del conduttore, a diventare il centro del caso.
Un problema di palinsesto, prima ancora che di programmi
Nei giorni successivi la vicenda supera rapidamente Scommettiamo che…?.
Il presidente della Rai Walter Pedullà riconosce che la risposta della televisione pubblica non era stata adeguata alla situazione. Nel consiglio di amministrazione parla di una Rai non sufficientemente «in sintonia con il Paese» e la mancata modifica della programmazione del sabato sera viene riconosciuta come un errore.
Il problema che emerge non riguarda quindi soltanto un varietà. Riguarda la capacità di un sistema televisivo organizzato attorno a reti, programmi e orari molto definiti di reagire quando un avvenimento imprevisto rende improvvisamente insufficiente la normale successione del palinsesto.
Il caso di Capaci si inserisce così nel dibattito già aperto sull’informazione Rai e contribuisce ad accelerarlo. Nei giorni successivi vengono discusse formule che prevedono una distribuzione più continua delle notizie nell’arco della giornata, una maggiore agilità dei telegiornali e la possibilità di organizzare rapidamente appuntamenti straordinari davanti alle grandi emergenze.11
Non si tratta di attribuire a quella singola sera una trasformazione complessiva della televisione italiana. Ma il 23 maggio rese visibile un problema che fino ad allora poteva rimanere nascosto nella normale organizzazione delle reti: in una grande emergenza, chi decide quando il palinsesto deve fermarsi?
Il significato televisivo del 23 maggio
A distanza di tempo, la particolarità televisiva di quella sera non sta semplicemente nel fatto che Scommettiamo che…? andò ugualmente in onda.
Sta nel contrasto tra due televisioni che convivevano nello stesso sistema.
Da una parte c’era la televisione del palinsesto, costruita con settimane di anticipo attorno agli appuntamenti fissi, ai grandi spettacoli del sabato, ai film e alla competizione per gli ascolti. Dall’altra c’era la televisione dell’immediatezza, che davanti a un evento improvviso aveva bisogno di interrompere, collegarsi, aggiornare continuamente e restare aperta alla notizia.
Il 23 maggio 1992 queste due logiche si sovrapposero senza trovare immediatamente un equilibrio.
Su Raiuno il pubblico passò, nel giro di pochi minuti, dalle scommesse e dagli ospiti di un varietà alle immagini dell’autostrada squarciata, per poi tornare nuovamente allo spettacolo. Su Raidue Pegaso occupò uno spazio più ampio; su Raitre il Tg3 prolungò la propria presenza; Tg5 e Studio Aperto realizzarono edizioni straordinarie. Canale 5, per una coincidenza del tutto indipendente dai fatti di Palermo, aveva invece già dovuto rinunciare al proprio varietà di punta.
È in questa frammentazione che si comprende meglio la polemica successiva. Non fu soltanto una discussione sull’opportunità di mandare in onda un programma leggero poche ore dopo una strage. Fu anche una discussione su come la televisione dovesse comportarsi quando la realtà rompeva improvvisamente la programmazione prevista.
E proprio per questo, più di trent’anni dopo, quei quattro minuti di Tg1 durante Scommettiamo che…? restano uno dei frammenti televisivi più significativi di quel 23 maggio: il momento in cui, per pochi istanti, l’emergenza entrò nel grande varietà del sabato sera e mostrò quanto difficile fosse, allora, decidere se e quando lo spettacolo dovesse fermarsi.
Redazione, guida Radio & TV, l’Unità, 23 maggio 1992, p. 20. ↩︎
Camera dei Deputati, XI legislatura, Discussioni, seduta del 15 gennaio 1993, risposta all’interpellanza sulla copertura Rai della strage di Capaci. ↩︎
Redazione, “La strage vissuta al video”, Corriere della Sera, 25 maggio 1992 ↩︎
Tg2 Pegaso: la strage di Capaci, Rai, 23 maggio 1992, RaiPlay, durata 63 minuti. ↩︎
Silvia Garambois, “La Rai «copre» la strage con il varietà”, l’Unità, 25 maggio 1992, p. 9. ↩︎
Camera dei Deputati, XI legislatura, Discussioni, seduta del 15 gennaio 1993, risposta all’interpellanza sulla copertura Rai della strage di Capaci. ↩︎
Studio Aperto, edizione straordinaria, Italia 1, 23 maggio 1992; cfr. Antonio D’Oro, “La televisione italiana nella crisi del 1992”, Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, n. 49, 2022. ↩︎
Redazione, “Niente Corrida, c’è sciopero”, La Stampa, 24 maggio 1992, p. 25. ↩︎
Redazione, “Varietà anziché Tg. Rai Uno è tra le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 maggio 1992, p. 6 ↩︎
Redazione, “Frizzi non ha chiesto di sospendere il varietà”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 26 maggio 1992, p. 9. ↩︎
Leandro Palestini, “La rivoluzione di Pedullà”, la Repubblica, 4 giugno 1992; Giuseppe Mazzarino, “Subito la riforma Rai, parola di Pedullà”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 1 giugno 1992, p. 2. ↩︎
Il film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery era annunciato in prima serata su Telemontecarlo. Poche ore prima della messa in onda, però, un intervento della Rai bloccò la trasmissione. Dietro quella improvvisa variazione di palinsesto c’era una controversia sui diritti che si inseriva nel momento di massima tensione tra Viale Mazzini e il gruppo Cecchi Gori.
Giovedì 7 marzo 1996 il palinsesto di Telemontecarlo sembrava non riservare sorprese. Dopo TMC Ore 20, alle 20.30 era annunciato Il nome della rosa, il film diretto da Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, Christian Slater e F. Murray Abraham. Le guide televisive lo presentavano regolarmente tra le proposte della serata; La Stampa gli dedicava anche uno spazio nella selezione dei film del giorno.1
Ma quella sera gli spettatori di TMC non videro Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville. Il nome della rosa scomparve dal palinsesto e al suo posto venne trasmesso La vendetta dell’uomo chiamato cavallo, western del 1976 con Richard Harris.
Non fu una normale variazione di programmazione. Il film era diventato, nel giro di poche ore, l’oggetto di un nuovo scontro tra la Rai e il gruppo Cecchi Gori.
Un film dalla lunga storia televisiva
Il nome della rosa non era un titolo qualsiasi per la televisione italiana. La sua prima trasmissione su Rai 1, il 5 dicembre 1988, era stata un autentico evento: il film aveva ottenuto una media di 14 milioni 672 mila telespettatori, con il 53,54 per cento di share, dopo averne raccolti oltre 15 milioni e mezzo nella parte iniziale. Un risultato che lo aveva portato in testa alla classifica dei film più seguiti dell’epoca.2
Negli anni successivi il titolo era tornato sugli schermi Rai. L’ultimo passaggio precedente a questa vicenda risaliva a domenica 30 ottobre 1994, quando Rai 3 lo aveva proposto in prima serata. In quell’occasione gli spettatori erano stati 2 milioni 755 mila.3
Era quindi trascorso circa un anno e mezzo dall’ultima programmazione. Nel marzo 1996 il film era pronto a cambiare rete: questa volta avrebbe dovuto essere Telemontecarlo a proporlo in prima serata.
Il fax che fermò la trasmissione
La mattina del 7 marzo la Rai intervenne sulla programmazione prevista da TMC.
Viale Mazzini rivendicava la titolarità dei diritti televisivi del film, acquistati nel 1985 dal produttore Franco Cristaldi e detenuti, secondo la propria ricostruzione, in perpetuo. Non essendo mai avvenuta una cessione di quei diritti, la Rai comunicò a Telemontecarlo che Il nome della rosa non poteva essere trasmesso.
La posizione del gruppo Cecchi Gori era completamente diversa. TMC sosteneva che, prima del 29 febbraio, fosse già stata raggiunta con la Rai un’intesa che avrebbe consentito la programmazione del film su Telemontecarlo e Videomusic, nell’ambito di una più ampia sistemazione di rapporti pregressi tra le due parti. A mancare sarebbe stata soltanto la formalizzazione dell’accordo.4
Per la Rai, invece, quell’accordo non era mai esistito: c’erano stati incontri e trattative, ma nessun passaggio tale da autorizzare TMC a mandare in onda il film. Il Corriere della Sera sintetizzò la posizione di Viale Mazzini parlando semplicemente di un precedente «pour parler».5
La differenza non era di poco conto. Per TMC si trattava di dare seguito a un’intesa già raggiunta e rimasta impigliata nelle procedure; per la Rai, senza un accordo formalizzato, i diritti continuavano ad appartenere esclusivamente al servizio pubblico.
Dietro Il nome della rosa, cinquanta film
La disputa sul film di Annaud era in realtà collegata a una trattativa molto più ampia.
Nei mesi precedenti Cecchi Gori aveva proposto alla Rai un pacchetto di circa cinquanta film, nove dei quali in prima visione, per un valore complessivo indicato in circa 27 miliardi di lire. L’operazione avrebbe potuto comprendere anche scambi e sistemazioni di diritti tra i due gruppi.6
La trattativa, rimasta a lungo ferma, era stata ripresa durante la presidenza Rai di Letizia Moratti. In questo quadro si inseriva anche Il nome della rosa: TMC riteneva che il via libera al film fosse una delle conseguenze dell’intesa in corso.
Poi arrivò il 29 febbraio 1996.
Quel giorno si concluse la gara della Lega Calcio per i diritti delle stagioni successive. Il gruppo Cecchi Gori risultò inizialmente assegnatario dei diritti radiofonici e televisivi in chiaro relativi al campionato di Serie A e B, alla Coppa Italia e alla Supercoppa, superando proprio la Rai.7
Per Viale Mazzini era una sconfitta particolarmente pesante. Non riguardava soltanto le immagini delle partite, ma programmi che da anni costituivano una parte fondamentale dell’identità del servizio pubblico, dalla radio al racconto televisivo della domenica calcistica.
Nel giro di pochi giorni i rapporti tra Rai e Cecchi Gori cambiarono radicalmente. Le trattative commerciali già in corso finirono così assorbite in un confronto molto più ampio.
Fu in questo clima che arrivò il blocco de Il nome della rosa.
Alle 20.30 cambia il palinsesto
Per il telespettatore, naturalmente, tutto questo si traduceva in qualcosa di molto più semplice: il programma annunciato dai giornali non c’era.
Alle 20.30 TMC dovette rinunciare al film di Annaud e ripiegare su La vendetta dell’uomo chiamato cavallo. La sostituzione arrivò quando le guide televisive erano ormai stampate e continuavano quindi a indicare Il nome della rosa come il film della serata.
Era uno di quei casi, frequenti nella televisione analogica ma oggi più difficili da immaginare, nei quali il palinsesto pubblicato sui quotidiani poteva cessare di corrispondere alla televisione realmente ricevuta in casa.
La vicenda ebbe immediatamente una lettura più ampia. La Stampa titolò «Guerra tv nel “nome della rosa”»; il Corriere della Sera scelse «Guerra con la Rai, salta su Tmc “Il nome della rosa”». La parola «guerra» descriveva bene il clima di quei giorni, anche se il mancato passaggio del film restava formalmente una controversia sulla disponibilità dei diritti.
La stessa sera Vittorio Cecchi Gori non partecipò inoltre a Tempo reale, il programma di Michele Santoro che affrontava proprio il tema della perdita da parte della Rai dei diritti calcistici. Il cinema e il calcio finivano così per sovrapporsi, almeno per qualche giorno, nello stesso confronto tra due gruppi televisivi.
Due giorni dopo si spegne anche l’atletica
Che il rapporto tra Rai e TMC fosse ormai entrato in una fase particolarmente difficile divenne ancora più evidente nel fine settimana.
Il 9 marzo Telemontecarlo stava trasmettendo i Campionati europei indoor di atletica leggera da Stoccolma. Dopo circa mezz’ora di immagini, il collegamento venne interrotto. TMC aveva prelevato il segnale dell’Eurovisione attraverso Montecarlo; la Rai, che rivendicava i diritti italiani della manifestazione in forza degli accordi con l’UER, contestò la trasmissione.
Il segnale venne oscurato proprio mentre erano in corso i 60 metri. L’immagine rimase bloccata e gli inviati di TMC continuarono per un tratto il racconto senza poter disporre delle immagini, trasformando di fatto il collegamento televisivo in una radiocronaca. Anche quel programma dovette infine lasciare spazio a un film.8
A distanza di appena due giorni, dunque, gli spettatori di Telemontecarlo si erano trovati davanti a due palinsesti modificati per questioni di diritti: prima un film già annunciato, poi una manifestazione sportiva già iniziata.
L’episodio dell’atletica non era direttamente collegato ai diritti de Il nome della rosa, ma rendeva molto visibile sullo schermo la tensione che in quel momento attraversava i rapporti tra il servizio pubblico e il gruppo Cecchi Gori.
Il ritorno su TMC
La storia del film con Telemontecarlo non terminò però il 7 marzo.
Nove mesi più tardi, martedì 17 dicembre 1996, Il nome della rosa ricomparve nella prima serata della rete. Il palinsesto di TMC lo collocava subito dopo TMC Sport, intorno alle 20.30; alle 23 era previsto TMC Sera e, a seguire, La signora omicidi.9
Era precisamente lo spazio che il film avrebbe dovuto occupare già a marzo.
Fotogramma da una registrazione VHS di TMC de Il nome della rosa, trasmesso dall’emittente nel dicembre 1996, nove mesi dopo la mancata messa in onda del 7 marzo.
La seconda programmazione arrivava però in un contesto televisivo completamente diverso. Non c’era più l’improvvisa contrapposizione che nove mesi prima aveva trasformato un normale film di prima serata in un caso nazionale sui diritti televisivi. Il nome della rosa poteva finalmente trovare posto nel palinsesto di Telemontecarlo.
Il contrasto con il passato del titolo era notevole. Nel dicembre 1988, alla sua prima televisiva su Rai 1, quasi quindici milioni di persone si erano raccolte davanti allo stesso film. Nell’ottobre 1994 il passaggio su Rai 3 aveva ancora raggiunto 2 milioni 755 mila spettatori. Nel 1996 quel titolo non era più soltanto un grande successo cinematografico da riproporre: per una sera era diventato anche il punto in cui si erano incrociati i diritti di una library, le trattative tra due gruppi e la competizione per gli eventi capaci di dare identità a una rete.
Un palinsesto che raccontava anche i rapporti tra le televisioni
La mancata trasmissione del 7 marzo 1996 rimane un episodio piccolo rispetto alle grandi vicende della televisione di quegli anni. Proprio per questo è significativo.
Un telespettatore che quella sera aveva scelto TMC per vedere Il nome della rosa poteva conoscere soltanto l’effetto finale della disputa: accendere il televisore e trovare un film diverso da quello annunciato.
Dietro quella sostituzione c’era invece un sistema nel quale cinema, sport e programmi di richiamo rappresentavano strumenti essenziali nella competizione tra le reti. La disponibilità dei diritti poteva determinare non soltanto quali titoli inserire in un palinsesto, ma anche se un programma già annunciato potesse effettivamente raggiungere lo schermo.
Il 7 marzo 1996 bastò un film già stampato sulle guide televisive e un fax arrivato poche ore prima della messa in onda per rendere visibile quella realtà.
E così, quella sera, nell’abbazia de Il nome della rosa gli spettatori di Telemontecarlo non entrarono affatto.
Il 28 marzo Rai, Fininvest e Telemontecarlo si contesero exit poll, proiezioni e prime reazioni. Intanto le televisioni locali costruivano maratone proprie, dalle prefetture alle piazze.
La chiusura dei seggi era prevista per le 22 di lunedì 28 marzo 1994, al termine di due giornate di voto destinate a ridisegnare profondamente il Parlamento italiano. Era la prima elezione politica con il nuovo sistema prevalentemente maggioritario introdotto l’anno precedente; il quadro dei partiti era cambiato e tra i protagonisti c’era Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e proprietario del principale gruppo televisivo privato nazionale.
Per la televisione, però, la notte elettorale era cominciata molto prima delle 22. Le reti avevano preparato lunghe dirette, studi diversi, collegamenti con le sedi dei partiti e con le piazze, ospiti, giochi, satira e soprattutto una complessa macchina di rilevazione del voto.
Gli exit poll non erano una novità assoluta: erano stati utilizzati anche nelle elezioni politiche del 1992. Due anni dopo, tuttavia, avevano assunto un peso diverso. Erano diventati il punto di partenza di una vera competizione fra reti, ciascuna intenzionata a fornire per prima il quadro più attendibile del risultato.
Tre reti, tre modi di aspettare il risultato
La Rai scelse di occupare la prima serata prima ancora della chiusura dei seggi, ma senza trasformare le tre reti in copie dello stesso programma.
Su Raiuno la serata cominciò alle 20.40. Aspettando i risultati metteva insieme informazione e spettacolo attraverso più studi e collegamenti: Mara Venier e Lilli Gruber, il Salone Margherita con il Bagaglino, gli interventi dei giornalisti e, progressivamente, il centro informativo del Tg1 a Saxa Rubra. Poco prima delle 22 il baricentro si spostava sempre più verso l’informazione, con Demetrio Volcic e Piero Badaloni impegnati nella lunga lettura dei dati, nei collegamenti con i partiti e nelle prime reazioni politiche.
Era una formula che conservava qualcosa della televisione generalista di quegli anni: l’attesa del voto non veniva separata nettamente dal varietà. Pippo Franco, Oreste Lionello, Leo Gullotta e Valeria Marini potevano comparire nello stesso contenitore che, pochi minuti dopo, avrebbe dovuto spiegare composizione del Parlamento e rapporti di forza fra le coalizioni.
La struttura della serata prevedeva alcuni passaggi comuni a tutta l’offerta Rai: alle 22 gli exit poll, più tardi le proiezioni del Senato, quindi nella parte finale della notte quelle della Camera. Su Raiuno il contenitore arrivava così fino alle ultime elaborazioni, prima del ritorno alla programmazione notturna.
Su Raidue il punto di partenza era invece I fatti vostri. Giancarlo Magalli continuava a presidiare la sua “piazza”, inizialmente con il consueto miscuglio di ospiti, musica e giochi. Con l’avvicinarsi delle 22 la linea veniva ceduta sempre più spesso alla redazione del Tg2 e agli studi informativi: Carmen Lasorella e Mimmo Liguoro da via Teulada, Mariolina Sattanino e Michele Cucuzza da Saxa Rubra. I risultati interrompevano il programma, poi la piazza riprendeva, fino al collegamento successivo. La notte del voto diventava così una continua alternanza fra intrattenimento e aggiornamento giornalistico. Gli speciali del Tg2 sarebbero proseguiti, con ulteriori finestre, fino alle prime ore del mattino.
La maratona di Raidue alternava lo studio ai collegamenti esterni e agli aggiornamenti sui risultati.
Raitre aveva scelto la formula più riconoscibile. Alle 20.30 partiva Scommettiamo sul rosso, sul nero o sullo zero?, con Michele Santoro alla conduzione. Un contenitore nato dall’incontro fra Il rosso e il nero, il Tg3 e l’universo di Quelli che il calcio. Federica Sciarelli seguiva la parte informativa, Fabio Fazio interveniva da Milano, mentre nello studio di Santoro si alternavano giornalisti, intellettuali e personaggi dello spettacolo.
C’era perfino un “Totovoto”: una schedina con tredici pronostici, uno sullo schieramento vincente e gli altri dedicati ad alcuni collegi uninominali. Il pubblico poteva telefonare e giocare indicando “1” per la destra, “X” per il centro e “2” per la sinistra. Era un modo quasi calcistico di accompagnare l’attesa, perfettamente coerente con una serata in cui informazione, spettacolo e partecipazione del pubblico si mescolavano continuamente.
Alle 22 scatta la gara dei numeri
Il vero spartiacque arrivò con la chiusura delle urne.
La Rai si affidava al Cirm per gli exit poll e ad Abacus per le proiezioni basate sulle sezioni già scrutinate. Canale 5 aveva invece scelto la Doxa. Telemontecarlo lavorava con Directa, che accanto alle successive elaborazioni aveva preparato anche un proprio sistema di rilevazione delle intenzioni di voto.
La sfida aveva anche un retroscena significativo: Doxa e Cirm si erano praticamente scambiati i rispettivi committenti. La Doxa, per circa vent’anni legata alla Rai, era passata al Tg5; il Cirm, utilizzato nelle precedenti elezioni dalla Fininvest, era approdato a Saxa Rubra. La competizione della sera del 28 marzo era quindi anche il confronto fra due istituti che avevano cambiato campo proprio alla vigilia del voto.1
Pochi minuti dopo le 22 gli schermi cominciarono a riempirsi di percentuali, forbici, stime dei seggi e prime interpretazioni. Il nuovo sistema elettorale rendeva particolarmente delicato il passaggio dalle percentuali alla composizione del Parlamento: una piccola differenza nei voti poteva produrre effetti molto più ampi nei collegi uninominali.
Le rilevazioni non coincidevano perfettamente, ma il vantaggio delle coalizioni di centrodestra apparve subito evidente. Da quel momento la gara non riguardò più soltanto il dato: contava anche conquistare per primi un leader, una dichiarazione, una reazione. Nel resoconto del giorno dopo Isabella Mazzitelli descrisse la serata come un «Capodanno in tivù», con le redazioni schierate in attesa del momento decisivo.2
Il ritmo era quello di una corsa. Prima gli exit poll, poi le stime dei seggi, quindi i dati reali dei collegi e le dichiarazioni. Fini e Bossi apparvero rapidamente nelle varie dirette; Berlusconi arrivò più tardi, dopo mezzanotte, e anche le sue prime apparizioni diventarono terreno di concorrenza fra giornalisti e reti.
Su Raiuno il conto alla rovescia verso le 22 e la diffusione dei primi exit poll.
Mentana, Fede e le diverse strategie Fininvest
Se la Rai aveva già trasformato tutta la propria prima serata in un grande contenitore elettorale, Fininvest adottò una strategia più differenziata.
Su Canale 5 Enrico Mentana partì alle 21.55 con il Tg5 Speciale elezioni politiche ’94. Qui non c’era più alternanza con programmi di intrattenimento: lo speciale era concepito come una trasmissione continuativa, destinata ad arrivare fino alle tre del mattino. Doxa forniva i primi dati e le successive elaborazioni, mentre Mentana passava rapidamente dalle percentuali alle interviste, ai collegamenti e al confronto fra gli ospiti.
Il Tg5 affrontava la serata con una forte identità competitiva. Non si trattava soltanto di commentare il risultato: bisognava arrivare prima. La rapidità con cui Mentana cercava dichiarazioni e ospiti faceva parte dello stesso confronto che opponeva Doxa a Cirm e Abacus.
Rete 4 adottava invece una scansione diversa. Alle 21.55 il Tg4 apriva una breve finestra elettorale, poi il palinsesto tornava per qualche minuto alla telenovela Milagros. Dalle 22.30 Emilio Fede prendeva definitivamente possesso della rete con Cosa hanno deciso gli italiani, lunga diretta con ospiti, commenti e collegamenti.
Il Tg4 durante la lunga copertura dei risultati delle elezioni politiche del 1994.
Su Italia 1, invece, l’informazione elettorale arrivava molto più tardi. La rete mantenne a lungo la propria programmazione di intrattenimento, tra Karaoke, Mai dire gol e il film Porky’s 2. Solo in seconda serata Studio Aperto, diretto da Paolo Liguori, entrò stabilmente nel racconto del voto.
La differenza con la Rai è significativa. Il servizio pubblico aveva trasformato contemporaneamente le tre reti in tre diversi modi di aspettare il risultato; Fininvest concentrava invece la competizione principale su Canale 5 e Tg4, lasciando Italia 1 più a lungo fuori dalla maratona.
Santoro vince la lunga distanza
La risposta del pubblico fu enorme. Nei minuti immediatamente successivi alla chiusura delle urne oltre 25 milioni di italiani risultavano davanti alla televisione, per uno share complessivo vicino al 90 per cento.
Alle 22 il Tg1 superava i 5,7 milioni di spettatori, il Tg5 era poco sopra i 5,5 milioni e Raitre intorno ai 5,4 milioni. Ma sulla durata complessiva della serata il risultato più significativo fu quello di Michele Santoro: Il rosso e il nero risultò il programma elettorale più seguito, con poco più di 4 milioni di spettatori medi e uno share vicino al 20 per cento.3
Il dato racconta bene il tipo di televisione che funzionò quella sera. Non soltanto un telegiornale prolungato, ma un programma capace di incorporare il risultato elettorale in un linguaggio più ampio: satira, piazze, ospiti, gioco, commento politico e collegamenti.
La competizione continuò anche dopo la chiusura delle dirette televisive. Cirm, Doxa e Directa confrontarono le proprie previsioni con i risultati effettivi, rivendicando ciascuna la precisione delle proprie stime. La “gara dei numeri”, cominciata prima delle 22, ebbe così un secondo tempo sui giornali.
Telemontecarlo e una rete costruita con le televisioni locali
Accanto al confronto Rai-Fininvest c’era però un terzo modello.
Telemontecarlo iniziava il proprio Speciale elezioni alle 21.30, con Sandro Curzi e le elaborazioni di Directa. La rete disponeva di una struttura nazionale più ridotta rispetto ai due grandi gruppi e costruì parte della propria copertura attraverso collegamenti con importanti televisioni regionali.
Fra queste comparivano Telelombardia, Telenorba e Telecapri, insieme ad altre emittenti locali. Era un sistema che permetteva a TMC di ricevere immagini, informazioni e reazioni dai territori senza dover disporre ovunque di una propria struttura.
Il rapporto con il gruppo Norba è particolarmente interessante. Telenorba e Teledue furono entrambe coinvolte nella copertura collegata a Telemontecarlo; Telenorba, in particolare, continuava nello stesso tempo a proporre una propria programmazione. Il modello consentiva così a TMC di appoggiarsi a emittenti fortemente radicate sul territorio senza trasformarle in semplici ripetitrici del proprio segnale.4
In Puglia la notte passa anche dalle prefetture
Il racconto locale non si esauriva però nel rapporto fra TMC e Telenorba.
Alle 21.45 del 28 marzo Antenna Sud avviò Pool ’94, una maratona costruita insieme a Studio 100 di Taranto, Teleblu e Teledauna di Foggia, Teleradiocittàbianca di Ostuni, Telerama di Lecce e TRM di Matera. Antenna Sud svolgeva il ruolo di studio centrale, mentre le altre emittenti contribuivano alla raccolta delle informazioni.
La non-stop era destinata a proseguire fino alla mezzanotte del giorno seguente. Il centro del programma non era naturalmente la composizione nazionale del Parlamento in senso astratto, ma la traduzione del voto sul territorio: collegamenti con le prefetture di Bari, Brindisi, Foggia, Lecce, Matera, Potenza e Taranto, sedi dei partiti, candidati, risultati dei collegi, commenti, rassegne stampa e momenti di spettacolo.5
Era una copertura che svolgeva una funzione difficilmente sostituibile dalle reti nazionali. Mentre Rai, Fininvest e TMC potevano dire quale coalizione stesse vincendo, le televisioni locali erano in grado di seguire l’arrivo delle schede di un singolo comune, il risultato di un collegio o la reazione di un candidato direttamente dalla prefettura.
Non tutte scelsero di riunirsi in un unico circuito. Videolevante e Blustar, per esempio, seguirono lo scrutinio autonomamente. A Bari anche Oggi TV aveva in palinsesto uno Speciale elezioni 1994 già alle 21, mentre Delta TV programmava alle 23.45 una Non Stop elettorale in diretta dalla Prefettura.6
La dimensione locale non era quindi un semplice complemento della grande notte nazionale. Era un secondo livello dell’informazione elettorale, con tempi, fonti e priorità differenti. Il collegamento con la prefettura, più che il grande studio televisivo, diventava il luogo decisivo.
Un resoconto tarantino del giorno successivo descrisse quella notte come una lunga corsa nell’etere, fra televisioni collegate alle prefetture e ai centri di elaborazione, con inevitabili inconvenienti tecnici, cuffie che non funzionavano e perfino qualche momento di involontaria comicità. Era anche questo il volto delle dirette locali: meno costruite, più esposte agli imprevisti, ma molto vicine al luogo in cui i risultati prendevano materialmente forma.7
Il voto continua in televisione
Alle prime ore del mattino la maratona non era ancora davvero conclusa. Il 29 marzo gli speciali continuarono nei programmi del mattino: Unomattina Elezioni su Raiuno, nuove edizioni del Tg2 e del Tg3, finestre regionali, aggiornamenti del Tg5 e del Tg4.
La sera il racconto cambiò tono. Non era più necessario indovinare chi avesse vinto: bisognava mostrare la nuova geografia politica.
Su Raitre Milano, Italia preparò una scenografia basata su una grande carta del Paese colorata collegio per collegio e su un Parlamento composto da spicchi mobili. Su Canale 5 il Maurizio Costanzo Show dedicò una puntata speciale ai risultati, riportando nello studio televisivo molti dei protagonisti politici che poche ore prima erano stati inseguiti dalle telecamere nelle sedi dei partiti.8
La notte del 28 marzo aveva così lasciato in eredità immagini e numeri che la televisione avrebbe continuato a rielaborare per giorni.
Una notte elettorale sempre più televisiva
Il 1994 non inventò gli exit poll, né la lunga diretta elettorale. Entrambi appartenevano già alla televisione italiana. Ma quella sera alcuni elementi che esistevano separatamente apparvero con particolare evidenza nello stesso momento.
C’erano gli istituti demoscopici associati alle singole reti, la concorrenza per il dato più rapido, le proiezioni trasformate in spettacolo, gli studi collegati fra loro, i leader inseguiti da più emittenti. C’erano tre reti Rai che affrontavano lo stesso evento con linguaggi diversi e tre reti Fininvest che distribuivano diversamente informazione e intrattenimento. C’era Telemontecarlo che cercava una copertura nazionale attraverso le televisioni regionali. E c’erano le emittenti locali che costruivano proprie maratone, talvolta più lunghe di quelle dei network.
Rispetto al 1992, non era tanto cambiato lo strumento quanto il suo peso nel racconto. L’exit poll non era più soltanto uno dei passaggi immediatamente successivi alla chiusura dei seggi: alle 22 diventava il momento attorno al quale erano stati organizzati palinsesti, studi, ospiti e strategie editoriali.
Per milioni di telespettatori il risultato cominciò così a esistere sullo schermo prima ancora che lo scrutinio fosse davvero avanzato. Poi arrivarono le proiezioni, i dati reali, le dichiarazioni e, lentamente, il Parlamento effettivo.
Era ancora la lunga notte delle schede e delle prefetture. Ma era ormai anche una lunga notte di televisioni in competizione fra loro.
Redazione, “Scambio d’esperti. Cirm con la Rai, Doxa a Canale 5”, l’Unità, 19 marzo 1994, p. 7. ; Alessandra Longo, “Exit poll? Sarà un triplo salto mortale”, la Repubblica, 26 marzo 1994, p. 3. ↩︎
Isabella Mazzitelli, “Il Tg1 vince la corsa ai risultati”, la Repubblica, 29 marzo 1994, p. 14. ↩︎
Redazione, “La ‘diretta’ vince la sfida degli exit poll”, la Repubblica, 30 marzo 1994, p. 7. ↩︎
Radiocorriere TV, programmi di lunedì 28 marzo 1994, pp. TV 2-5. ; La Gazzetta del Mezzogiorno, palinsesti del 28 marzo 1994, p. 14. ↩︎
Redazione, spazio “Antenna Sud”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 marzo 1994, p. 16. ↩︎
La Gazzetta del Mezzogiorno, “TV locali”, 28 marzo 1994, p. 18. ↩︎
M. Com., “La lunga notte dell’etere fra le ‘dirette’ e… i moscerini”, La Gazzetta di Taranto, 30 marzo 1994, p. 55. ↩︎
La Gazzetta del Mezzogiorno, programmi e rubriche televisive del 29 marzo 1994, p. 16. ↩︎
Il 15 luglio 2000 la diretta di Raiuno da Piazza Duomo a Lecce durò soltanto pochi minuti. Un violento acquazzone costrinse la rete a riempire il vuoto: prima un cartello di attesa, poi il segnale orario, Braccio di Ferro e infine un film. Il giorno successivo, proprio l’ascolto registrato durante quei minuti trasformò l’incidente di palinsesto in un caso Auditel.
Sabato 15 luglio 2000 la prima serata di Raiuno era affidata a Katia e Mara… verso Oriente, uno spettacolo in diretta da Piazza Duomo a Lecce condotto da Katia Ricciarelli e Mara Venier.
La serata, della durata prevista di oltre due ore, riuniva musica e spettacolo intorno al tema delle tradizioni dell’Europa orientale e dei loro rapporti con la Puglia. Sul palco c’erano l’Orchestra sinfonica della Provincia di Lecce, diretta da Pippo Caruso e Vito Clemente, e numerosi ospiti, tra cui Lucio Dalla, Gigi D’Alessio, i Neri per Caso, Tosca, Mariella Nava e Goran Bregovic.1
Per Mara Venier era anche una serata particolare. Dopo l’esperienza sulle reti Mediaset, lo spettacolo di Lecce segnava il suo ritorno in prima serata su Raiuno, in attesa del successivo impegno autunnale con Fantastica italiana.
La diretta, però, ebbe una durata molto diversa da quella prevista.
Pochi minuti, poi la pioggia
La Venier e la Ricciarelli avevano appena raggiunto il centro del palco quando un improvviso e violentissimo acquazzone investì Piazza Duomo. Le immagini mostrano in pochi istanti il passaggio dalla conduzione dello spettacolo al disordine: alle spalle delle due presentatrici gli orchestrali abbandonano le proprie postazioni e cercano di mettere al riparo strumenti e spartiti, mentre il pubblico lascia rapidamente le sedie.
«In questa bellissima cornice barocca…» furono tra le pochissime parole che Mara Venier riuscì a pronunciare prima che la serata cambiasse completamente volto.2
La conduttrice provò ancora per qualche momento a proseguire. In seguito raccontò di non essersi accorta immediatamente che il collegamento televisivo era già stato interrotto. Per il pubblico a casa, intanto, cominciava un’altra trasmissione, del tutto involontaria: quella dell’emergenza di palinsesto.
Mara Venier e Katia Ricciarelli sul palco di Piazza Duomo a Lecce nei primi minuti di Katia e Mara… verso Oriente, poco prima dell’interruzione della diretta per il violento acquazzone. Raiuno, 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.
Raiuno sostituì le immagini da Lecce con un cartello blu sul quale campeggiava la scritta:
«LA TRASMISSIONE SARÀ RIPRESA IL PIÙ PRESTO POSSIBILE»
Il messaggio rimase sullo schermo per diversi minuti. Ma da Piazza Duomo non arrivavano le condizioni per riprendere la diretta.
Il cartello trasmesso da Raiuno dopo l’interruzione del collegamento da Lecce: «La trasmissione sarà ripresa il più presto possibile». 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.
A quel punto il cartello lasciò il posto a una delle immagini più familiari della Rai di quegli anni: il segnale orario, con il grande orologio analogico sul fondo blu.
Un quarto d’ora di orologio
Il segnale orario occupò Raiuno per circa un quarto d’ora. La fascia che sarebbe poi entrata nella polemica sugli ascolti venne indicata tra le 21.03 e le 21.18.3
Il segnale orario di Raiuno mandato in onda durante l’emergenza di palinsesto seguita all’interruzione di Katia e Mara… verso Oriente. 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.
Era una soluzione elementare, quasi estranea alla logica della prima serata: nessun programma sostitutivo ancora pronto, soltanto l’orologio Rai e la sua musica di accompagnamento.
Ma anche quella situazione non poteva durare a lungo.
Terminato il segnale orario, Raiuno mandò in onda Braccio di Ferro. Seguì una sequenza pubblicitaria, quindi comparve l’annunciatrice della rete per informare il pubblico che lo spettacolo da Lecce non sarebbe ripreso.
La soluzione definitiva fu un film: La pistola nella borsetta.
Un fotogramma de La pistola nella borsetta, il film trasmesso da Raiuno in sostituzione dello spettacolo interrotto a Lecce. 15 luglio 2000. Fotogramma da registrazione VHS.
Nel giro di poco più di mezz’ora la prima serata di Raiuno aveva così attraversato una successione difficilmente immaginabile al momento della pubblicazione dei palinsesti.
Katia e Mara sul palco di Lecce, il cartello di sospensione, il segnale orario, Braccio di Ferro, la pubblicità, l’annuncio della variazione e infine un film.4
Una vera programmazione d’emergenza costruita mentre la trasmissione era già in corso.
«Errore e scuse»
Il giorno seguente la gestione dell’incidente provocò inevitabili polemiche. Non era naturalmente contestata la decisione di interrompere uno spettacolo all’aperto investito da un nubifragio, quanto il tempo necessario a Raiuno per trovare una programmazione alternativa.
Il presidente della Rai Roberto Zaccaria sintetizzò la posizione dell’azienda con due parole: «errore e scuse».
All’interno della stessa Rai si discusse anche delle precauzioni adottate prima della diretta. Il capostruttura di Raiuno Giampiero Raveggi ricordò di avere segnalato già in precedenza la presenza di nuvole e la necessità di tenere pronto un programma alternativo. L’incidente mostrava così un problema molto concreto della televisione in diretta: non tanto l’imprevedibilità del temporale, quanto la necessità di sostituire in pochi minuti una prima serata nazionale improvvisamente venuta meno.5
La vicenda, però, avrebbe assunto un significato diverso quando furono resi noti gli ascolti.
I tre milioni del segnale orario
L’orologio di Raiuno aveva avuto un pubblico. E non un pubblico trascurabile.
Per quel segmento furono indicati 3 milioni e 335 mila spettatori, con uno share intorno al 15 per cento.6 Un risultato che appariva ancora più sorprendente se confrontato con quello ottenuto dal programma scelto successivamente per riempire la serata: La pistola nella borsetta si fermò al 9,35 per cento di share, con 1 milione e 685 mila spettatori.7
Il paradosso era perfetto: l’orologio sembrava essere stato seguito da più persone del film mandato in onda per sostituirlo.
Il dato prese rapidamente una vita propria. Il 18 luglio Michele Serra dedicò alla vicenda la sua Amaca, intitolandola significativamente “Evviva i fanatici del segnale orario”.8
L’ironia colpiva uno dei cardini della televisione commerciale e generalista di quegli anni: l’idea che Audience e Share potessero restituire, attraverso un numero, il successo di ciò che appariva sullo schermo. Quella sera il meccanismo aveva prodotto un risultato singolare. Un contenuto nato soltanto per occupare il vuoto determinato dall’interruzione della diretta poteva presentarsi, il mattino successivo, con un proprio dato d’ascolto.
Da qui nacque una formula destinata a essere ripetuta a lungo: più di tre milioni di italiani erano rimasti a guardare il segnale orario.
Ma il significato di quel numero era meno semplice.
Che cosa stava misurando Auditel
Auditel intervenne per chiarire il dato.
Walter Pancini, allora direttore generale della società, spiegò che l’andamento minuto per minuto mostrava un «vivace zapping» e un progressivo calo degli ascolti. Una parte del pubblico era rimasta sintonizzata su Raiuno nell’attesa di capire se la trasmissione sarebbe ripresa; contemporaneamente altri spettatori si sintonizzavano su Raiuno, cambiando canale dopo pochissimo tempo.
Il dato non descriveva quindi tre milioni di persone rimaste immobili davanti all’orologio per quindici minuti. Misurava l’ascolto attribuito a Raiuno durante quella fascia, con un pubblico che continuava a muoversi fra attesa per la ripresa del programma e zapping.
La precisazione non cancellava il paradosso. Semmai aiutava a comprenderlo.
Auditel aveva registrato ciò che il sistema era chiamato a registrare: la presenza del pubblico davanti a una determinata rete. Non poteva stabilire, attraverso quel numero, perché ciascuno spettatore fosse rimasto sintonizzato, quanto attentamente stesse osservando lo schermo o se aspettasse semplicemente che accadesse qualcosa.
Serra tornò sull’argomento il giorno successivo e chiarì a sua volta il senso della propria ironia. Il bersaglio non era la capacità tecnica di Auditel di registrare l’ascolto, ma una televisione che rischiava di assumere il rilevatore elettronico come «unica guida» culturale, artistica e persino creativa.9
L’incidente di Lecce aveva insomma prodotto, quasi accidentalmente, un piccolo esperimento televisivo: separare per alcuni minuti il contenuto dall’ascolto.
Sul primo canale nazionale non c’era uno spettacolo, una partita, un telegiornale o un film. C’era un orologio che serviva a prendere tempo.
Anche quell’orologio, però, aveva un’audience.
La seconda serata di Katia e Mara
A Lecce, nel frattempo, la pioggia cessò.
Intorno alle 23 il pubblico tornò in Piazza Duomo e Katia Ricciarelli e Mara Venier ripresero lo spettacolo. Questa volta non più in diretta: Katia e Mara… verso Oriente venne registrato fino a notte inoltrata. La serata poté così svolgersi quasi interamente secondo il programma originario, pur con alcune modifiche al cast.10
Per vederla in televisione si dovette attendere quasi un mese.
Sabato 12 agosto 2000 Raiuno trasmise finalmente la registrazione di Katia e Mara… verso Oriente in prima serata.11
Ma il programma aveva ormai lasciato dietro di sé un altro ricordo televisivo.
Il 15 luglio 2000 non era rimasto nella memoria televisiva collettiva soltanto per lo spettacolo interrotto dalla pioggia, ma anche per un cartello blu, per un orologio Rai, per un cartone animato utilizzato per guadagnare qualche altro minuto e per un film recuperato in emergenza.
E soprattutto era rimasta una domanda che quell’imprevisto aveva reso insolitamente evidente: che cosa significa davvero “guardare” qualcosa quando la televisione trasforma ogni minuto di permanenza davanti a un canale in un dato d’ascolto?
Redazione, “Ricciarelli-Venier insieme per Lecce porta d’Oriente”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 luglio 2000, p. 23; “Katia e Mara insieme guardano a… Oriente”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 luglio 2000. ↩︎
Redazione, “Acquazzone su Lecce, annullato lo spettacolo. ‘Salta’ la diretta Raiuno con Venier e Ricciarelli”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 luglio 2000, p. 28. ↩︎
L’intervallo 21.03-21.18 è riportato, con riferimento ai dati Auditel del 15 luglio 2000, nell’atto di sindacato ispettivo n. 4-03837 della XVI legislatura, Senato della Repubblica. ↩︎
Registrazione VHS della programmazione di Raiuno del 15 luglio 2000. La registrazione documenta la successione cartello di sospensione → segnale orario → Braccio di Ferro → pubblicità → annuncio della variazione → La pistola nella borsetta. La stampa del giorno successivo conferma il ricorso al cartone animato e al film sostitutivo. ↩︎
Silvia Fumarola, “Per il black-out di Mara arrivano le scuse Rai”, la Repubblica, 17 luglio 2000; Giuseppe Mazzarino, “Lecce, ‘naufragio’ della diretta tv: dopo il diluvio piovono le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2000. ↩︎
Aldo Grasso, “Mara e Katia, gocce di pioggia sulla Rai”, Corriere della Sera, 17 luglio 2000. Grasso indica 3.335.000 spettatori per il segmento del segnale orario. ↩︎
Giuseppe Mazzarino, “Lecce, ‘naufragio’ della diretta tv: dopo il diluvio piovono le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2000. ↩︎
Michele Serra, “Evviva i fanatici del segnale orario”, la Repubblica, 18 luglio 2000, p. 15. ↩︎
Walter Pancini, “L’Auditel e il segnale orario”, la Repubblica, 19 luglio 2000; replica di Michele Serra nella stessa pagina ↩︎
Giuseppe Mazzarino, “Lecce, ‘naufragio’ della diretta tv: dopo il diluvio piovono le polemiche”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2000: la registrazione iniziò intorno alle 23 e proseguì fino alle 2. ↩︎
La Stampa, palinsesto televisivo del 12 agosto 2000; La Stampa, 13 agosto 2000. ↩︎
Nel settembre 1987 la sfida di Coppa dei Campioni al Bernabéu diventò anche una partita televisiva. Rai, Fininvest e la neonata Odeon si contesero i diritti; a spuntarla fu Odeon, che però cedette proprio Real Madrid-Napoli alla Rai. Dietro quel passaggio c’era uno dei paradossi della televisione privata italiana degli anni Ottanta: reti ormai nazionali nei palinsesti, ma non ancora nella diretta.
Il 16 settembre 1987 il Napoli campione d’Italia debuttava in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Il sorteggio aveva riservato subito alla squadra di Maradona uno degli avversari più difficili e la partita d’andata presentava una particolarità destinata ad accrescerne ulteriormente l’interesse televisivo: il Santiago Bernabéu era squalificato e l’incontro si sarebbe disputato a porte chiuse.
Per molti tifosi, in Spagna come in Italia, la televisione non era quindi soltanto il modo più comodo per seguire la partita. Era l’unico.
Ma prima ancora che Real Madrid e Napoli scendessero in campo, attorno a quelle immagini si giocò un’altra sfida. E coinvolse la Rai, Silvio Berlusconi e un network che aveva cominciato ufficialmente a trasmettere appena pochi giorni prima: Odeon TV.
Una partita contesa fra Rai, Berlusconi e Odeon
All’inizio di settembre la trasmissione italiana di Real Madrid-Napoli era tutt’altro che definita.
Berlusconi aveva già avviato durante l’estate una trattativa con il presidente del Real Ramón Mendoza per un pacchetto di partite del Real. Per Fininvest sarebbe stato un altro passo nella politica di acquisizione dei grandi eventi sportivi internazionali; per la Rai, invece, Real-Napoli rappresentava un appuntamento difficilmente rinunciabile, anche per l’eccezionale interesse suscitato dal debutto europeo della squadra campione d’Italia.
Nei primi giorni di settembre Mendoza arrivò a Milano e incontrò gli interlocutori delle diverse televisioni. Quella che inizialmente appariva come una contesa soprattutto fra Rai e Fininvest vide scendere in campo improvvisamente un terzo protagonista.1
Odeon TV aveva inaugurato le proprie trasmissioni il 6 settembre 1987. Nata attorno a una rete di emittenti locali, si presentava sul mercato con ambizioni nazionali. Nella società aveva un ruolo importante Callisto Tanzi, proprietario della Parmalat, che era anche sponsor del Real Madrid. Il rapporto commerciale fra Tanzi e il club spagnolo favorì l’ingresso del nuovo circuito nella trattativa.2
Il risultato arrivò rapidamente. Tra la sera dell’8 e la mattina del 9 settembre Odeon concluse l’accordo con Mendoza: il network si assicurò in esclusiva Real Madrid-Napoli e altre diciannove partite casalinghe del Real Madrid da scegliere nel corso della stagione. La Rai, almeno formalmente, era stata battuta sul terreno dell’acquisizione dei diritti.3
La situazione, però, si rovesciò quasi immediatamente.
Nazionale nei programmi, non nella diretta
Il problema era nella particolare struttura della televisione privata italiana di quegli anni.
Canale 5, Italia 1, Retequattro e le nuove syndication potevano ormai proporre lo stesso palinsesto in gran parte del Paese attraverso una rete di emittenti locali. La cosiddetta interconnessione funzionale consentiva di distribuire programmi preregistrati alle diverse stazioni e di mandarli in onda contemporaneamente, o con uno sfasamento minimo.
La diretta nazionale era un’altra cosa.
La legislazione continuava a riservare allo Stato la diffusione televisiva su scala nazionale e il sistema adottato dai privati si reggeva proprio sulla registrazione preventiva del programma. La differenza poteva essere quasi impercettibile per chi guardava un telefilm, un varietà o un quiz; diventava decisiva quando si trattava di collegarsi in tempo reale con uno stadio all’estero. La stessa Corte costituzionale, ricostruendo poco dopo quel sistema, avrebbe distinto la diffusione contemporanea di programmi preregistrati dalla vera interconnessione in diretta.4
Real Madrid-Napoli mise quel limite sotto gli occhi di tutti.
Durante la trattativa fu presa in considerazione anche una soluzione territoriale: trasmettere la partita in diretta in Campania attraverso Telecapri e proporla successivamente nel resto d’Italia. Era un modo per sfruttare i diritti senza trasformare il circuito Odeon in una rete nazionale interconnessa in diretta.
Ma per un evento di quella portata era una soluzione debole. Il pubblico potenziale era nazionale e il Real Madrid aveva a sua volta bisogno che il ritorno del 30 settembre a Napoli potesse essere visto regolarmente in Spagna.
Qui la Rai conservava un vantaggio decisivo.
La strada della Rai
Sul versante internazionale le immagini transitavano attraverso i rapporti fra le televisioni pubbliche e la rete Eurovision. Anche la normativa spagnola assegnava a TVE un ruolo centrale nell’esportazione televisiva degli avvenimenti disputati nel Paese. Per il Real Madrid contava quindi non soltanto vendere l’andata, ma assicurarsi la possibilità di ricevere dalla Rai anche le immagini della partita di ritorno al San Paolo.
Mendoza spiegò la scelta con grande chiarezza: con il Bernabéu vuoto era indispensabile che l’andata fosse trasmessa, ma era altrettanto importante garantire la reciprocità televisiva per il ritorno. La televisione pubblica offriva entrambe le condizioni.5
Poche ore dopo l’acquisto dei diritti da parte di Odeon arrivò dunque l’accordo decisivo.
Odeon cedette alla Rai i diritti italiani di Real Madrid-Napoli. Il comunicato diffuso dalla televisione pubblica il 10 settembre formalizzava il passaggio: la partita del 16 settembre sarebbe stata trasmessa in diretta dalla Rai, mentre restava a Odeon il più ampio pacchetto delle altre gare casalinghe del Real Madrid.
Le cifre circolate in quei giorni furono diverse e non sempre coincidenti. Anche il valore attribuito alla singola Real-Napoli risultava difficile da separare da un contratto che comprendeva altre diciannove partite e si intrecciava con i rapporti commerciali fra Parmalat e il club spagnolo. Lo stesso Mendoza non rese pubblico l’importo complessivo dell’accordo.
Più del prezzo, però, conta il meccanismo televisivo: Odeon aveva conquistato la partita sul mercato, ma la Rai era ancora il soggetto capace di trasformare quei diritti in una diretta effettivamente nazionale.
La competizione fra i gruppi non si esaurì con l’accordo. Pochi giorni dopo, la stampa riferì che Berlusconi aveva vietato ai giocatori del Milan di partecipare alle trasmissioni del nuovo network Odeon. La vicenda Real Madrid-Napoli aveva lasciato qualche strascico anche fuori dal campo.
Il 16 settembre: una serata di calcio su Raiuno
Mercoledì 16 settembre la Rai costruì attorno alle coppe europee una vera maratona calcistica. Le sei squadre italiane impegnate nelle tre competizioni trovarono spazio, in diretta o in differita, sulle reti pubbliche.
Su Raiuno la serata prevedeva prima Sporting Gijón-Milan, con collegamento dalle 20.25, e poi Real Madrid-Napoli, fissata alle 21.45 e annunciata nel palinsesto televisivo a partire dalle 21.40.
Le due partite si sarebbero sovrapposte per circa mezz’ora. La soluzione annunciata dalla Rai era particolarmente interessante dal punto di vista televisivo: non una rigida separazione fra i due incontri, ma una sorta di staffetta delle immagini, passando da una partita all’altra in funzione di ciò che accadeva sui campi e mantenendo informato il pubblico sull’incontro temporaneamente lasciato. Le cronache dell’epoca descrissero anche l’impiego di un riquadro sullo schermo per conservare le immagini dell’altra gara.6
Era un modo di affrontare un problema oggi ordinario — due eventi sportivi contemporanei — con gli strumenti e la regia televisiva disponibili nel 1987.
Il Napoli giocò così il suo primo incontro di Coppa dei Campioni davanti a un Bernabéu deserto ma a un pubblico televisivo vastissimo. In campo il Real Madrid vinse 2-0; davanti ai televisori italiani, invece, si concludeva una vicenda cominciata una settimana prima negli uffici delle emittenti e nei colloqui con Ramón Mendoza.
Odeon non aveva perso il Real Madrid
Il passaggio di Real-Napoli alla Rai potrebbe far pensare che l’acquisto di Odeon fosse rimasto senza seguito. Accadde esattamente il contrario.
Già il giorno successivo alla partita, Antenna Sud, emittente pugliese del circuito Odeon, programmò alle 19.30 La prima volta del Napoli, uno speciale dedicato alla trasferta di Madrid.7
Soprattutto, le altre partite comprese nell’accordo con il Real cominciarono a comparire nei palinsesti delle emittenti affiliate.
Il 21 ottobre, in occasione di Real Madrid-Porto di Coppa dei Campioni, La Gazzetta del Mezzogiorno annunciava per il giorno seguente la differita alle 20.30 su Odeon-Antenna Sud. Un mese più tardi, il 12 novembre, lo stesso palinsesto proponeva alle 23.05 Real Madrid-Atletico Madrid.8
Le immagini circolavano anche attraverso altre televisioni locali. In Basilicata, il 7 gennaio 1988, TP1 – Tele Pretoria Uno di Potenza inserì alle 22.50 nel proprio palinsesto Odeon Sport: Real Madrid-Barcellona.
Il caso forse più eloquente arrivò nel marzo successivo. Per Real Madrid-Bayern Monaco, ritorno dei quarti di Coppa dei Campioni, Odeon organizzò una diretta limitata alla Lombardia e una differita per il giorno seguente nel resto d’Italia; in Puglia la partita sarebbe arrivata attraverso Antenna Sud.9
Era, in pratica, la dimostrazione di ciò che nel settembre precedente aveva condizionato Real-Napoli. Odeon possedeva contenuti di valore internazionale e una rete di televisioni distribuite sul territorio, ma doveva adattarne la trasmissione alla particolare architettura dell’emittenza privata italiana: dirette circoscritte a un’area, differite nelle altre regioni, programmi comuni distribuiti attraverso le affiliate.
Una partita che racconta la televisione del 1987
Real Madrid-Napoli rimase naturalmente nella memoria soprattutto per ciò che accadde sul campo. Ma la vicenda dei suoi diritti racconta anche un passaggio preciso della storia televisiva italiana.
Nel settembre 1987 la concorrenza privata era già in grado di contendere alla Rai un grande evento internazionale. Una syndication appena nata come Odeon poteva presentarsi a Madrid, superare Fininvest nella trattativa e acquistare un pacchetto di partite di uno dei club più importanti d’Europa.
Il problema cominciava un istante dopo l’acquisto.
Possedere le immagini non significava ancora poterle mandare in diretta, nello stesso momento, a tutta l’Italia. Su quel terreno la Rai conservava un vantaggio che non dipendeva soltanto dalla forza economica: aveva una rete realmente nazionale, l’accesso ai collegamenti internazionali dell’Eurovisione e una struttura capace di gestire in diretta una lunga giornata di calcio europeo passando da uno stadio all’altro.
Odeon, però, non rimase ai margini. Le successive partite del Real Madrid dimostrarono che il circuito sapeva utilizzare i propri diritti attraverso Antenna Sud, TP1 e le altre emittenti locali, alternando dirette territoriali e differite nazionali.
Per questo Real Madrid-Napoli del 1987 è interessante anche senza trasformarla nel simbolo di una svolta epocale. Basta osservare ciò che accadde: la partita fu comprata da una televisione privata, trasmessa in diretta dalla Rai e poi seguita da un’intera stagione di calcio del Real Madrid sulle televisioni locali di Odeon.
In pochi giorni, dentro un unico evento, si vedevano convivere le diverse forme della televisione italiana di allora.
Franco Esposito, “Rissa via etere. La RAI favorita su Berlusconi”, Il Mattino, 9 settembre 1987; Redazione, “Oggi sapremo chi potrà teletrasmettere Real-Madrid-Napoli. Dopo Rai e Berlusconi ora è in corsa anche Odeon Tv”, Corriere della Sera, 9 settembre 1987. ↩︎
Massimo Emanuelli, Storia delle TV private italiane. TV locali, TV straniere in lingua italiana, Syndication, Network, Gammarò, 2026, sezione dedicata a Odeon TV. ↩︎
Fabio Monti, “La Rai conquista Real-Napoli. Diretta dal deserto Bernabeu”, Corriere della Sera, 10 settembre 1987; Redazione, “Real-Napoli alla Rai grazie a Odeon-tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 settembre 1987, p. 20. ↩︎
Corte costituzionale, sentenza n. 826/1988, ricostruzione della disciplina dell’interconnessione funzionale e della riserva delle trasmissioni televisive su scala nazionale. ↩︎
“La cadena privada Odeón y la RAI compran los derechos”, El País, 10 settembre 1987. ↩︎
Redazione, palinsesti e programmazione sportiva del 16 settembre 1987; “La RAI ofreció nueve horas de fútbol europeo”, El País, 17 settembre 1987. ↩︎
Redazione, palinsesto Odeon-Antenna Sud, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 settembre 1987, p. 27. ↩︎
Redazione, “C’è una finale anticipata: Real Madrid-Porto”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 21 ottobre 1987, p. 13; palinsesto Odeon-Antenna Sud, 12 novembre 1987, p. 21. ↩︎
Palinsesto TP1, La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 gennaio 1988, p. 14; “Real-Bayern che notte a Madrid!”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 marzo 1988, p. 18. ↩︎
Venticinque anni dopo, la ricostruzione di come Rai, Mediaset, La7 e televisioni locali modificarono programmi e palinsesti per raccontare in diretta l’attacco agli Stati Uniti.
Martedì 11 settembre 2001, poco prima delle tre del pomeriggio, la televisione italiana era ancora quella prevista dai palinsesti.
Su Raiuno era appena cominciato il film Accadde in paradiso. Raidue trasmetteva The Practice – Professione avvocati. Su Raitre il pomeriggio era dedicato ai più piccoli con La Melevisione. Rete 4 aveva avviato la messa in onda di Sentieri. Su Canale 5 era in onda Ally McBeal. Italia 1 proponeva lo speciale Non era la Rai. La7, nata da pochi mesi dalle ceneri di TMC, trasmetteva Oasi. MTV continuava la propria programmazione musicale.
Era la normale televisione di un martedì di fine estate.
Alle 14.46 italiane un aereo colpì la Torre Nord del World Trade Center. Per alcuni minuti non fu ancora chiaro se si trattasse di un incidente. Alle 15.03, quando un secondo aereo colpì la Torre Sud davanti alle telecamere di tutto il mondo, quella possibilità scomparve.
Da quel momento iniziò anche una trasformazione televisiva che, pur marginale rispetto alla portata degli eventi, aiuta oggi a ricostruire come milioni di italiani vissero quelle ore: la progressiva dissoluzione dei palinsesti.
Non avvenne in un unico istante. Alcune reti abbandonarono subito ogni programma; altre provarono a tornare alla programmazione dopo un primo aggiornamento; altre ancora alternarono per qualche tempo telefilm e notiziari.
Rete 4: alle 15.12 il palinsesto si ferma
Uno dei casi più lineari è quello di Rete 4.
Alle 15.00 era iniziata la soap opera Sentieri. Poco dopo, alle 15.12, la programmazione viene interrotta ed Emilio Fede apre un’edizione straordinaria del TG4, presentandosi in video indossando una giacca di renna, dettaglio spesso ricordato come segno della rapidità e della concitazione con cui la redazione fu costretta ad andare in onda.
Il tono delle prime parole restituisce bene l’incertezza di quei minuti: si parla ancora di una gravissima sciagura, mentre la natura e le dimensioni dell’attacco stanno appena diventando comprensibili.
A differenza di quanto avverrà inizialmente sulle altre reti Mediaset, Rete 4 non torna ai programmi. L’edizione straordinaria prosegue fino alle 20.24, per oltre cinque ore. Saltano quindi il resto di Sentieri, il film Giuro che ti amo, previsto alle 16.10, Sembra ieri, l’edizione ordinaria del TG4 delle 18.55 e gli appuntamenti del preserale.1
La durata della diretta assorbe anche il normale telegiornale serale. In alcuni passaggi Fede organizza apertamente davanti alle telecamere il lavoro della redazione e la preparazione dei servizi successivi: un elemento che rende visibile allo spettatore il carattere eccezionale e in parte improvvisato della copertura.
Alle 20.24 arriva un nuovo passaggio. Dopo aver ringraziato tecnici e collaboratori, Fede annuncia che il TG4 tornerà ad aggiornare gli spettatori «nel corso del film che sta per andare in onda». Il film previsto a seguire era I magnifici sette, in palinsesto alle 20.40.
Dopo oltre cinque ore di informazione continuativa, Rete 4 torna dunque verso la programmazione serale senza chiudere l’emergenza informativa: il film diventa lo spazio all’interno del quale il TG4 può continuare a intervenire con ulteriori aggiornamenti.
Rete 4 durante la lunga edizione straordinaria del pomeriggio dell’11 settembre 2001
Raidue: il TG interrompe The Practice, poi il telefilm riparte
Pochi minuti dopo l’intervento di Rete 4 arriva quello di Raidue.
Alle 15 era iniziato The Practice – Professione avvocati, episodio “Eutanasia”. Alle 15.16 il telefilm viene interrotto e parte un’edizione straordinaria del TG2 condotta da Sandro Petrone.
Lo stesso Petrone ha ricostruito quei minuti nel saggio NY anch’io, pubblicato nel volume Torri crollanti. Il giornalista racconta di essere stato informato del primo impatto alle 14.52, mentre stava entrando a Saxa Rubra. La notizia era ancora incerta: si ipotizzava persino che contro la torre potesse essersi schiantato un piccolo aereo, addirittura da turismo.
In redazione ci si chiede esplicitamente se vi siano già gli elementi sufficienti per interrompere le trasmissioni. Alle 15.03, davanti alle immagini del secondo aereo che colpisce l’altra torre, ogni dubbio viene meno. Petrone ricorda la reazione di un collega: non poteva più essere un incidente.
«Poco dopo sono in diretta», scrive. Quel “poco dopo” coincide con le 15.16.2
L’edizione straordinaria dura circa sedici minuti, poi termina. Raidue torna a The Practice e il telefilm riprende esattamente dal punto nel quale era stato interrotto. La scelta mostra che, in quel momento, la notizia viene ancora gestita come una parentesi straordinaria all’interno di un palinsesto che può proseguire.
Terminata la puntata di The Practice, Raidue torna nuovamente all’informazione con una lunga edizione straordinaria del TG2 condotta da Guido Barendson, che si protrae per oltre un’ora. Solo successivamente la rete lascia spazio a una lunga sequenza di documentari naturalistici della serie Eroi della natura.3
Tris di cuori salta, così come gran parte degli appuntamenti previsti nel pomeriggio. L’episodio “Lo zampognaro rosso”, che sarebbe dovuto andare in onda quel giorno, ricompare nel palinsesto di giovedì 13 settembre, quando Raidue recupera l’appuntamento rimasto fuori dalla programmazione del martedì precedente.
Poco prima delle 18 è in onda una puntata di Eroi della natura dedicata al mondo delle tarantole. Il documentario viene interrotto per il messaggio a reti unificate del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e, concluso l’intervento, riprende esattamente dal punto nel quale era stato sospeso.
Successivamente viene avviata un’altra puntata della stessa serie, Le tigri del Bengala. Anche questa volta il ritorno alla programmazione dura poco: il documentario resta in onda per poco più di 12 minuti, prima che Raidue torni nuovamente all’informazione poco prima delle 18.30. Intorno alle 18.29 Claudio Angelini interviene da New York; verso le 18.42 è invece in collegamento Paolo Longo da Gerusalemme. Restituita la linea allo studio, Guido Barendson dà anche notizia dell’atterraggio ad Atene del volo Saudi Arabian Roma-Gedda, interessato da un falso allarme bomba. L’aggiornamento si protrae per oltre venti minuti.4
Poco prima delle 20 Raidue torna ancora una volta alla programmazione con Zorro.
Alle 20.29 prende quindi avvio il lungo TG2 serale, che termina intorno alle 21.11. Anche la prima serata viene completamente ricostruita: va in onda uno speciale del TG2 Dossier dedicato a Osama Bin Laden, dal titolo Il principe del terrore, insieme a un episodio della serie Un caso per due. Nelle ore successive Raidue torna ancora all’informazione con una nuova edizione straordinaria del TG2 condotta da Barendson e Mariolina Sattanino. Più tardi, va in onda il TG2 Notte, anch’esso interamente dedicato alla cronaca della giornata.
Guido Barendson durante un’edizione straordinaria pomeridiana del TG2.
Italia 1: Sabrina alternata alle notizie
La gestione di Italia 1 segue una strada ancora diversa.
Alle 15 è in onda Non era la Rai, lo speciale celebrativo realizzato per il decennale dello storico programma di Gianni Boncompagni. La trasmissione, iniziata appena il giorno precedente, era prevista dalle 15 alle 15.30.
Alle 15.25 Studio Aperto interrompe il programma. Alla conduzione c’è Claudio Brachino.5
Il filmato conservato mostra, sui monitor dello studio, entrambe le Torri Gemelle ancora in piedi ma già in fiamme.
Dopo alcuni minuti Brachino si avvia chiaramente verso la conclusione dell’edizione: spiega che il tempo a disposizione è terminato e rimanda gli spettatori all’appuntamento ordinario delle 18.30, precisando che Studio Aperto sarebbe comunque tornato sui fatti nel corso del pomeriggio qualora vi fossero stati nuovi sviluppi. Proprio mentre sta per chiudere, riceve una telefonata sul telefono di servizio e aggiunge un’ultima informazione appena arrivata: gli aerei dirottati sarebbero partiti da Boston.
La sequenza chiarisce bene l’impostazione della rete in quel momento: quella delle 15.25 è una prima edizione straordinaria pensata per concludersi dopo pochi minuti e restituire la linea alla programmazione. Sarà l’evoluzione sempre più grave degli avvenimenti a spingere Italia 1 verso una copertura informativa più lunga.
Terminato il primo flash, infatti, Italia 1 torna ai programmi. Comincia Sabrina, vita da strega, episodio “I sogni si avverano”, previsto originariamente alle 15.30.
La puntata arriva alla normale pausa pubblicitaria di metà episodio. Terminati gli spot, Sabrina riprende, ma soltanto per pochi secondi: Studio Aperto interrompe nuovamente il telefilm.
Dopo questo secondo aggiornamento, Italia 1 torna ancora una volta a Sabrina. La sitcom viene portata a conclusione e soltanto allora parte una nuova edizione di Studio Aperto, questa volta molto più lunga.
Le interruzioni informative hanno nel frattempo accumulato diversi minuti di ritardo rispetto al palinsesto originario.
La conclusione di Sabrina può quindi essere collocata tra le 16.05 e le 16.10. È a quel punto che l’alternanza si chiude: dopo aver fatto convivere per un breve periodo la sitcom e gli aggiornamenti, Italia 1 passa alla lunga diretta informativa di Studio Aperto.
Studio Aperto durante gli aggiornamenti straordinari del pomeriggio.
Raiuno: dalle 15.27 non si torna più indietro
Molto più lineare il comportamento di Raiuno.
Alle 15 era iniziato il film Accadde in paradiso. Alle 15.27 il film viene interrotto e parte l’edizione straordinaria del TG1, inizialmente condotta da Ludovico Di Meo.
Da questo momento Raiuno non torna più alla normale programmazione. La prima lunga edizione straordinaria accompagna gli spettatori fino alle 18.00: saltano quindi il resto del film, La signora del West, il varietà delle 18 e Quiz Show con Amadeus, previsto alle 18.50.6
Alle 18.00 viene trasmesso a reti unificate il messaggio del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Subito dopo l’informazione riprende con una nuova lunga edizione straordinaria del TG1, condotta da Tiziana Ferrario, che prosegue fino alle 20.
Alle 20.00 parte il TG1 serale, interamente dedicato agli attentati e prolungato per quasi un’ora. Anche la prima serata viene così completamente riscritta: il palinsesto avrebbe previsto la seconda parte di Quiz Show alle 20.35 e, alle 20.50, la miniserie Tutto in quella notte.
Al loro posto, al termine del lungo telegiornale, Raiuno prosegue con uno speciale di Porta a Porta dedicato agli attacchi, in onda per oltre due ore e mezza. La copertura informativa continua poi nella notte con un’edizione straordinariamente lunga del TG1 Notte.
Su Raiuno, dunque, la rottura del palinsesto è definitiva già dal primo stacco delle 15.27: da quel momento la rete non utilizza più programmi di raccordo e rimane affidata all’informazione fino alla notte.
Ludovico Di Meo alla conduzione dell’edizione straordinaria del Tg1 iniziata alle 15,27
Canale 5: dai primi flash alla lunga diretta del TG5
Canale 5 offre la ricostruzione più complessa di quel pomeriggio.
Il palinsesto prevedeva alle 14.40 Ally McBeal, con l’episodio “Cambiamenti”; alle 15.30 Una bionda per papà, episodio “Un fantasma mascherato”; alle 16 il film tv I tre segreti. Nel tardo pomeriggio sarebbero dovuti andare in onda Verissimo, alle 18, e Passaparola, alle 18.40.
Fabio Tricoli ha ricostruito la rapidità con cui il TG5 si mobilitò. Dopo il secondo impatto delle 15.03, ricorda, non vi erano ormai più dubbi sulla natura dell’evento: bisognava interrompere i programmi, mentre Enrico Mentana raggiungeva in pochi minuti gli studi del Centro Palatino. La copertura del TG5 sarebbe poi proseguita, nelle parole dello stesso Tricoli, «quasi ininterrottamente» fino a notte fonda.7
Un primo flash straordinario del TG5 interrompe Ally McBeal. Terminato l’intervento informativo, Canale 5 torna temporaneamente ai programmi.
Canale 5 avvia quindi la messa in onda del film I tre segreti.
Durante il film compare anche un sottopancia che annuncia un’imminente edizione straordinaria del TG5: un particolare che indica come il nuovo appuntamento informativo fosse già stato predisposto mentre il film era ancora in corso.
Poco dopo il film viene interrotto e la linea torna a Enrico Mentana. Il direttore apre la nuova edizione con una frase significativa: «Forse lo sapete già…». Parole che acquistano un significato particolare alla luce del precedente flash e che si rivolgono a un pubblico già almeno in parte informato di quanto stava accadendo.
Una bionda per papà, prevista alle 15.30, salta: lo stesso episodio, Un fantasma mascherato, viene recuperato quattro giorni più tardi, sabato 15 settembre, alle 9.30 del mattino, in una collocazione inconsueta per la serie. Anche I tre segreti, interrotto nel pomeriggio dell’11 settembre, viene nuovamente programmato il successivo 3 ottobre.
Intorno alle 16 prende avvio la lunga diretta di Mentana, destinata a proseguire fino alle 22.48. Dopo il primo flash durante Ally McBeal, Canale 5 modifica quindi immediatamente la scaletta: accantona Una bionda per papà e anticipa I tre segreti rispetto all’orario previsto, utilizzando il film nello spazio rimasto disponibile prima della nuova edizione straordinaria.8
Il film assunse così, di fatto, la funzione di programma-ponte: un temporaneo ritorno alla programmazione mentre la redazione preparava una copertura informativa destinata a essere ben più lunga. Il sottopancia che scorre durante la pellicola, annunciando l’imminente edizione straordinaria del Tg5, rafforza questa lettura.
Con la successiva interruzione de I tre segreti cambia definitivamente la natura del pomeriggio di Canale 5. Da quel momento prende avvio la lunga diretta di Mentana e la possibilità di tornare alla normale programmazione viene abbandonata.
Nel corso della copertura lo stesso Mentana spiega agli spettatori che, per la gravità degli avvenimenti, non è possibile trasmettere Verissimo e Passaparola e che Canale 5 deve continuare a seguire quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Subito dopo compare Gerry Scotti, che conferma personalmente la mancata messa in onda di Passaparola, raccontando di aver appreso dei gravissimi fatti mentre si stava registrando la puntata.
È il passaggio definitivo: ciò che nelle prime fasi del pomeriggio era stato ancora gestito alternando informazione straordinaria e programmi si trasforma in una copertura continuativa dell’emergenza. Il palinsesto previsto per il resto della giornata viene accantonato.
Il TG5 nel corso della lunga diretta dedicata agli attentati.
Raitre: dalla Melevisione al palinsesto d’emergenza
L’interruzione rimasta più profondamente nella memoria collettiva è probabilmente quella di Raitre.
Alle 15.33 la rete sta trasmettendo in replica Tanti auguri a te, episodio 107 della terza stagione della Melevisione.
Prima dell’avvio del TG3 compare l’annunciatrice Peppi Franzelin, con un breve intervento che accompagna il passaggio dal programma destinato ai bambini alle immagini drammatiche provenienti dagli Stati Uniti.
Parte quindi un’edizione straordinaria del TG3, che prosegue per poco più di cinquanta minuti. Terminata la diretta, Franzelin torna in video e annuncia la messa in onda di Geo Magazine.
Il passaggio è significativo perché il palinsesto originario prevedeva alle 16 un lungo blocco di Rai Sport – Pomeriggio sportivo, con i Giochi del Mediterraneo e la Vuelta di Spagna, mentre Geo Magazine era in programma soltanto alle 17.30.
Raitre non torna quindi al programma interrotto e non riprende neppure il palinsesto dal punto nel quale avrebbe dovuto trovarsi. Al posto del pomeriggio sportivo costruisce una programmazione provvisoria, ricorrendo soprattutto a documentari e programmi di argomento naturalistico e geografico.9
Nel tardo pomeriggio il TG3 torna in onda attorno alle 17.20 con una nuova edizione straordinaria. Terminato l’aggiornamento, Raitre restituisce la linea a Geo Magazine. Alle 18.00 è proprio il programma documentaristico a essere sospeso per la messa in onda del messaggio a reti unificate del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Concluso l’intervento, Geo Magazine riprende.
Poco dopo, attorno alle 18.05, Raitre avvia l’episodio “Contare qualcosa” di Ai confini dell’Arizona. Il telefilm, però, dura poco meno di quindici minuti. alle 18.20 la puntata viene interrotta da una nuova edizione straordinaria del TG3. Intorno alle 18.27 Paola Sensini è in collegamento telefonico con Paolo Longo da Gerusalemme.
In coda all’edizione viene annunciato che Ai confini dell’Arizona non riprenderà. Raitre torna quindi a una programmazione documentaristica di raccordo prima del TG3 delle 19.10
Anche la fascia serale viene profondamente modificata. Il TG3 delle 19 si prolunga ben oltre la durata ordinaria e la programmazione prevista perde definitivamente la propria struttura: non vanno in onda né Blob né Un posto al sole.
Intorno alle 20 Raitre manda in onda un episodio di Matlock, “Tentazione”, previsto per il giorno successivo e anticipato come programma-ponte verso la prima serata.11
Alle 20.50 circa prende quindi il via uno speciale di TG3 Primo Piano, che occupa la prima serata per quasi due ore. La scelta sostituisce il film In fuga per tre e conferma il definitivo spostamento della rete verso un palinsesto costruito attorno all’emergenza.12
Più tardi, dopo alcuni brevi contenuti di raccordo, anche il TG3 Notte assume una durata eccezionale, proseguendo per quasi un’ora.
L’interruzione della Melevisione ebbe una particolarità ulteriore: portò improvvisamente le immagini dell’attacco in una fascia costruita per un pubblico infantile. Il brusco passaggio dai cartoni animati all’edizione straordinaria suscitò nei giorni successivi riflessioni e testimonianze sulla reazione dei bambini davanti a immagini che irrompevano senza mediazioni nel loro abituale spazio televisivo.13
La Stampa del 15 settembre, riportando una stima di Klaus Davi e Universal Media, riferì inoltre che l’edizione straordinaria del TG3 delle 15.33 era stata seguita da 266.354 bambini, con uno share del 25,83%. Il dato aiuta a spiegare perché quello stacco, più di molti altri, sia rimasto nella memoria di un’intera generazione.
Il TG3 durante la copertura degli attacchi al World Trade Center
Altre reti: La7 e MTV
Anche La7 modifica rapidamente il proprio pomeriggio. Il palinsesto prevedeva Oasi alle 15 e Lois & Clark alle 16, ma già alle 15.45 la normale programmazione ha lasciato spazio a un’edizione straordinaria del TG La7.
Alla conduzione c’è Damiano Ficoneri, affiancato in studio da Flavia Filippi e da Lucio Caracciolo, direttore di Limes, chiamato a commentare quanto sta accadendo. Alle loro spalle scorrono le immagini della CNN, che diventano una delle principali fonti visive attraverso cui la rete segue in diretta gli attentati.
La copertura prosegue anche nelle ore successive e alle 18.00 La7 trasmette, come le altre reti nazionali, il messaggio del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.14
Per un’emittente nata da pochi mesi dalle ceneri di TMC e ancora alla ricerca di una propria identità, quella giornata assume anche un significato particolare sul piano editoriale. La lunga attenzione riservata alle notizie mostra infatti le potenzialità della rete sul terreno dell’informazione continua, proprio mentre si discuteva della possibilità di accentuarne la vocazione informativa fino a trasformarla in un canale all news.15
Sulle ex frequenze di TMC2 trasmetteva ormai MTV Italia. Il palinsesto prevedeva alle 15 Mad 4 Hits, quindi MTV Trip, Summer Hits e Web Chart; il primo normale spazio informativo, Flash, sarebbe arrivato soltanto alle 18.
Diverse testimonianze ricordano interventi informativi straordinari anche nel corso del pomeriggio, segno che la rottura della normale programmazione coinvolse anche una rete costruita soprattutto sulla musica e su un pubblico giovane.
Il messaggio del presidente Carlo Azeglio Ciampi trasmesso su La7 alle 18.00 dell’11 settembre 2001.
L’11 settembre sulle televisioni locali
L’emergenza coinvolse anche numerose televisioni locali e regionali.
Anche Telenorba dedica uno spazio informativo pomeridiano agli attentati. L’emittente partecipa al sistema di collaborazione informativa collegato a Stream News, che coinvolge alcune delle principali televisioni regionali italiane.
La lombarda Telenova segue gli attentati in diretta, con ampio utilizzo delle immagini CNN. Anche Telecapri riprende nel pomeriggio le immagini della rete americana; il gruppo dispone già di una struttura informativa dedicata attraverso Telecapri News.
Fra le emittenti collegate al circuito Stream News figuravano inoltre Primocanale, Videolina e Antenna 3 Lombardia.
La copertura in diretta non riguarda dunque soltanto le grandi reti nazionali: anche l’emittenza locale modifica i propri palinsesti e cerca accesso alle immagini internazionali per seguire l’emergenza.
Telenova rilancia le immagini della CNN durante la copertura dell’11 settembre 2001
L’onda lunga sui palinsesti
Lo sconvolgimento non si esaurì nella notte dell’11 settembre.
Il 12 settembre Raiuno propose ancora uno speciale di Porta a Porta; Raitre sostituì Turisti per caso con Una giornata particolare di Ettore Scola; Italia 1 cancellò nuovamente Festivalbar e Pressing Champions League, sostituendoli con film. Le finali del Festivalbar, inizialmente previste l’11 e il 12, sarebbero state rinviate al 17 e 18 settembre. Anche il debutto della seconda edizione del Grande Fratello, previsto su Canale 5 per giovedì 13, venne spostato al 20 settembre.
La7 il 12 settembre propose una lunga edizione del telegiornale dalle 18.30, seguita alle 21 da uno speciale di Gad Lerner; il giorno successivo Raidue affidò la prima serata a Michele Santoro con lo speciale Siamo tutti americani?.16
Venerdì 14 settembre, infine, la programmazione si fermò ancora a reti unificate a mezzogiorno per i tre minuti di silenzio proclamati in tutta Europa. L’11 settembre aveva dunque smontato i palinsesti in poche ore, ma la sua onda lunga continuò a ridisegnarli per diversi giorni.
Un palinsesto che cambiava in diretta
Venticinque anni dopo, la ricostruzione restituisce un’immagine meno schematica di quella fissata dalla memoria. Non ci fu un unico minuto nel quale tutte le reti “passarono all’11 settembre”: ci furono flash brevi, ritorni ai programmi, nuovi stacchi, trasmissioni anticipate, appuntamenti cancellati e, infine, lunghe dirette.
È nei dettagli che si vede meglio il cambiamento. The Practice riparte dal punto esatto in cui era stato fermato; Sabrina viene interrotta e poi ripresa; I tre segreti viene anticipato e diventa un programma-ponte verso il TG5; la Melevisione cede improvvisamente il posto alle immagini del TG3. Ogni rete impiega pochi minuti, e in modo diverso, per capire che le regole ordinarie del palinsesto non bastano più.
La ricostruzione delle tre reti Rai mostra con particolare evidenza questa diversità. Raiuno, dopo l’interruzione di Accadde in paradiso alle 15.27, sceglie la continuità informativa e non torna più alla normale programmazione fino alla notte. Raidue e Raitre seguono invece una strada differente: le edizioni straordinarie si alternano a programmi di raccordo, mantenendo il palinsesto in una condizione provvisoria e pronto a essere nuovamente interrotto.
Colpisce soprattutto il ricorso ai documentari. Su Raidue intere sequenze di programmi naturalistici prendono il posto dei telefilm previsti; su Raitre Geo Magazine e altri contenuti geografici e naturalistici occupano gli spazi lasciati liberi dal palinsesto saltato. Sono programmi già disponibili, modulari, facilmente sacrificabili e dal registro relativamente neutro: contenuti adatti a riempire l’attesa senza restituire allo spettatore l’impressione che la normale giornata televisiva fosse davvero ricominciata.
In quelle ore Raidue e Raitre costruiscono così un vero e proprio palinsesto d’emergenza: programmi-cuscinetto fra una finestra informativa e l’altra, mentre le redazioni restano pronte a riprendere la linea in presenza di nuovi sviluppi. La diversa organizzazione delle tre reti potrebbe aver risposto anche alla necessità di distribuire corrispondenti, collegamenti e risorse tecniche fra le diverse testate Rai, evitando una sovrapposizione continua delle stesse fonti informative.17
L’11 settembre, dunque, non interruppe semplicemente i palinsesti: per alcune ore ne modificò la stessa funzione. La programmazione non serviva più a scandire ordinatamente la giornata televisiva, ma diventava qualcosa di provvisorio, costruito e modificato quasi minuto per minuto in attesa della notizia successiva.
È questo che rende quelle registrazioni ancora così interessanti: non mostrano soltanto ciò che accadeva a New York, ma anche la televisione italiana mentre decideva, in tempo reale, come raccontare un evento per il quale nessun palinsesto era preparato. Il modo in cui quei programmi si fermarono, ripresero o scomparvero è diventato parte della memoria televisiva di quel giorno.
F. Fornario, «Mediaset a reti unificate», Film.it, 14 settembre 2001. ↩︎
S. Petrone, «NY anch’io», in M. Morcellini (a cura di), Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, FrancoAngeli, Milano, 2003. ↩︎
Nella fascia pomeridiana vengono trasmesse diverse puntate della serie documentaristica Eroi della natura. La puntata Le tigri del Bengala risulta trasmessa per soli 12 minuti e 38 secondi, a differenza degli altri episodi utilizzati nel corso del pomeriggio. ↩︎
Uno zapping registrato quel pomeriggio, sincronizzato sul messaggio di Ciampi delle 18.00, consente inoltre di collocare Claudio Angelini su Raidue circa 28 minuti e 42 secondi più tardi e Paolo Longo da Gerusalemme intorno alle 18.42; in studio conduce Guido Barendson. ↩︎
M. Falcioni, «11 settembre 2001, il racconto di una giornata televisiva banale. Fino alle 14.46», TVBlog, 10 settembre 2021. ↩︎
La prima edizione straordinaria del TG1 dura 2 ore, 32 minuti e 24 secondi; la seconda, con Tiziana Ferrario, 1 ora, 59 minuti e 3 secondi. Il TG1 delle 20 dura 56 minuti e 27 secondi; lo speciale di Porta a Porta 2 ore, 36 minuti e 7 secondi; il successivo TG1 Notte 1 ora, 2 minuti e 52 secondi. ↩︎
F. Tricoli, «Edizione straordinaria: impatto redazionale e rappresentazione televisiva dell’evento», in M. Morcellini (a cura di), Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, FrancoAngeli, Milano, 2003, pp. 295-308. ↩︎
La programmazione pomeridiana comprende diversi blocchi di Geo Magazine e altri prodotti documentaristici. ↩︎
L’episodio Contare viene trasmesso per una durata di appena 14 minuti e 46 secondi. Avviato attorno alle 18.05, viene interrotto intorno alle 18.20. ↩︎
Matlock – Tentazione ha una durata di circa 45 minuti e compare nella programmazione prevista di Raitre per il 12 settembre alle 13.10. La sua presenza nella serata precedente indica il recupero anticipato di un episodio già pronto per l’emissione, utilizzato come programma di raccordo nel palinsesto d’emergenza. ↩︎
[r. mas.], «Dirette non stop e siti Internet presi d’assalto», La Stampa, 12 settembre 2001, p. 14. ↩︎
O. Pagone, «Dopo i cartoni animati lo choc: “ma è un film?”», La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 settembre 2001, p. 2; G. Barbiellini Amidei, «Il dolore mostrato ai bambini. Ma quella tragedia non è un gioco», Corriere della Sera, 15 settembre 2001. ↩︎
«Per il presidente in 12 mln davanti alla televisione», l’Unità, 13 settembre 2001, p. 15. ↩︎
N. Rangeri, «La violenza delle immagini e quella delle parole», il manifesto, 13 settembre 2001. ↩︎
A. Laffranchi, «Spazio ai Tg, fermi “Grande Fratello” e varietà», Corriere della Sera, 13 settembre 2001. ↩︎
L’ipotesi sulla distribuzione fra le tre reti di corrispondenti e risorse tecniche costituisce una lettura interpretativa della successione delle finestre informative. ↩︎
Tele+2 acquistò i diritti della partita e annunciò che l’avrebbe trasmessa in chiaro. Poi la Rai cercò di rientrare in gioco e prese forma una soluzione inattesa: diretta criptata sulla pay-tv e differita sul servizio pubblico. Alla fine, il 18 novembre, la stessa partita andò in onda contemporaneamente su entrambe le reti.
Nell’autunno del 1992 la televisione sportiva italiana stava cambiando più rapidamente di quanto fosse ancora possibile misurare. Tele+2, primo canale italiano interamente dedicato allo sport, trasmetteva parte della propria programmazione in forma criptata e cercava di allargare la base degli abbonati; Rai e Fininvest continuavano intanto a contendersi un mercato dei diritti che diventava sempre più costoso.
In questo scenario entrò quasi all’improvviso Scozia-Italia, seconda partita degli azzurri nelle qualificazioni ai Mondiali di USA ’94, in programma a Glasgow il 18 novembre.
Il risultato sportivo sarebbe stato uno 0-0. La storia televisiva della partita, invece, era cominciata quasi due mesi prima.
Una partita che la Rai lasciò andare
Il 25 settembre 1992 Tele+2 si aggiudicò i diritti italiani dell’incontro. La richiesta iniziale per l’esclusiva era di un miliardo e 200 milioni di lire. La Rai, che aveva cercato di ottenere una riduzione della cifra, non accettò quelle condizioni; Tele+2 si dichiarò invece disponibile e concluse l’operazione.
Era un fatto insolito. Una partita ufficiale della Nazionale sfuggiva al tradizionale controllo televisivo della Rai e finiva nelle mani di una rete nata da poco più di un anno.
Ma l’elemento che permette di leggere correttamente ciò che accadde dopo è un altro. Quando la notizia divenne pubblica, Tele+2 annunciò che Scozia-Italia sarebbe stata trasmessa in chiaro. Il canale avrebbe avuto la possibilità di riservarla ai propri abbonati, ma scelse inizialmente di renderla visibile anche senza decoder. «Potevamo farlo», spiegavano i dirigenti della rete riferendosi alla possibilità di criptare il segnale, ma si era deciso di offrire la partita a tutti gli spettatori.1
L’operazione aveva comunque un evidente valore promozionale. Il 7 ottobre, quando la diretta su Tele+2 appariva ormai probabile, la programmazione prevista intorno all’incontro veniva descritta con pochi spot commerciali e molta promozione degli abbonamenti alla pay-tv. Era quindi possibile utilizzare un grande evento gratuito come vetrina per mostrare il canale a un pubblico molto più vasto di quello abituale.2
Per alcune settimane, dunque, il problema non fu quello di una Nazionale visibile soltanto a pagamento. La vera novità era che la diretta sarebbe stata offerta da una televisione diversa dalla Rai.
La Rai rientra nella partita
La situazione cambiò alla fine di ottobre.
La questione non riguardava soltanto il prestigio dell’emittente pubblica. C’era anche un problema molto concreto di copertura del territorio. Tele+2 utilizzava una rete terrestre che non raggiungeva l’intera popolazione italiana e, in alcune zone, la ricezione poteva richiedere interventi sull’antenna. Il ministro delle Poste Maurizio Pagani sollevò pubblicamente il problema: una partita della Nazionale, pur trasmessa in chiaro, rischiava comunque di non essere materialmente ricevibile da una parte degli spettatori. Lo stesso problema si sarebbe riproposto qualche anno dopo, quando Telemontecarlo acquisì i diritti per trasmettere Inghilterra-Italia.
Le valutazioni sulla copertura erano contrastanti. Da parte governativa si parlava di una possibilità teorica di ricezione intorno al 75 per cento degli utenti, mentre Tele+2 rivendicava una copertura superiore all’85 per cento. Dietro le percentuali c’era però una questione che la televisione generalista aveva fino ad allora reso quasi invisibile: essere “in chiaro” non significava automaticamente essere ricevibili ovunque.
La Rai cominciò così a trattare con Tele+2 per recuperare la partita.
All’inizio di novembre l’ipotesi più accreditata era ancora quella di una cessione dei diritti al servizio pubblico. La Rai faceva valere anche il proprio contratto con la Federcalcio, nel quale era prevista una clausola che impegnava la Federazione a impedire la diffusione in Italia delle partite della Nazionale su canali diversi da quelli Rai. L’8 novembre le trattative con Tele+2 venivano definite già «spedite», e all’interno della TGS si riteneva ancora possibile riportare l’incontro integralmente sulla televisione pubblica.3
Non sarebbe andata così.
La diretta diventa a pagamento
Nei giorni successivi prese forma un compromesso del tutto diverso.
Tele+2 avrebbe mantenuto la diretta, ma l’avrebbe criptata per i propri abbonati. La Rai avrebbe trasmesso la stessa partita in chiaro con circa mezz’ora di ritardo.
Era una soluzione che preservava il valore commerciale dell’acquisto effettuato da Tele+2: chi aveva il decoder avrebbe visto Scozia-Italia mentre si giocava; tutti gli altri avrebbero potuto seguirla gratuitamente poco dopo sulla Rai.
Ed è in questo passaggio che, per alcuni giorni, nacque davvero la possibilità di una Nazionale in diretta soltanto a pagamento.
È un dettaglio importante, perché quell’ipotesi non coincideva con il progetto annunciato quando Tele+2 aveva acquistato i diritti. A settembre la rete aveva previsto una diretta in chiaro; il criptato comparve invece all’interno della successiva trattativa con la Rai. La ricerca di un compromesso fra le due televisioni aveva quindi prodotto una soluzione più restrittiva, almeno per quanto riguardava la contemporaneità dell’evento.
Il problema esplose immediatamente.
L’11 e il 12 novembre il consiglio di amministrazione della Rai discusse a lungo la questione. La differita venne considerata insufficiente per un incontro della Nazionale di quella rilevanza. La linea che finì per prevalere fu sostanzialmente una: diretta oppure niente. L’accordo con Tele+2 fu rimesso in discussione e la trattativa ripartì.
A quel punto Scozia-Italia non era più soltanto una partita acquistata da una televisione privata. La vicenda era diventata un confronto sul ruolo della Rai, sulla legittimità della pay-tv e persino su quali eventi sportivi dovessero restare accessibili contemporaneamente a tutti.
Il compromesso finale: due dirette, entrambe in chiaro
La soluzione arrivò il 12 novembre e fu resa pubblica il giorno successivo.
La Rai avrebbe trasmesso Scozia-Italia in diretta. Tele+2 avrebbe conservato a sua volta la propria diretta, rinunciando però, per quella sera, al criptato: anche il suo segnale sarebbe stato in chiaro.
Il costo complessivo dell’operazione rimaneva intorno a 1,2 miliardi di lire: circa 800 milioni a carico della Rai e 400 milioni a carico di Tele+2. Un ruolo decisivo nella mediazione fu svolto dal presidente federale Antonio Matarrese. Il compromesso consentiva alla Rai di non rinunciare alla contemporaneità dell’evento e a Tele+2 di mantenere un diritto che aveva acquistato regolarmente sul mercato.
Ne usciva una situazione che poche settimane prima sarebbe apparsa altrettanto inconsueta dell’esclusiva Tele+: la stessa partita della Nazionale sarebbe stata trasmessa in diretta da due televisioni concorrenti.4
La battaglia sui diritti era conclusa. Cominciava quella sul programma.
Raiuno e Tele+2 preparano due partite diverse
Una volta recuperata la diretta, la Rai non si limitò ai novanta minuti.
Su Raiuno il collegamento sarebbe cominciato alle 20.43, con Gianni Cerqueti in studio. Bruno Pizzul avrebbe introdotto l’atmosfera dell’Ibrox Park, mentre il prepartita comprendeva servizi sull’Italia e sulla Scozia e materiali dedicati ai precedenti incontri tra le due Nazionali. Durante l’intervallo erano previsti sei minuti di pubblicità, le immagini principali del primo tempo e un servizio sulla partita disputata nel pomeriggio dalla Nazionale Under 21.
La telecronaca era affidata a Bruno Pizzul, in quegli anni la voce ormai immediatamente riconoscibile della Nazionale.
Tele+2 costruì una copertura ancora più lunga, dalle ore 20 fino al dopopartita. Lo studio era a Milano, con Giorgio Porra, Daniele Massaro e Franco Causio; a Glasgow operava Rino Tommasi, affiancato da ospiti e inviati. La telecronaca venne affidata a Massimo Marianella, giovane voce specializzata soprattutto nel calcio inglese, chiamato a raccontare la partita da solo.
Persino alcuni dettagli organizzativi mostravano le conseguenze della diversa storia con cui le due emittenti erano arrivate all’appuntamento. Tele+2, titolare dei diritti da settembre, aveva avuto il tempo di prenotare postazioni sul campo e in tribuna stampa; la Rai, rientrata nella diretta soltanto negli ultimi giorni, disponeva di una struttura più improvvisata per alcune attività a bordo campo.
Il 18 novembre non ci sarebbe stata quindi una semplice duplicazione del segnale. Raiuno e Tele+2 costruirono due programmi intorno alle stesse immagini, con studi, inviati, commentatori e linguaggi differenti.5
Un fotogramma della diretta di Scozia-Italia trasmessa da Tele+2 il 18 novembre 1992, tratto da una registrazione VHS.
Pizzul e Marianella, due modi di raccontare la stessa partita
Poco prima delle nove di sera le due telecronache arrivarono contemporaneamente nelle case italiane.
Alle 20.55 Bruno Pizzul salutava gli spettatori di Raiuno da Glasgow. Pochi minuti dopo, su Tele+2, Massimo Marianella apriva la propria cronaca. La partita della Nazionale italiana veniva così raccontata nello stesso momento da Raiuno e Tele+2, con due telecronache differenti.
Il confronto divenne inevitabile.
Il giorno successivo Aldo Grasso sul Corriere della Sera intitolò il suo commento “L’azzurro diviso a metà” e osservò che, già durante gli ultimi Mondiali, la stessa partita poteva essere vista contemporaneamente su Rai e Telemontecarlo; quella sera, però, la situazione aveva un significato diverso, perché a confrontarsi erano il servizio pubblico e una televisione sportiva nata anche intorno al modello della pay-tv.
Grasso sintetizzò l’anomalia con una formula efficace: «l’Italia si sdoppia».6
Le differenze erano percepibili soprattutto nel commento. Pizzul manteneva il registro familiare che aveva accompagnato per anni le partite degli azzurri, con maggiore partecipazione nelle azioni italiane. Marianella adottava un tono più controllato, frasi brevi e un ritmo vicino alla telecronaca britannica.
Antonio Dipollina, su la Repubblica, notò anche un curioso effetto della contemporaneità: davanti alla stessa azione i due cronisti finivano talvolta per pronunciare quasi nello stesso istante parole molto simili. Ma proprio da quella inevitabile sovrapposizione emergevano meglio le differenze di stile. Non erano soltanto due canali che mostravano la stessa partita: erano due modi di costruire televisivamente lo stesso evento.7
Sul campo, Scozia e Italia chiusero 0-0. Sullo schermo, il confronto era stato molto meno equilibrato nei numeri.
Dodici milioni contro una televisione ancora senza Auditel
La diretta di Raiuno raccolse una media di circa 12 milioni e mezzo di telespettatori, con il 42,87 per cento di share. Il picco arrivò tra le 22.40 e le 22.45, quando davanti a Raiuno furono stimati 13 milioni e 484 mila spettatori.
Tele+2 non veniva rilevata direttamente dall’Auditel. Una stima costruita attraverso l’aumento della voce “altre televisioni” collocò il pubblico della rete tra 400 e 500 mila persone.8 Non era un confronto numerico realmente competitivo: Raiuno conservava una forza di penetrazione incomparabilmente superiore.
Ma il significato televisivo della serata non stava principalmente nel risultato degli ascolti.
Tele+2 era riuscita a comprare autonomamente un incontro ufficiale della Nazionale, aveva costretto la Rai a negoziare per recuperarlo e, alla fine, aveva trasmesso la stessa partita nello stesso momento del servizio pubblico. Per una sera lo spettatore che riceveva entrambe le reti poteva persino scegliere quale telecronaca ascoltare.
Pochi mesi prima sarebbe stato difficile immaginare una simile alternativa intorno agli azzurri.
Una partita, tre possibili televisioni
La storia di Scozia-Italia del 1992 è interessante soprattutto perché, nell’arco di meno di due mesi, la stessa partita assunse tre diverse configurazioni televisive.
All’inizio doveva essere una diretta esclusiva di Tele+2, ma in chiaro: una grande vetrina per far conoscere il nuovo canale sportivo.
Poi, quando la Rai cercò di rientrare nell’evento, prese forma la soluzione più controversa: Tele+2 in diretta criptata per gli abbonati e Rai in differita.
Infine arrivò il compromesso che gli spettatori videro davvero il 18 novembre: due dirette contemporanee, entrambe in chiaro.
Non fu dunque la prima partita della Nazionale riservata a una pay-tv: quella possibilità rimase soltanto una fase, breve ma molto discussa, della trattativa. Fu invece uno dei primi casi in cui apparve con grande evidenza che i diritti di un evento fino ad allora quasi automaticamente associato alla Rai potevano essere acquistati da un altro soggetto e costringere il servizio pubblico a confrontarsi con un mercato televisivo ormai diverso.
E quando il pallone cominciò a rotolare sull’erba dell’Ibrox Park, quella trasformazione diventò visibile nel modo più semplice possibile: lo stesso azzurro, nello stesso momento, su due canali diversi.
Redazione, “Sarà in «chiaro». La Scozia e l’Italia su Tele+2”, La Stampa, 26 settembre 1992, p. 28. ↩︎
Redazione, “Scozia-Italia andrà su Tele+2”, La Stampa, 7 ottobre 1992, p. 31. ↩︎
Redazione, “Lo sci tutto sulla Rai. Forse anche Scozia-Italia”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 novembre 1992, p. 30. ↩︎
Eugenio Capodacqua, “Calma, vedrete tutti l’Italia”, la Repubblica, 13 novembre 1992, p. 25; Massimo Fabbricini, “La Rai paga: Scozia-Italia in diretta”, Corriere della Sera, 13 novembre 1992, p. 41. ↩︎
Massimo Fabbricini, “La Rai gioca d’anticipo per combattere la pay-tv”, Corriere della Sera, 18 novembre 1992. ↩︎
Aldo Grasso, “L’azzurro diviso a metà”, Corriere della Sera, 19 novembre 1992. ↩︎
Antonio Dipollina, “Rai contro Tele+, questione di toni”, la Repubblica, 19 novembre 1992, p. 25. ↩︎
Redazione, “Rai contro Tele+2, per ora non c’è gara”, la Repubblica, 20 novembre 1992, p. 25. ↩︎
Il 27 agosto 2002 Telelombardia acquistò i diritti del preliminare dell’Inter e costruì in appena 48 ore una rete di emittenti regionali. In Puglia, Basilicata e Molise la diretta fu affidata a Telenorba. Il risultato Auditel trasformò quella partita in un piccolo caso televisivo.
La sera del 27 agosto 2002 l’Inter si giocava a San Siro l’accesso alla fase a gironi della Champions League. L’andata contro lo Sporting Lisbona era terminata 0-0 e il ritorno arrivava in un momento delicato per la squadra di Héctor Cúper, segnato anche dal caso Ronaldo e dalla sua ormai imminente partenza da Milano.
Ma intorno alla partita c’era un’altra storia, tutta televisiva. Un incontro di grande richiamo, decisivo per una delle principali squadre italiane, non sarebbe stato proposto da una delle tradizionali reti nazionali. A trasmetterlo fu invece un circuito costruito intorno a Telelombardia e formato da una ventina di televisioni locali: emittenti autonome che, ciascuna nella propria area, riuscivano insieme a coprire l’intero territorio nazionale.
Alle 21 l’Inter scese in campo; Di Biagio e Recoba segnarono nel primo tempo e i nerazzurri vinsero 2-0, conquistando la qualificazione. Ma mentre a San Siro si decideva il passaggio del turno, davanti ai televisori stava riuscendo un esperimento che avrebbe attirato, il giorno dopo, l’attenzione della stampa nazionale.
Una partita fuori dai grandi network
L’operazione nacque a Milano a ridosso dell’incontro. Massimo Moratti mise a disposizione i diritti della partita e Telelombardia, guidata dall’editore Sandro Parenzo, li acquistò, approfittando dell’incertezza delle grandi reti.
Parenzo riassunse la genesi dell’operazione spiegando che Telelombardia si era inserita «nelle indecisioni della Rai»: aveva comprato l’esclusiva da Moratti e cercato poi altre televisioni con cui distribuirla sul territorio. L’investimento complessivo fu indicato in circa 260 mila euro, comprese le spese di produzione.
Il problema, a quel punto, non era soltanto possedere i diritti: bisognava trasformare una televisione regionale lombarda in qualcosa capace di raggiungere gli spettatori del resto d’Italia.
L’operazione fu costruita in appena 48 ore. Telelombardia curò la ripresa dell’incontro e organizzò una rete di emittenti che ricevevano il prodotto per trasmetterlo nelle rispettive aree. Tra le televisioni coinvolte figuravano, oltre alla stessa Telelombardia, Rete 7 in Piemonte, E-TV in Emilia-Romagna, TV Centro Marche, Canale 10 in Toscana, Umbria TV, T9 nel Lazio, Telenorba, Videocalabria e Videolina in Sardegna, insieme ad altre stazioni regionali. Sommando segnali diversi, il circuito arrivava così a coprire l’intero territorio nazionale.1
Era un modello molto diverso da quello di un normale network. Non esisteva un’unica emittente nazionale con decine di ripetitori: erano televisioni autonome che, per uno specifico evento, diventavano parti dello stesso circuito.
E la partita dell’Inter arrivava nel momento giusto per dimostrarne le possibilità. Nell’estate del 2002 il rapporto fra calcio e televisione attraversava una fase particolarmente agitata, fra costi dei diritti, trattative con le pay tv e società ancora prive di accordi per il campionato. Una partita prestigiosa rimasta fuori dalla programmazione dei grandi network poteva quindi diventare il banco di prova per un sistema alternativo.
In Puglia, Basilicata e Molise la partita era su Telenorba
All’interno di quella rete, Telenorba ottenne l’esclusiva per Puglia, Basilicata e Molise. L’appuntamento era fissato alle 20.55, pochi minuti prima del calcio d’inizio. La telecronaca venne affidata a Michele Salomone, con Stefano Pizzirani al commento tecnico.2
Il dettaglio è particolarmente interessante perché permette di capire che il circuito non funzionava necessariamente come una semplice catena di ripetitori.
Su Telelombardia la partita aveva infatti una propria veste editoriale. La telecronaca era affidata a Gian Luca Rossi, con Evaristo Beccalossi al commento tecnico. Aldo Grasso, tornando sulla trasmissione due giorni dopo, ne sottolineò proprio il carattere dichiaratamente vicino al pubblico interista, osservando come Beccalossi parlasse dei giocatori utilizzando spesso il «noi».3
La stessa partita poteva dunque viaggiare attraverso una rete comune mantenendo, almeno in alcuni territori, una voce locale diversa. È uno degli aspetti più interessanti dell’esperimento: alla capacità di ottenere una copertura ampia non corrispondeva necessariamente la cancellazione dell’identità delle singole televisioni.
Per lo spettatore pugliese, lucano o molisano, nter–Sporting non era una semplice ritrasmissione integrale del programma di Telelombardia: Telenorba proponeva l’incontro con i propri commentatori, all’interno dell’accordo che aveva reso disponibile l’evento.
Inter–Sporting Lisbona del 27 agosto 2002 durante la diretta di Telenorba. In basso a destra è visibile il logo dell’emittente
Quasi quattro milioni nella voce «Altre»
Il giorno successivo fu l’Auditel a trasformare l’operazione in una notizia nazionale.
Il dato va però letto per quello che effettivamente misurava nel 2002. Le televisioni locali che avevano trasmesso Inter–Sporting non comparivano tutte separatamente nelle classifiche: molte confluivano nella categoria Auditel «Altre». Proprio quella voce, nella fascia compresa fra le 20.30 e le 22.30, raggiunse 3.949.000 spettatori e il 18,19% di share.
Nello stesso intervallo Raiuno registrava 3.553.000 spettatori e Canale 5 3.922.000.
Il confronto, quindi, non significava che una singola televisione locale avesse improvvisamente superato le due ammiraglie nazionali. Era il dato aggregato della voce “Altre”, nella quale rientravano Telelombardia e diverse emittenti del circuito, a raggiungere un livello fino ad allora inconsueto.
Il fenomeno proseguì anche nella fascia 22.30-23.00, che comprendeva la parte conclusiva della partita: le televisioni locali arrivarono a 1.531.000 spettatori e al 19,22%, contro 1.099.000 di Raiuno e 1.240.000 di Canale 5.4
Il risultato ebbe immediata risonanza perché, nella fascia della partita, la voce Auditel che comprendeva le televisioni locali aveva superato, prese singolarmente, Raiuno e Canale 5.5
Anche fuori dalla Lombardia arrivavano segnali della forza dell’evento. In Sicilia, per esempio, Telecolor dichiarò uno share regionale del 10%, con punte del 13%, leggendo quel risultato come la dimostrazione che le televisioni locali potevano assumere un ruolo rilevante anche su eventi di interesse nazionale.6
Una stessa diretta, tante televisioni
Il successo di Inter–Sporting mostrava qualcosa che gli ascolti, da soli, non spiegavano completamente.
Per decenni l’emittenza locale italiana aveva costruito il proprio rapporto con il pubblico soprattutto sulla prossimità: informazione territoriale, sport regionale, televendite, talk show, programmi legati alla comunità di riferimento. Il circuito del 27 agosto utilizzava quella stessa rete di antenne in modo diverso: un contenuto nazionale veniva distribuito attraverso una struttura territorialmente frammentata.
Non era la nascita improvvisa di una nuova rete nazionale. Le televisioni rimanevano indipendenti, con marchi, palinsesti e pubblici diversi. Ma per alcune ore il telespettatore poteva seguire lo stesso grande evento a Torino, Milano, Bologna, Roma, Bari, in Calabria o in Sardegna sintonizzandosi ogni volta su un’emittente differente.
Persino la telecronaca poteva cambiare.
È proprio questo elemento a distinguere l’esperimento da una normale syndication costruita intorno a un programma identico. Il circuito metteva in comune l’evento senza necessariamente uniformare completamente il modo di raccontarlo.
In Lombardia il tono della telecronaca di Telelombardia era dichiaratamente vicino all’Inter. Nel territorio di Telenorba entravano invece in scena Michele Salomone e Stefano Pizzirani. Un grande incontro europeo diventava così, contemporaneamente, un prodotto nazionale per diffusione e locale per linguaggio.
La «terza via» delle tv locali
Il significato televisivo dell’operazione fu colto subito anche sul piano critico.
Aldo Grasso intitolò il suo intervento sul Corriere della Sera «Telecronache: la terza via». Non era soltanto un giudizio sulla qualità della partita trasmessa: quella definizione indicava la possibilità che fra il servizio pubblico e i grandi gruppi commerciali nazionali potesse esistere uno spazio diverso, costruito attraverso l’aggregazione delle televisioni regionali.7
Anche Enrico Mentana, allora direttore del TG5, parlò di un «esperimento positivo», osservando che nelle televisioni locali si percepivano spesso maggiore calore e minore necessità di adottare i codici più compassati delle grandi reti.8
Parenzo guardava già oltre quella singola serata. Il risultato dimostrava che le antenne esistevano e che potevano essere coordinate. Nelle settimane successive il collegamento fra emittenti locali sarebbe stato nuovamente utilizzato per altri contenuti e l’editore di Telelombardia avrebbe continuato a ragionare sulla possibilità di costruire un network capace di offrire sport, informazione e intrattenimento, mantenendo però l’autonomia delle stazioni coinvolte.9
L’esperimento di Inter–Sporting non si trasformò automaticamente in un terzo grande network televisivo nazionale. Ma mostrò concretamente ciò che fino ad allora poteva apparire soprattutto una possibilità teorica: diverse televisioni locali, coordinate intorno a uno stesso contenuto e agli stessi diritti, potevano per alcune ore comportarsi come una rete di dimensione nazionale.
Una diretta nazionale, ma senza un canale nazionale
La sera del 27 agosto 2002 l’Inter superò il preliminare battendo lo Sporting e conquistò l’accesso alla fase a gironi della Champions League. Per la storia della televisione italiana, però, il risultato più curioso arrivò il giorno dopo.
Nella fascia della partita la voce Auditel “Altre”, che comprendeva Telelombardia e diverse televisioni locali, aveva sfiorato i quattro milioni di spettatori, mentre un grande evento calcistico attraversava l’Italia senza avere un unico canale nazionale di riferimento.
A Milano si vedeva Telelombardia. In altre regioni Rete 7, E-TV, T9, Videocalabria, Videolina e altre emittenti del circuito. In Puglia, Basilicata e Molise l’evento veniva proposto da Telenorba, con Michele Salomone al microfono.
Per una sera la dimensione nazionale della televisione non dipese quindi dalla grandezza di una singola rete, ma dalla somma di molte televisioni regionali.
È forse questa l’immagine più interessante lasciata da Inter–Sporting: non la nascita di un nuovo polo televisivo, come qualcuno immaginò nelle ore successive, ma la dimostrazione che l’emittenza locale italiana poteva, quando diritti, tecnologia e interesse del pubblico coincidevano, uscire dai propri confini territoriali senza rinunciare del tutto alla propria identità.
Note
Paolo Conti, “In 4 milioni per l’Inter. Il «terzo polo» di tv locali batte Rai e Mediaset”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002; Maria Grazia Bruzzone, “Telelombardia e il «miracolo» targato Inter”, La Stampa, 29 agosto 2002, p. 31. ↩︎
Redazione, “Inter-Sporting su Telenorba”, la Repubblica, 27 agosto 2002; Redazione, “L’Inter non può fallire il primo traguardo”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 agosto 2002, p. 21. ↩︎
Aldo Grasso, “Telecronache: la terza via”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002. ↩︎
Paolo Conti, “In 4 milioni per l’Inter. Il «terzo polo» di tv locali batte Rai e Mediaset”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002. ↩︎
Carlo Farra, “Con l’Inter le tv locali battono Rai e Mediaset”, Il Mattino, 29 agosto 2002; Maria Grazia Bruzzone, “Telelombardia e il «miracolo» targato Inter”, La Stampa, 29 agosto 2002, p. 31. ↩︎
Redazione, “Tv locali, «botto» grazie all’Inter”, l’Unità, 30 agosto 2002, p. 20. ↩︎
Aldo Grasso, “Telecronache: la terza via”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002. ↩︎
Carlo Farra, “Con l’Inter le tv locali battono Rai e Mediaset”, Il Mattino, 29 agosto 2002. ↩︎
Natalia Lombardo, “Il giornalista ha già un contratto, non con me”, l’Unità, 29 settembre 2002, p. 7. ↩︎
Doxa contro Abacus, Rai contro Fininvest: exit poll, proiezioni, maratone e televisioni locali nel lunedì dello scrutinio
Il 5 e 6 aprile 1992 gli italiani tornarono alle urne per rinnovare la Camera e il Senato, a cinque anni dalle precedenti elezioni politiche. Il risultato avrebbe modificato profondamente gli equilibri parlamentari, indebolendo i partiti che avevano governato fino ad allora e aprendo una fase di crescente frammentazione del quadro politico.
Ma mentre cominciava lo spoglio delle schede, un’altra competizione era già in corso davanti ai televisori.
Per la prima volta Canale 5 e Italia 1 entravano direttamente nella grande sfida dei risultati elettorali, contendendo alla Rai il terreno delle proiezioni, dei collegamenti e dei commenti in tempo reale. Doxa contro Abacus, Bruno Vespa contro Enrico Mentana, servizio pubblico contro Fininvest: il lunedì dello scrutinio si trasformò così in una lunga corsa televisiva nella quale anche pochi minuti di anticipo potevano assumere il valore di una vittoria.1
La giornata televisiva comincia prima delle 14
Le urne sarebbero rimaste aperte fino alle 14, ma i programmi elettorali cominciarono prima.
Alle 13.20 Canale 5 trasmise Vincitori e vinti, lo speciale del TG5 diretto da Enrico Mentana. Alle 13.45 partì su Raiuno lo Speciale elezioni politiche ’92 del TG1, guidato da Bruno Vespa. Alle 14 si aggiunsero Elezioni sul Tre, condotto da Italo Moretti, e lo speciale di Studio Aperto su Italia 1, con Emilio Fede e Gianfranco Funari.2
Raidue affidò a Mimmo Liguoro la parte centrale della propria copertura, inserita all’interno di Detto tra noi, mentre Raitre costruì un racconto più articolato, nel quale convivevano informazione, satira e approfondimento. In serata Andrea Barbato e Gad Lerner avrebbero condotto Voto dopo voto, seguito da una seconda parte dello speciale e da una nuova finestra notturna di Elezioni sul Tre.
La maratona non comportò però la completa cancellazione dei normali palinsesti. Raiuno trasmise in prima serata il film Il caso Justin; Raidue mantenne L’ispettore Derrick; Canale 5 lasciò spazio nel pomeriggio a Bim Bum Bam, alle 19 alla Ruota della fortuna e, in prima serata, al film C’era un castello con 40 cani.
La “non-stop” annunciata dai giornali non coincideva dunque sempre con una diretta ininterrotta. Le elezioni diventavano piuttosto la struttura portante della giornata: riapparivano nei telegiornali, interrompevano o affiancavano i programmi ordinari e tornavano in primo piano ogni volta che arrivava un nuovo dato.3
Bruno Vespa durante “Elezioni Uno ’92”, in collegamento con Pier Ferdinando Casini dalla sede della Democrazia cristiana
Il debutto dell’exit poll nella diretta elettorale
Per gran parte del pubblico italiano, le politiche del 1992 rappresentarono il primo incontro con uno strumento ancora sconosciuto: il sondaggio realizzato all’uscita dai seggi, destinato a diventare familiare con il nome di exit poll.
Il meccanismo era diverso da quello delle tradizionali proiezioni. Agli elettori veniva consegnata una scheda simile a quella appena utilizzata nell’urna, da compilare anonimamente e depositare in una busta sigillata. La rilevazione della Doxa coinvolse circa quindicimila persone e fu presentata come un esperimento: l’obiettivo era ottenere una prima indicazione sugli orientamenti dell’elettorato senza attendere lo scrutinio delle schede reali.4
La gara televisiva cominciò addirittura a ridosso della chiusura dei seggi. Alle 13.50 la Doxa decise di diffondere il proprio sondaggio sperimentale, anticipando il momento nel quale sarebbero cominciate le operazioni di spoglio. Le prime percentuali arrivarono quindi sui teleschermi quando la competizione per le proiezioni non era ancora formalmente iniziata.5
Alle 14.01 Raiuno presenta il sondaggio Doxa all’uscita dai seggi, confrontando le stime con i risultati della Camera del 1987.
La rilevazione, commissionata dal TG1, indicava immediatamente alcune tendenze destinate a trovare conferma nelle ore successive: il forte arretramento della Democrazia cristiana, la crescita della Lega Nord e l’assenza di una maggioranza per il quadripartito.
Le politiche del 1992 segnarono così l’ingresso dell’exit poll nella grande diretta elettorale italiana. Era ancora uno strumento sperimentale, accolto con prudenza dagli stessi conduttori, ma consentiva alla televisione di mostrare una prima immagine del voto in attesa dell’arrivo dei risultati effettivi.
Exit poll e proiezioni: due strumenti diversi
L’exit poll ricostruiva il voto attraverso le dichiarazioni degli elettori. Le proiezioni, invece, partivano dalle schede realmente scrutinate in un campione di sezioni selezionate perché ritenute rappresentative del Paese.
Per le elezioni del 1992 furono individuate circa seicento sezioni sulle 88.654 presenti in tutta Italia. I risultati venivano comunicati telefonicamente alle centrali di elaborazione, corretti in base alla provenienza geografica e progressivamente aggiornati mentre procedeva lo spoglio.
La Rai si affidava alla Doxa, mentre le reti Fininvest ricevevano le proprie elaborazioni dall’Abacus. Su questo terreno la sfida diventò una vera gara al cronometro.
Poco dopo le 15 cominciò a circolare una proiezione Doxa sul Senato contrassegnata dall’orario delle 15.09. Alle 15.14 il dato apparve su Raitre e, pochi secondi più tardi, anche sulle altre due reti Rai. Enrico Mentana dovette invece aspettare fino alle 15.25 per ricevere la prima proiezione dell’Abacus.6
Il vantaggio iniziale della Rai fu quindi di circa dieci minuti. Fininvest riuscì successivamente a recuperare, precedendo la concorrente nella diffusione di alcune proiezioni relative alla Camera. Non esisteva un unico traguardo: ogni aggiornamento apriva una nuova sfida e consentiva alle reti di rivendicare, almeno per qualche minuto, di essere arrivate per prime.
I risultati raccontati come una partita
Il giorno successivo Aldo Grasso individuò nelle trasmissioni elettorali uno «stile calcistico».7 L’accostamento descrive efficacemente il modo in cui le reti costruirono il racconto.
Le percentuali apparivano come risultati su un tabellone. I segretari dei partiti commentavano vittorie, sconfitte e recuperi come allenatori al termine di una partita. I collegamenti passavano dagli studi televisivi alle sedi politiche con un ritmo simile a quello delle trasmissioni sportive della domenica. Doxa e Abacus diventavano il vero “campo centrale” dal quale poteva arrivare, in qualsiasi momento, un nuovo risultato.
Anche il linguaggio dei conduttori contribuiva a trasformare lo scrutinio in una competizione. Mentana sollecitava ripetutamente l’Abacus, chiedendo quanto mancasse all’arrivo delle prime proiezioni. Emilio Fede annunciava di voler giocare tutto «sul tempo, sui minuti». Vespa sincronizzava gli orologi con i collaboratori della Doxa.
La concorrenza non riguardava soltanto la rapidità. Contavano gli ospiti, la capacità di ottenere un collegamento con il protagonista del momento e la possibilità di offrire qualcosa di diverso rispetto alle altre reti.
Giorgio Forattini preparava vignette per il TG5. Raitre coinvolgeva Sergio Staino, Ellekappa e i protagonisti di Avanzi. Italia 1 affidava la prima serata a Giuliano Ferrara con uno speciale de L’Istruttoria. Nella notte Canale 5 trasferiva il racconto delle elezioni al teatro Parioli con il Maurizio Costanzo Show.
Politici, giornalisti e commentatori passavano inoltre da una rete all’altra: Ferrara compariva con Mentana e con Fede, Mentana interveniva da Ferrara, esponenti della Rai partecipavano ai programmi Fininvest e gli ospiti finivano poi per ritrovarsi da Costanzo. Nel complesso, le principali reti superarono le cinquanta ore di programmazione elettorale.8
La maratona mescolava così informazione, dibattito, satira e spettacolo. Il risultato non era più soltanto una cifra comunicata dal telegiornale, ma un racconto costruito in diretta e continuamente rilanciato dalla concorrenza.
Quando la diretta sfugge al copione
La tensione della giornata produsse anche alcuni momenti destinati a dominare le cronache televisive del giorno successivo.
Intorno alle 19 Raiuno si collegò con la sede del Partito repubblicano per raccogliere il commento di Giorgio La Malfa. Il segretario del PRI accusò il TG1 e il TG2 di avere marginalizzato durante la campagna elettorale i repubblicani, la Lega e La Rete. Bruno Vespa reagì ricordando il sistema di lottizzazione della Rai e il confronto si trasformò rapidamente in una lite, con le voci sovrapposte e La Malfa che arrivò a chiedere implicitamente le dimissioni del direttore del TG1.9
L’episodio ebbe una seconda vita televisiva poche ore dopo. Durante L’Istruttoria, Giuliano Ferrara mandò in onda il replay dello scontro avvenuto sulla rete concorrente. Era una televisione che non si limitava più a raccontare la politica: osservava, riproponeva e commentava in tempo quasi reale ciò che stava accadendo sugli altri canali.
Ma anche lo studio di Italia 1 finì fuori copione. Gianfranco Funari, che avrebbe dovuto affiancare Ferrara, contestò lo spazio riservato al proprio gruppo di ospiti. Dopo un breve battibecco annunciò che se ne sarebbe andato e abbandonò platealmente la trasmissione, seguito dalle persone che erano con lui.
In una giornata nata come gara tra percentuali, furono così due scontri verbali a diventare alcuni dei momenti televisivi più ricordati.
Quattrocentocinquanta pagine di Televideo
La diretta non era l’unico modo per seguire lo scrutinio.
Per quelle elezioni la Rai predispose oltre 450 pagine di Televideo, aggiornate dalle 14 del 6 aprile fino alle 20 del giorno successivo. L’indice generale dello speciale si trovava a pagina 303; le pagine 101 e 102 raccoglievano le ultime notizie, mentre altre sezioni erano riservate alle proiezioni, ai dati regionali, alle circoscrizioni e agli eletti.10
Televideo consentiva allo spettatore di sottrarsi momentaneamente ai tempi decisi dai conduttori. Bastava digitare il numero di una pagina per cercare una regione, un collegio o una percentuale che in quel momento non trovava spazio nella trasmissione.
Nel 1992 la consultazione dei risultati passava dunque anche attraverso quello schermo silenzioso fatto di caratteri colorati, pagine numerate e aggiornamenti attesi davanti al televisore.
Telemontecarlo e lo scrutinio fuori dalla sfida principale
Anche Telemontecarlo seguì le elezioni, pur senza trasformare l’intero palinsesto in una maratona.
La rete predispose aggiornamenti all’interno di TMC News, collegamenti con il Viminale e con le sedi dei partiti e una serie di brevi flash di cinque minuti distribuiti nel pomeriggio e nella serata. Era una copertura meno invasiva, inserita all’interno della programmazione ordinaria e concentrata sui momenti nei quali arrivavano nuovi dati.11
Ma la mobilitazione televisiva non si fermò alle reti nazionali.
Lo scrutinio sotto casa: le televisioni locali
Mentre Rai e Fininvest si contendevano la prima percentuale nazionale, le emittenti locali potevano avvicinare lo spettatore allo scrutinio del proprio territorio.
In Piemonte, GRP programmò tre appuntamenti con i risultati, alle 20, alle 21 e alle 23, collegandosi in diretta con la Sala Marmi del Comune di Torino. Quartarete propose uno Speciale elezioni alle 20, mentre Videogruppo proseguì fino a notte con Elezioni in diretta alle 0.30.12
In Valle d’Aosta la sede regionale della Rai ottenne tre spazi in diretta su Raitre. Il primo, tra le 18 e le 18.52, seguì l’arrivo dei dati provvisori dei 74 comuni valdostani dalla sala stampa allestita nel palazzo regionale. Un secondo collegamento cominciò alle 19.30; l’ultimo, tra le 23.30 e mezzanotte, fu dedicato ai risultati definitivi e ai primi commenti. La sede di Aosta fu l’unica struttura regionale della Rai a ottenere una diretta specificamente dedicata alle elezioni politiche.13
Anche a Bari lo scrutinio mobilitò diverse emittenti, con formule molto diverse.
Telebari mandò in onda Elettoshock dalle 17 alle 24, coinvolgendo l’intera redazione, i comici Tati e Tata e il pubblico attraverso un quiz a premi. Oggi TV cominciò invece già alle 13.45 con una puntata di Oggi Informazione, trasmessa contemporaneamente su Radio Primo Piano. La diretta prevedeva collegamenti con le prefetture di Bari e Foggia, giornalisti, politologi e commentatori in studio e sarebbe proseguita fino alla disponibilità dei risultati definitivi.14
A queste esperienze si aggiungeva l’emittente VideoEmme affiliata al circuito Cinquestelle. Alle 16 era in programma Puglia Vota, una diretta non-stop sull’andamento elettorale dei candidati pugliesi. La trasmissione aveva una dimensione dichiaratamente regionale.15
L’inserzione di Cinquestelle VideoEmme per “Puglia vota”, la diretta elettorale del 6 aprile 1992 dedicata ai candidati pugliesi. La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 aprile 1992, p. 19
Telebari, Oggi TV e VideoEmme rappresentavano tre modi diversi di raccontare lo stesso evento. Telebari sceglieva una formula popolare, nella quale lo scrutinio si mescolava con comicità e partecipazione del pubblico. Oggi TV puntava invece sulla raccolta dei dati e sul collegamento diretto con gli uffici territoriali. VideoEmme concentrava lo sguardo sulla dimensione regionale del voto e sui candidati pugliesi.
La funzione delle televisioni locali emergeva proprio da questa differenza. Le reti nazionali cercavano di anticipare il risultato complessivo; le emittenti cittadine e regionali potevano seguire lo spoglio più vicino agli spettatori, comune per comune e prefettura per prefettura.
Il 6 aprile 1992 non fu quindi una grande giornata televisiva soltanto negli studi di Roma e Milano. La corsa ai risultati coinvolse anche redazioni regionali e locali, ciascuna con risorse, linguaggi e pubblici differenti.
L’ultima gara si gioca sull’Auditel
Il giorno successivo la competizione si spostò dalle proiezioni agli ascolti.
Tra le 14 e le 20.30 le tre reti Rai ottennero complessivamente una media di 6 milioni e 795 mila spettatori, con il 49,83% di share. Le tre reti Fininvest raggiunsero, nella stessa fascia, 4 milioni e 923 mila spettatori e il 36,10%.16
Lo speciale di Raiuno condotto da Vespa, distribuito su 347 minuti, registrò una media di 2 milioni e 370 mila spettatori e il 18,55% di share. Canale 5 replicò però allargando il confronto alla fascia compresa tra le 14 e le 2 di notte: in quell’intervallo risultò davanti a Raiuno con il 19,44% contro il 18,76%.
Nella notte il Maurizio Costanzo Show raggiunse il risultato più vistoso: le tre ore di diretta dal Parioli dedicate alle elezioni ottennero il 31,34% di share.
Anche l’Auditel permetteva quindi letture differenti. La Rai prevaleva nel confronto complessivo del pomeriggio; Canale 5 rivendicava la vittoria sulla fascia più lunga; Costanzo dominava la parte notturna. Come era già accaduto per le proiezioni, ciascuna rete poteva scegliere il proprio traguardo e dichiararsi vincitrice.
Una nuova competizione televisiva
Riguardata oggi, la giornata del 6 aprile 1992 mostra un sistema televisivo nel quale convivevano abitudini consolidate e nuovi elementi di competizione.
La Rai conservava la propria tradizione nelle grandi dirette elettorali, ma non era più sola. Il TG5, nato da pochi mesi, e Studio Aperto consentivano a Fininvest di disputare al servizio pubblico il terreno dell’informazione in tempo reale. L’exit poll anticipava la ricerca immediata del risultato; le proiezioni diventavano una corsa al minuto; gli ospiti attraversavano studi concorrenti; Televideo permetteva di consultare centinaia di pagine di dati; le televisioni locali portavano lo scrutinio nei comuni e nelle prefetture.
Quella del 6 aprile 1992 fu una giornata nella quale il risultato elettorale smise definitivamente di essere soltanto una notizia da comunicare.
Divenne una lunga narrazione in diretta, costruita attraverso velocità, concorrenza, immagini, scontri e spettacolo. Una partita televisiva parallela a quella delle urne, combattuta fino a notte fonda per conquistare il primo dato e, insieme, l’attenzione degli spettatori.
Redazione, “Proiezioni voto, una tele-guerra”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 aprile 1992, p. 2. ↩︎
G. C., “Scorpacciata elettorale in Tv”, Corriere della Sera, 6 aprile 1992, p. 2 ↩︎
Gianna Besson, “Rai contro Fininvest. Il bello del voto in diretta”, Il Mattino, 4 aprile 1992. ↩︎
Liliana Madeo, “Sorpresa, gli italiani sono sinceri”, La Stampa, 7 aprile 1992, p. 8. ↩︎
Antonio Ferrari, “Guerra a chi acchiappa risultati”, Corriere della Sera, 7 aprile 1992. ↩︎
Loredana Bartoletti, “La Malfa processa Vespa in diretta”, la Repubblica, 7 aprile 1992, p. 15; “Non stop elezioni”, registrazione audio e trascrizione automatica, Radio Radicale, 6 aprile 1992. ↩︎
Aldo Grasso, “Stile calcistico nelle trasmissioni elettorali”, Corriere della Sera, 7 aprile 1992, p. 11. ↩︎
Loredana Bartoletti, “La Malfa processa Vespa in diretta”, la Repubblica, 7 aprile 1992, p. 15; “Non stop elezioni”, registrazione audio e trascrizione automatica, Radio Radicale, 6 aprile 1992. ↩︎
Loredana Bartoletti, “La Malfa processa Vespa in diretta”, la Repubblica, 7 aprile 1992, p. 15; “Non stop elezioni”, registrazione audio e trascrizione automatica, Radio Radicale, 6 aprile 1992. ↩︎
G. C., “Scorpacciata elettorale in Tv”, Corriere della Sera, 6 aprile 1992, p. 2 ↩︎
Redazione, “Proiezioni voto, una tele-guerra”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 aprile 1992, p. 2 ↩︎
Redazione, “Oggi in TV”, Stampa Sera, 6 aprile 1992, p. 20. ↩︎
S. A. B., “Tre dirette tv per i risultati delle elezioni”, La Stampa, 5 aprile 1992, p. 40. ↩︎
Redazione, “Speciale elettorale in Tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 aprile 1992, p. 14. ↩︎
Inserzione promozionale, “Puglia Vota”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 aprile 1992, p. 19. ↩︎
Franzi De Palma, “La Rai ha vinto la maratona tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 aprile 1992, p. 3. ↩︎