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  • 7 marzo 1996. Quando Il nome della rosa scomparve dal palinsesto di TMC

    7 marzo 1996. Quando Il nome della rosa scomparve dal palinsesto di TMC

    Il film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery era annunciato in prima serata su Telemontecarlo. Poche ore prima della messa in onda, però, un intervento della Rai bloccò la trasmissione. Dietro quella improvvisa variazione di palinsesto c’era una controversia sui diritti che si inseriva nel momento di massima tensione tra Viale Mazzini e il gruppo Cecchi Gori.

    Giovedì 7 marzo 1996 il palinsesto di Telemontecarlo sembrava non riservare sorprese. Dopo TMC Ore 20, alle 20.30 era annunciato Il nome della rosa, il film diretto da Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, Christian Slater e F. Murray Abraham. Le guide televisive lo presentavano regolarmente tra le proposte della serata; La Stampa gli dedicava anche uno spazio nella selezione dei film del giorno.1

    Ma quella sera gli spettatori di TMC non videro Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville. Il nome della rosa scomparve dal palinsesto e al suo posto venne trasmesso La vendetta dell’uomo chiamato cavallo, western del 1976 con Richard Harris.

    Non fu una normale variazione di programmazione. Il film era diventato, nel giro di poche ore, l’oggetto di un nuovo scontro tra la Rai e il gruppo Cecchi Gori.

    Un film dalla lunga storia televisiva

    Il nome della rosa non era un titolo qualsiasi per la televisione italiana. La sua prima trasmissione su Rai 1, il 5 dicembre 1988, era stata un autentico evento: il film aveva ottenuto una media di 14 milioni 672 mila telespettatori, con il 53,54 per cento di share, dopo averne raccolti oltre 15 milioni e mezzo nella parte iniziale. Un risultato che lo aveva portato in testa alla classifica dei film più seguiti dell’epoca.2

    Negli anni successivi il titolo era tornato sugli schermi Rai. L’ultimo passaggio precedente a questa vicenda risaliva a domenica 30 ottobre 1994, quando Rai 3 lo aveva proposto in prima serata. In quell’occasione gli spettatori erano stati 2 milioni 755 mila.3

    Era quindi trascorso circa un anno e mezzo dall’ultima programmazione. Nel marzo 1996 il film era pronto a cambiare rete: questa volta avrebbe dovuto essere Telemontecarlo a proporlo in prima serata.

    Il fax che fermò la trasmissione

    La mattina del 7 marzo la Rai intervenne sulla programmazione prevista da TMC.

    Viale Mazzini rivendicava la titolarità dei diritti televisivi del film, acquistati nel 1985 dal produttore Franco Cristaldi e detenuti, secondo la propria ricostruzione, in perpetuo. Non essendo mai avvenuta una cessione di quei diritti, la Rai comunicò a Telemontecarlo che Il nome della rosa non poteva essere trasmesso.

    La posizione del gruppo Cecchi Gori era completamente diversa. TMC sosteneva che, prima del 29 febbraio, fosse già stata raggiunta con la Rai un’intesa che avrebbe consentito la programmazione del film su Telemontecarlo e Videomusic, nell’ambito di una più ampia sistemazione di rapporti pregressi tra le due parti. A mancare sarebbe stata soltanto la formalizzazione dell’accordo.4

    Per la Rai, invece, quell’accordo non era mai esistito: c’erano stati incontri e trattative, ma nessun passaggio tale da autorizzare TMC a mandare in onda il film. Il Corriere della Sera sintetizzò la posizione di Viale Mazzini parlando semplicemente di un precedente «pour parler».5

    La differenza non era di poco conto. Per TMC si trattava di dare seguito a un’intesa già raggiunta e rimasta impigliata nelle procedure; per la Rai, senza un accordo formalizzato, i diritti continuavano ad appartenere esclusivamente al servizio pubblico.

    Dietro Il nome della rosa, cinquanta film

    La disputa sul film di Annaud era in realtà collegata a una trattativa molto più ampia.

    Nei mesi precedenti Cecchi Gori aveva proposto alla Rai un pacchetto di circa cinquanta film, nove dei quali in prima visione, per un valore complessivo indicato in circa 27 miliardi di lire. L’operazione avrebbe potuto comprendere anche scambi e sistemazioni di diritti tra i due gruppi.6

    La trattativa, rimasta a lungo ferma, era stata ripresa durante la presidenza Rai di Letizia Moratti. In questo quadro si inseriva anche Il nome della rosa: TMC riteneva che il via libera al film fosse una delle conseguenze dell’intesa in corso.

    Poi arrivò il 29 febbraio 1996.

    Quel giorno si concluse la gara della Lega Calcio per i diritti delle stagioni successive. Il gruppo Cecchi Gori risultò inizialmente assegnatario dei diritti radiofonici e televisivi in chiaro relativi al campionato di Serie A e B, alla Coppa Italia e alla Supercoppa, superando proprio la Rai.7

    Per Viale Mazzini era una sconfitta particolarmente pesante. Non riguardava soltanto le immagini delle partite, ma programmi che da anni costituivano una parte fondamentale dell’identità del servizio pubblico, dalla radio al racconto televisivo della domenica calcistica.

    Nel giro di pochi giorni i rapporti tra Rai e Cecchi Gori cambiarono radicalmente. Le trattative commerciali già in corso finirono così assorbite in un confronto molto più ampio.

    Fu in questo clima che arrivò il blocco de Il nome della rosa.

    Alle 20.30 cambia il palinsesto

    Per il telespettatore, naturalmente, tutto questo si traduceva in qualcosa di molto più semplice: il programma annunciato dai giornali non c’era.

    Alle 20.30 TMC dovette rinunciare al film di Annaud e ripiegare su La vendetta dell’uomo chiamato cavallo. La sostituzione arrivò quando le guide televisive erano ormai stampate e continuavano quindi a indicare Il nome della rosa come il film della serata.

    Era uno di quei casi, frequenti nella televisione analogica ma oggi più difficili da immaginare, nei quali il palinsesto pubblicato sui quotidiani poteva cessare di corrispondere alla televisione realmente ricevuta in casa.

    La vicenda ebbe immediatamente una lettura più ampia. La Stampa titolò «Guerra tv nel “nome della rosa”»; il Corriere della Sera scelse «Guerra con la Rai, salta su Tmc “Il nome della rosa”». La parola «guerra» descriveva bene il clima di quei giorni, anche se il mancato passaggio del film restava formalmente una controversia sulla disponibilità dei diritti.

    La stessa sera Vittorio Cecchi Gori non partecipò inoltre a Tempo reale, il programma di Michele Santoro che affrontava proprio il tema della perdita da parte della Rai dei diritti calcistici. Il cinema e il calcio finivano così per sovrapporsi, almeno per qualche giorno, nello stesso confronto tra due gruppi televisivi.

    Due giorni dopo si spegne anche l’atletica

    Che il rapporto tra Rai e TMC fosse ormai entrato in una fase particolarmente difficile divenne ancora più evidente nel fine settimana.

    Il 9 marzo Telemontecarlo stava trasmettendo i Campionati europei indoor di atletica leggera da Stoccolma. Dopo circa mezz’ora di immagini, il collegamento venne interrotto. TMC aveva prelevato il segnale dell’Eurovisione attraverso Montecarlo; la Rai, che rivendicava i diritti italiani della manifestazione in forza degli accordi con l’UER, contestò la trasmissione.

    Il segnale venne oscurato proprio mentre erano in corso i 60 metri. L’immagine rimase bloccata e gli inviati di TMC continuarono per un tratto il racconto senza poter disporre delle immagini, trasformando di fatto il collegamento televisivo in una radiocronaca. Anche quel programma dovette infine lasciare spazio a un film.8

    A distanza di appena due giorni, dunque, gli spettatori di Telemontecarlo si erano trovati davanti a due palinsesti modificati per questioni di diritti: prima un film già annunciato, poi una manifestazione sportiva già iniziata.

    L’episodio dell’atletica non era direttamente collegato ai diritti de Il nome della rosa, ma rendeva molto visibile sullo schermo la tensione che in quel momento attraversava i rapporti tra il servizio pubblico e il gruppo Cecchi Gori.

    Il ritorno su TMC

    La storia del film con Telemontecarlo non terminò però il 7 marzo.

    Nove mesi più tardi, martedì 17 dicembre 1996, Il nome della rosa ricomparve nella prima serata della rete. Il palinsesto di TMC lo collocava subito dopo TMC Sport, intorno alle 20.30; alle 23 era previsto TMC Sera e, a seguire, La signora omicidi.9

    Era precisamente lo spazio che il film avrebbe dovuto occupare già a marzo.

    Fotogramma VHS de Il nome della rosa trasmesso da TMC, con Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville e il logo TMC in basso a destra.
    Fotogramma da una registrazione VHS di TMC de Il nome della rosa, trasmesso dall’emittente nel dicembre 1996, nove mesi dopo la mancata messa in onda del 7 marzo.

    La seconda programmazione arrivava però in un contesto televisivo completamente diverso. Non c’era più l’improvvisa contrapposizione che nove mesi prima aveva trasformato un normale film di prima serata in un caso nazionale sui diritti televisivi. Il nome della rosa poteva finalmente trovare posto nel palinsesto di Telemontecarlo.

    Il contrasto con il passato del titolo era notevole. Nel dicembre 1988, alla sua prima televisiva su Rai 1, quasi quindici milioni di persone si erano raccolte davanti allo stesso film. Nell’ottobre 1994 il passaggio su Rai 3 aveva ancora raggiunto 2 milioni 755 mila spettatori. Nel 1996 quel titolo non era più soltanto un grande successo cinematografico da riproporre: per una sera era diventato anche il punto in cui si erano incrociati i diritti di una library, le trattative tra due gruppi e la competizione per gli eventi capaci di dare identità a una rete.

    Un palinsesto che raccontava anche i rapporti tra le televisioni

    La mancata trasmissione del 7 marzo 1996 rimane un episodio piccolo rispetto alle grandi vicende della televisione di quegli anni. Proprio per questo è significativo.

    Un telespettatore che quella sera aveva scelto TMC per vedere Il nome della rosa poteva conoscere soltanto l’effetto finale della disputa: accendere il televisore e trovare un film diverso da quello annunciato.

    Dietro quella sostituzione c’era invece un sistema nel quale cinema, sport e programmi di richiamo rappresentavano strumenti essenziali nella competizione tra le reti. La disponibilità dei diritti poteva determinare non soltanto quali titoli inserire in un palinsesto, ma anche se un programma già annunciato potesse effettivamente raggiungere lo schermo.

    Il 7 marzo 1996 bastò un film già stampato sulle guide televisive e un fax arrivato poche ore prima della messa in onda per rendere visibile quella realtà.

    E così, quella sera, nell’abbazia de Il nome della rosa gli spettatori di Telemontecarlo non entrarono affatto.


    Note

    1. Redazione, palinsesto televisivo del 7 marzo 1996, La Stampa, 7 marzo 1996, p. 23. ↩︎
    2. Redazione, “«Il nome della rosa» più di «Rambo 2»: oltre 15 milioni di spettatori”, l’Unità, 7 dicembre 1988, p. 24. ↩︎
    3. Redazione, “Raiuno-Canale 5. Continua la guerra delle domeniche”, La Stampa, 1 novembre 1994, p. 20. ↩︎
    4. Redazione, “‘Il nome della rosa’ non va in onda a Tmc”, la Repubblica, 8 marzo 1996. ↩︎
    5. Redazione, “Guerra tv nel «nome della rosa»”, La Stampa, 8 marzo 1996, p. 23. ↩︎
    6. Marina Della Croce, “Lite Rai-Cecchi Gori. Dopo il calcio, i film”, il manifesto, 8 marzo 1996 ↩︎
    7. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ricostruzione della gara del 29 febbraio 1996 per i diritti radio-televisivi del calcio, provvedimento relativo a Rai-RTI-Cecchi Gori Communications ↩︎
    8. Redazione, “Guerra Rai-Tmc, cade l’atletica”, La Stampa, 10 marzo 1996, p. 5. ↩︎
    9. Redazione, “I programmi di oggi”, l’Unità, 17 dicembre 1996: palinsesto di Telemontecarlo. ↩︎

  • Elezioni 1994 in TV: exit poll, dirette e maratone elettorali

    Elezioni 1994 in TV: exit poll, dirette e maratone elettorali

    Il 28 marzo Rai, Fininvest e Telemontecarlo si contesero exit poll, proiezioni e prime reazioni. Intanto le televisioni locali costruivano maratone proprie, dalle prefetture alle piazze.

    La chiusura dei seggi era prevista per le 22 di lunedì 28 marzo 1994, al termine di due giornate di voto destinate a ridisegnare profondamente il Parlamento italiano. Era la prima elezione politica con il nuovo sistema prevalentemente maggioritario introdotto l’anno precedente; il quadro dei partiti era cambiato e tra i protagonisti c’era Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e proprietario del principale gruppo televisivo privato nazionale.

    Per la televisione, però, la notte elettorale era cominciata molto prima delle 22. Le reti avevano preparato lunghe dirette, studi diversi, collegamenti con le sedi dei partiti e con le piazze, ospiti, giochi, satira e soprattutto una complessa macchina di rilevazione del voto.

    Gli exit poll non erano una novità assoluta: erano stati utilizzati anche nelle elezioni politiche del 1992. Due anni dopo, tuttavia, avevano assunto un peso diverso. Erano diventati il punto di partenza di una vera competizione fra reti, ciascuna intenzionata a fornire per prima il quadro più attendibile del risultato.

    Tre reti, tre modi di aspettare il risultato

    La Rai scelse di occupare la prima serata prima ancora della chiusura dei seggi, ma senza trasformare le tre reti in copie dello stesso programma.

    Su Raiuno la serata cominciò alle 20.40. Aspettando i risultati metteva insieme informazione e spettacolo attraverso più studi e collegamenti: Mara Venier e Lilli Gruber, il Salone Margherita con il Bagaglino, gli interventi dei giornalisti e, progressivamente, il centro informativo del Tg1 a Saxa Rubra. Poco prima delle 22 il baricentro si spostava sempre più verso l’informazione, con Demetrio Volcic e Piero Badaloni impegnati nella lunga lettura dei dati, nei collegamenti con i partiti e nelle prime reazioni politiche.

    Era una formula che conservava qualcosa della televisione generalista di quegli anni: l’attesa del voto non veniva separata nettamente dal varietà. Pippo Franco, Oreste Lionello, Leo Gullotta e Valeria Marini potevano comparire nello stesso contenitore che, pochi minuti dopo, avrebbe dovuto spiegare composizione del Parlamento e rapporti di forza fra le coalizioni.

    La struttura della serata prevedeva alcuni passaggi comuni a tutta l’offerta Rai: alle 22 gli exit poll, più tardi le proiezioni del Senato, quindi nella parte finale della notte quelle della Camera. Su Raiuno il contenitore arrivava così fino alle ultime elaborazioni, prima del ritorno alla programmazione notturna.

    Su Raidue il punto di partenza era invece I fatti vostri. Giancarlo Magalli continuava a presidiare la sua “piazza”, inizialmente con il consueto miscuglio di ospiti, musica e giochi. Con l’avvicinarsi delle 22 la linea veniva ceduta sempre più spesso alla redazione del Tg2 e agli studi informativi: Carmen Lasorella e Mimmo Liguoro da via Teulada, Mariolina Sattanino e Michele Cucuzza da Saxa Rubra. I risultati interrompevano il programma, poi la piazza riprendeva, fino al collegamento successivo. La notte del voto diventava così una continua alternanza fra intrattenimento e aggiornamento giornalistico. Gli speciali del Tg2 sarebbero proseguiti, con ulteriori finestre, fino alle prime ore del mattino.

    Studio di Raidue durante la serata elettorale del 28 marzo 1994, con due conduttori e un collegamento esterno visualizzato sul grande schermo.

    La maratona di Raidue alternava lo studio ai collegamenti esterni e agli aggiornamenti sui risultati.

    Raitre aveva scelto la formula più riconoscibile. Alle 20.30 partiva Scommettiamo sul rosso, sul nero o sullo zero?, con Michele Santoro alla conduzione. Un contenitore nato dall’incontro fra Il rosso e il nero, il Tg3 e l’universo di Quelli che il calcio. Federica Sciarelli seguiva la parte informativa, Fabio Fazio interveniva da Milano, mentre nello studio di Santoro si alternavano giornalisti, intellettuali e personaggi dello spettacolo.

    C’era perfino un “Totovoto”: una schedina con tredici pronostici, uno sullo schieramento vincente e gli altri dedicati ad alcuni collegi uninominali. Il pubblico poteva telefonare e giocare indicando “1” per la destra, “X” per il centro e “2” per la sinistra. Era un modo quasi calcistico di accompagnare l’attesa, perfettamente coerente con una serata in cui informazione, spettacolo e partecipazione del pubblico si mescolavano continuamente.

    Alle 22 scatta la gara dei numeri

    Il vero spartiacque arrivò con la chiusura delle urne.

    La Rai si affidava al Cirm per gli exit poll e ad Abacus per le proiezioni basate sulle sezioni già scrutinate. Canale 5 aveva invece scelto la Doxa. Telemontecarlo lavorava con Directa, che accanto alle successive elaborazioni aveva preparato anche un proprio sistema di rilevazione delle intenzioni di voto.

    La sfida aveva anche un retroscena significativo: Doxa e Cirm si erano praticamente scambiati i rispettivi committenti. La Doxa, per circa vent’anni legata alla Rai, era passata al Tg5; il Cirm, utilizzato nelle precedenti elezioni dalla Fininvest, era approdato a Saxa Rubra. La competizione della sera del 28 marzo era quindi anche il confronto fra due istituti che avevano cambiato campo proprio alla vigilia del voto.1

    Pochi minuti dopo le 22 gli schermi cominciarono a riempirsi di percentuali, forbici, stime dei seggi e prime interpretazioni. Il nuovo sistema elettorale rendeva particolarmente delicato il passaggio dalle percentuali alla composizione del Parlamento: una piccola differenza nei voti poteva produrre effetti molto più ampi nei collegi uninominali.

    Le rilevazioni non coincidevano perfettamente, ma il vantaggio delle coalizioni di centrodestra apparve subito evidente. Da quel momento la gara non riguardò più soltanto il dato: contava anche conquistare per primi un leader, una dichiarazione, una reazione. Nel resoconto del giorno dopo Isabella Mazzitelli descrisse la serata come un «Capodanno in tivù», con le redazioni schierate in attesa del momento decisivo.2

    Il ritmo era quello di una corsa. Prima gli exit poll, poi le stime dei seggi, quindi i dati reali dei collegi e le dichiarazioni. Fini e Bossi apparvero rapidamente nelle varie dirette; Berlusconi arrivò più tardi, dopo mezzanotte, e anche le sue prime apparizioni diventarono terreno di concorrenza fra giornalisti e reti.

    Due conduttori nello studio elettorale di Raiuno davanti a un grande orologio; in sovrimpressione la scritta “0:13 agli Exit poll”.
    Su Raiuno il conto alla rovescia verso le 22 e la diffusione dei primi exit poll.

    Mentana, Fede e le diverse strategie Fininvest

    Se la Rai aveva già trasformato tutta la propria prima serata in un grande contenitore elettorale, Fininvest adottò una strategia più differenziata.

    Su Canale 5 Enrico Mentana partì alle 21.55 con il Tg5 Speciale elezioni politiche ’94. Qui non c’era più alternanza con programmi di intrattenimento: lo speciale era concepito come una trasmissione continuativa, destinata ad arrivare fino alle tre del mattino. Doxa forniva i primi dati e le successive elaborazioni, mentre Mentana passava rapidamente dalle percentuali alle interviste, ai collegamenti e al confronto fra gli ospiti.

    Il Tg5 affrontava la serata con una forte identità competitiva. Non si trattava soltanto di commentare il risultato: bisognava arrivare prima. La rapidità con cui Mentana cercava dichiarazioni e ospiti faceva parte dello stesso confronto che opponeva Doxa a Cirm e Abacus.

    Rete 4 adottava invece una scansione diversa. Alle 21.55 il Tg4 apriva una breve finestra elettorale, poi il palinsesto tornava per qualche minuto alla telenovela Milagros. Dalle 22.30 Emilio Fede prendeva definitivamente possesso della rete con Cosa hanno deciso gli italiani, lunga diretta con ospiti, commenti e collegamenti.

    Emilio Fede nello studio del Tg4 durante lo speciale dedicato ai risultati delle elezioni politiche del marzo 1994.

    Il Tg4 durante la lunga copertura dei risultati delle elezioni politiche del 1994.

    Su Italia 1, invece, l’informazione elettorale arrivava molto più tardi. La rete mantenne a lungo la propria programmazione di intrattenimento, tra Karaoke, Mai dire gol e il film Porky’s 2. Solo in seconda serata Studio Aperto, diretto da Paolo Liguori, entrò stabilmente nel racconto del voto.

    La differenza con la Rai è significativa. Il servizio pubblico aveva trasformato contemporaneamente le tre reti in tre diversi modi di aspettare il risultato; Fininvest concentrava invece la competizione principale su Canale 5 e Tg4, lasciando Italia 1 più a lungo fuori dalla maratona.

    Santoro vince la lunga distanza

    La risposta del pubblico fu enorme. Nei minuti immediatamente successivi alla chiusura delle urne oltre 25 milioni di italiani risultavano davanti alla televisione, per uno share complessivo vicino al 90 per cento.

    Alle 22 il Tg1 superava i 5,7 milioni di spettatori, il Tg5 era poco sopra i 5,5 milioni e Raitre intorno ai 5,4 milioni. Ma sulla durata complessiva della serata il risultato più significativo fu quello di Michele Santoro: Il rosso e il nero risultò il programma elettorale più seguito, con poco più di 4 milioni di spettatori medi e uno share vicino al 20 per cento.3

    Il dato racconta bene il tipo di televisione che funzionò quella sera. Non soltanto un telegiornale prolungato, ma un programma capace di incorporare il risultato elettorale in un linguaggio più ampio: satira, piazze, ospiti, gioco, commento politico e collegamenti.

    La competizione continuò anche dopo la chiusura delle dirette televisive. Cirm, Doxa e Directa confrontarono le proprie previsioni con i risultati effettivi, rivendicando ciascuna la precisione delle proprie stime. La “gara dei numeri”, cominciata prima delle 22, ebbe così un secondo tempo sui giornali.

    Telemontecarlo e una rete costruita con le televisioni locali

    Accanto al confronto Rai-Fininvest c’era però un terzo modello.

    Telemontecarlo iniziava il proprio Speciale elezioni alle 21.30, con Sandro Curzi e le elaborazioni di Directa. La rete disponeva di una struttura nazionale più ridotta rispetto ai due grandi gruppi e costruì parte della propria copertura attraverso collegamenti con importanti televisioni regionali.

    Fra queste comparivano Telelombardia, Telenorba e Telecapri, insieme ad altre emittenti locali. Era un sistema che permetteva a TMC di ricevere immagini, informazioni e reazioni dai territori senza dover disporre ovunque di una propria struttura.

    Il rapporto con il gruppo Norba è particolarmente interessante. Telenorba e Teledue furono entrambe coinvolte nella copertura collegata a Telemontecarlo; Telenorba, in particolare, continuava nello stesso tempo a proporre una propria programmazione. Il modello consentiva così a TMC di appoggiarsi a emittenti fortemente radicate sul territorio senza trasformarle in semplici ripetitrici del proprio segnale.4

    In Puglia la notte passa anche dalle prefetture

    Il racconto locale non si esauriva però nel rapporto fra TMC e Telenorba.

    Alle 21.45 del 28 marzo Antenna Sud avviò Pool ’94, una maratona costruita insieme a Studio 100 di Taranto, Teleblu e Teledauna di Foggia, Teleradiocittàbianca di Ostuni, Telerama di Lecce e TRM di Matera. Antenna Sud svolgeva il ruolo di studio centrale, mentre le altre emittenti contribuivano alla raccolta delle informazioni.

    La non-stop era destinata a proseguire fino alla mezzanotte del giorno seguente. Il centro del programma non era naturalmente la composizione nazionale del Parlamento in senso astratto, ma la traduzione del voto sul territorio: collegamenti con le prefetture di Bari, Brindisi, Foggia, Lecce, Matera, Potenza e Taranto, sedi dei partiti, candidati, risultati dei collegi, commenti, rassegne stampa e momenti di spettacolo.5

    Era una copertura che svolgeva una funzione difficilmente sostituibile dalle reti nazionali. Mentre Rai, Fininvest e TMC potevano dire quale coalizione stesse vincendo, le televisioni locali erano in grado di seguire l’arrivo delle schede di un singolo comune, il risultato di un collegio o la reazione di un candidato direttamente dalla prefettura.

    Non tutte scelsero di riunirsi in un unico circuito. Videolevante e Blustar, per esempio, seguirono lo scrutinio autonomamente. A Bari anche Oggi TV aveva in palinsesto uno Speciale elezioni 1994 già alle 21, mentre Delta TV programmava alle 23.45 una Non Stop elettorale in diretta dalla Prefettura.6

    La dimensione locale non era quindi un semplice complemento della grande notte nazionale. Era un secondo livello dell’informazione elettorale, con tempi, fonti e priorità differenti. Il collegamento con la prefettura, più che il grande studio televisivo, diventava il luogo decisivo.

    Un resoconto tarantino del giorno successivo descrisse quella notte come una lunga corsa nell’etere, fra televisioni collegate alle prefetture e ai centri di elaborazione, con inevitabili inconvenienti tecnici, cuffie che non funzionavano e perfino qualche momento di involontaria comicità. Era anche questo il volto delle dirette locali: meno costruite, più esposte agli imprevisti, ma molto vicine al luogo in cui i risultati prendevano materialmente forma.7

    Il voto continua in televisione

    Alle prime ore del mattino la maratona non era ancora davvero conclusa. Il 29 marzo gli speciali continuarono nei programmi del mattino: Unomattina Elezioni su Raiuno, nuove edizioni del Tg2 e del Tg3, finestre regionali, aggiornamenti del Tg5 e del Tg4.

    La sera il racconto cambiò tono. Non era più necessario indovinare chi avesse vinto: bisognava mostrare la nuova geografia politica.

    Su Raitre Milano, Italia preparò una scenografia basata su una grande carta del Paese colorata collegio per collegio e su un Parlamento composto da spicchi mobili. Su Canale 5 il Maurizio Costanzo Show dedicò una puntata speciale ai risultati, riportando nello studio televisivo molti dei protagonisti politici che poche ore prima erano stati inseguiti dalle telecamere nelle sedi dei partiti.8

    La notte del 28 marzo aveva così lasciato in eredità immagini e numeri che la televisione avrebbe continuato a rielaborare per giorni.

    Una notte elettorale sempre più televisiva

    Il 1994 non inventò gli exit poll, né la lunga diretta elettorale. Entrambi appartenevano già alla televisione italiana. Ma quella sera alcuni elementi che esistevano separatamente apparvero con particolare evidenza nello stesso momento.

    C’erano gli istituti demoscopici associati alle singole reti, la concorrenza per il dato più rapido, le proiezioni trasformate in spettacolo, gli studi collegati fra loro, i leader inseguiti da più emittenti. C’erano tre reti Rai che affrontavano lo stesso evento con linguaggi diversi e tre reti Fininvest che distribuivano diversamente informazione e intrattenimento. C’era Telemontecarlo che cercava una copertura nazionale attraverso le televisioni regionali. E c’erano le emittenti locali che costruivano proprie maratone, talvolta più lunghe di quelle dei network.

    Rispetto al 1992, non era tanto cambiato lo strumento quanto il suo peso nel racconto. L’exit poll non era più soltanto uno dei passaggi immediatamente successivi alla chiusura dei seggi: alle 22 diventava il momento attorno al quale erano stati organizzati palinsesti, studi, ospiti e strategie editoriali.

    Per milioni di telespettatori il risultato cominciò così a esistere sullo schermo prima ancora che lo scrutinio fosse davvero avanzato. Poi arrivarono le proiezioni, i dati reali, le dichiarazioni e, lentamente, il Parlamento effettivo.

    Era ancora la lunga notte delle schede e delle prefetture. Ma era ormai anche una lunga notte di televisioni in competizione fra loro.

    1. Redazione, “Scambio d’esperti. Cirm con la Rai, Doxa a Canale 5”, l’Unità, 19 marzo 1994, p. 7. ; Alessandra Longo, “Exit poll? Sarà un triplo salto mortale”, la Repubblica, 26 marzo 1994, p. 3. ↩︎
    2. Isabella Mazzitelli, “Il Tg1 vince la corsa ai risultati”, la Repubblica, 29 marzo 1994, p. 14. ↩︎
    3. Redazione, “La ‘diretta’ vince la sfida degli exit poll”, la Repubblica, 30 marzo 1994, p. 7. ↩︎
    4. Radiocorriere TV, programmi di lunedì 28 marzo 1994, pp. TV 2-5. ; La Gazzetta del Mezzogiorno, palinsesti del 28 marzo 1994, p. 14. ↩︎
    5. Redazione, spazio “Antenna Sud”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 marzo 1994, p. 16. ↩︎
    6. La Gazzetta del Mezzogiorno, “TV locali”, 28 marzo 1994, p. 18. ↩︎
    7. M. Com., “La lunga notte dell’etere fra le ‘dirette’ e… i moscerini”, La Gazzetta di Taranto, 30 marzo 1994, p. 55. ↩︎
    8. La Gazzetta del Mezzogiorno, programmi e rubriche televisive del 29 marzo 1994, p. 16. ↩︎
  • Inghilterra-Italia 1997: la notte in cui TMC sfidò la Rai

    Inghilterra-Italia 1997: la notte in cui TMC sfidò la Rai

    Diritti televisivi, frequenze, polemiche e oltre undici milioni di spettatori: la storia della trasmissione della sfida di Wembley del 12 febbraio 1997

    Il 12 febbraio 1997 l’Italia di Cesare Maldini vinse a Wembley grazie a un gol di Gianfranco Zola. È una partita rimasta nella storia della Nazionale, ma quella sera si giocò anche un’altra sfida, tutta televisiva.

    Fu una delle poche volte che la diretta degli azzurri non andò in onda sulla Rai. La diretta apparteneva a Telemontecarlo, che sotto la gestione Cecchi Gori stava cercando di ritagliarsi uno spazio da vero terzo polo televisivo nazionale. Il problema era che TMC, a differenza di Rai e Mediaset, non riusciva ancora a raggiungere con il proprio segnale tutto il territorio italiano.

    Così, nei giorni precedenti la partita, una grande esclusiva sportiva si trasformò in un caso nazionale. Si discussero i diritti degli spettatori, il ruolo del servizio pubblico, la distribuzione delle frequenze, le possibilità tecniche di utilizzare i ripetitori Rai e perfino l’intervento del governo. Per milioni di italiani la domanda non era più soltanto chi avrebbe vinto a Wembley, ma anche una molto più concreta: riusciremo a vedere la partita?

    Il colpo di Telemontecarlo

    L’operazione era cominciata quasi due mesi prima. Il 19 dicembre 1996 il gruppo Cecchi Gori annunciò di avere acquisito in esclusiva per l’Italia i diritti televisivi di Inghilterra-Italia.

    Non si trattava di un acquisto isolato. L’accordo con la tedesca UFA, appartenente al gruppo Bertelsmann, rientrava in una strategia più ampia che avrebbe consentito a TMC e TMC2 di trasmettere una serie di incontri internazionali legati alle qualificazioni ai Mondiali del 1998 e agli Europei del 2000.1

    Il calcio era uno degli strumenti sui quali Vittorio Cecchi Gori puntava per rafforzare le proprie televisioni. In quei mesi TMC aveva riconquistato anche spazi importanti nel mercato dei diritti della Serie A e la partita della Nazionale rappresentava un’occasione difficilmente ripetibile: una grande sfida internazionale, giocata a Wembley e determinante nel cammino verso Francia ’98.

    Le cifre raccontano la dimensione dell’affare. Secondo l’Unità, il pacchetto comprendente Inghilterra-Italia, la gara delle nazionali Under 21 e una cinquantina di altri incontri internazionali era costato circa 10 miliardi di lire. La raccolta pubblicitaria collegata all’evento aveva già superato i tre miliardi e mezzo. Considerando il mercato internazionale dei diritti, il giornale stimava in circa trenta miliardi il giro televisivo complessivo dell’operazione.

    TMC aveva dunque acquistato un evento pienamente nazionale. Ma mancava ancora qualcosa di fondamentale: una copertura altrettanto nazionale.

    Il problema delle frequenze

    Alla vigilia della partita le stime pubblicate dai quotidiani indicavano per TMC una copertura di circa il 78 per cento del territorio nazionale e per TMC2 intorno al 75 per cento.

    Le percentuali, però, raccontavano solo una parte del problema. La ricezione analogica dipendeva dalle postazioni, dall’orografia, dagli impianti e persino dall’orientamento delle antenne. Le zone maggiormente penalizzate si trovavano soprattutto nel Mezzogiorno, nelle isole e nelle aree montane.

    La cronaca locale permette di capire quanto la questione fosse concreta. A Napoli Il Mattino spiegava ai lettori persino da quale impianto avrebbero potuto ricevere la partita. Chi aveva l’antenna orientata verso il Faito non avrebbe avuto particolari difficoltà; per un’altra parte della città il segnale sarebbe arrivato dai Camaldoli attraverso il canale UHF 49, indicato dal quotidiano come «l’ultimo acquisto napoletano di Tmc2».

    È un dettaglio apparentemente tecnico, ma racconta bene la situazione della televisione italiana di quegli anni. TMC e TMC2 stavano costruendo la propria copertura nazionale anche attraverso l’acquisizione di nuove frequenze nei diversi mercati locali. La grande rete nazionale, insomma, si costruiva ancora una frequenza alla volta.

    E non sempre bastava. A Napoli lo stesso Fabio Cannavaro, alla vigilia del suo esordio da titolare con la Nazionale, raccontò che nella casa della sua famiglia Telemontecarlo non si riceveva: suo padre sarebbe andato direttamente a Wembley, mentre parenti e amici avrebbero dovuto spostarsi dove il segnale arrivava.2

    Mappa della copertura televisiva di TMC e TMC2 in Italia nel febbraio 1997, con le aree servite dai rispettivi ripetitori
    Mappa della copertura televisiva offerta da Tmc e Tmc2 nel febbraio 1997, da “La Gazzetta del  Mezzogiorno”

    «Un’Italia di serie A e una di serie B»

    Con l’avvicinarsi del 12 febbraio la questione uscì rapidamente dalle pagine sportive.

    Associazioni di consumatori e movimenti per i diritti degli utenti presentarono esposti e chiesero l’intervento del Garante, della Federcalcio, del Coni e del Ministero delle Poste. Il nodo era semplice: poteva una partita della Nazionale, potenzialmente non ricevibile da milioni di cittadini, rimanere esclusiva di una rete dalla copertura incompleta?

    Telemontecarlo replicava che i diritti erano stati regolarmente acquistati e che proprio il clamore suscitato dalla partita dimostrava un problema precedente e molto più ampio: la mancata disponibilità delle frequenze necessarie per competere ad armi pari con Rai e Mediaset.

    Vittorio Cecchi Gori lo disse apertamente in una lettera diffusa alla vigilia della gara. Parlò di un’Italia televisiva divisa tra una «serie A», nella quale era possibile scegliere tra più emittenti, e una «serie B» costretta a ricevere soltanto le reti dei due grandi gruppi dominanti. Chiese inoltre che venissero rispettati gli impegni parlamentari per consentire a Telemontecarlo di raggiungere una copertura realmente nazionale.3

    In poche ore, quindi, Inghilterra-Italia era diventata anche una discussione sul futuro assetto del sistema televisivo italiano.

    La difficile trattativa con la Rai

    A quel punto entrò in scena la Rai.

    Una trasmissione simultanea sull’intero territorio avrebbe sostanzialmente annullato il valore dell’esclusiva acquistata da TMC. Si cercò allora una soluzione che permettesse almeno agli spettatori delle zone non raggiunte dal segnale di vedere la partita.

    Non era la prima volta che Rai e Cecchi Gori si confrontavano sui diritti di una trasferta azzurra. TMC aveva inizialmente acquisito anche Polonia-Italia del 2 aprile 1997, ma già nel giugno dell’anno precedente i diritti erano passati alla Rai nell’ambito di un accordo più ampio fra i due gruppi, comprendente anche eventi UER, film e la Coppa delle Coppe della Fiorentina. Durante la trattativa per Wembley, TMC avrebbe ricordato quella precedente cessione sostenendo di aver venduto Polonia-Italia alla Rai a condizioni economiche sfavorevoli, per quattro miliardi di lire.4

    Telemontecarlo propose una possibilità singolare: utilizzare i ripetitori Rai soltanto nelle aree scoperte, facendo però arrivare il segnale della televisione di Cecchi Gori, completo di logo e pubblicità TMC.

    La Rai rispose che tecnicamente non era possibile delimitare con precisione la trasmissione alle sole zone non servite da Telemontecarlo. Orientare trasmettitori e ripetitori in quel modo avrebbe potuto produrre ampie sovrapposizioni e rendere la partita visibile contemporaneamente sulle due reti anche dove TMC era già presente.

    Fallita questa strada, rimaneva la differita.

    Ancora la mattina del 12 febbraio la trattativa sembrava bloccata su un curioso 4 a 2 che non aveva nulla a che vedere con il risultato della partita: quattro miliardi richiesti da TMC, due quelli che la Rai era disposta a offrire. A complicare ulteriormente l’accordo c’era l’orario. Cecchi Gori era disposto a concedere le immagini solo molto tardi, per non sottrarre pubblico alla propria diretta.

    Nelle trattative intervennero anche esponenti del governo, tra cui il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni e il sottosegretario alle Poste Vincenzo Vita. Intanto la vicenda assumeva toni sempre più accesi: agli inviati di Rai e Mediaset era stato inizialmente negato persino l’accesso a Wembley prima della conclusione della partita.

    Alla fine il compromesso arrivò.5

    La diretta resta a TMC

    La sera del 12 febbraio Telemontecarlo trasformò Wembley nel proprio grande evento televisivo.

    La programmazione speciale cominciò già alle 18.30. Alle 18.55 venne trasmesso Inghilterra-Italia Under 21 da Bristol; alle 20.50 arrivò la diretta della Nazionale maggiore da Wembley, seguita alle 22.50 dallo speciale del dopopartita. Lo stesso incontro fu programmato contemporaneamente anche su TMC2.

    Al microfono c’erano Massimo Caputi e Giacomo Bulgarelli. Attorno a loro TMC costruì però un commento più ampio, coinvolgendo anche Gianluca Vialli e Roberto Mancini. La formula attirò l’attenzione della critica televisiva e nei giorni successivi ricevette giudizi generalmente positivi; persino la Gialappa’s Band sottolineò favorevolmente la presenza dei due calciatori nel racconto della partita.

    Anche alla radio la partita segnò una rottura con la tradizione. I diritti radiofonici erano usciti dall’orbita Rai e la diretta venne affidata a Radio Monte Carlo e Rete 105, che per l’occasione trasmisero a reti unificate. Da Wembley la radiocronaca fu affidata a Enzo Foglianese, storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto da poco in pensione dalla Rai, affiancato da José Altafini. Per ampliare ulteriormente la copertura, le due emittenti ricorsero anche alle onde medie. Mentre TMC raccontava Wembley in televisione con Caputi e Bulgarelli, la Nazionale rompeva così un altro monopolio storico: per la prima volta la sua radiocronaca integrale in diretta non passava dai microfoni di Radio Rai.6

    Per la televisione si dovette aspettare.

    Il compromesso finale prevedeva che Raiuno potesse trasmettere la partita dopo la mezzanotte, quando ormai la diretta TMC e gli speciali immediatamente successivi erano terminati. I due miliardi messi sul tavolo dalla Rai non sarebbero finiti nelle casse di Cecchi Gori: vennero destinati in beneficenza alla Pia Casa di Lavoro di Montedomini e all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

    La diretta, però, era rimasta interamente nelle mani di Telemontecarlo.

    Undici milioni davanti a TMC

    Alle 21 l’arbitro Sandor Puhl diede il via alla partita.

    Dopo diciannove minuti Gianfranco Zola segnò il gol che sarebbe rimasto l’unico dell’incontro. L’Italia difese il vantaggio fino alla fine e conquistò una vittoria destinata a entrare nella memoria sportiva del Paese.

    Per TMC fu contemporaneamente una delle serate più importanti della propria storia.

    Secondo i dati Auditel pubblicati nei giorni successivi, 11.271.000 spettatori seguirono mediamente la partita sulle televisioni di Cecchi Gori, con il 38,78 per cento di share. Nel primo tempo furono 11,346 milioni; nella ripresa 11,199 milioni. Quasi 17,85 milioni di persone videro almeno un minuto dell’incontro, mentre considerando anche gli speciali prima e dopo la gara i contatti complessivi salirono a 22,691 milioni.

    Numeri da grande rete nazionale, ottenuti paradossalmente proprio mentre l’intero Paese discuteva delle zone nelle quali quella rete non poteva essere ricevuta.

    La differita di Raiuno, iniziata pochi minuti dopo mezzanotte, con commento di Carlo Nesti, ebbe invece 527.000 spettatori e il 12,38 per cento di share.7

    La copertura della partita sembra essere stata ampliata, almeno in alcune zone non raggiunte direttamente dal segnale di TMC e TMC2, anche attraverso emittenti locali che avrebbero rilanciato le immagini delle reti di Cecchi Gori. Le testimonianze raccolte a distanza di anni non permettono di ricostruire in modo completo la rete di questi collegamenti, ma ne rimangono alcune tracce significative.

    Una riguarda l’emittente pugliese Teledue: un telespettatore lucano ricorda di aver seguito e registrato l’incontro nella zona di Pisticci proprio attraverso l’emittente, in un’area nella quale TMC non era normalmente ricevibile. Della registrazione VHS sopravvive un fotogramma in cui compaiono contemporaneamente i loghi di Teledue e TMC.8

    La sfida televisiva, almeno quella sera, l’aveva vinta nettamente Telemontecarlo.

    Fotogramma di Inghilterra-Italia del 12 febbraio 1997 con i loghi di Teledue e TMC
    Fotogramma della partita con i loghi di Teledue e TMC, tratto da una registrazione VHS dell’epoca

    Una partita che mostrò i limiti della televisione italiana

    Il giorno dopo rimaneva però una questione più grande del risultato Auditel.

    Inghilterra-Italia aveva dimostrato che esisteva ormai un mercato nel quale anche un’emittente diversa da Rai e Mediaset poteva acquistare uno dei più importanti eventi sportivi dell’anno e attirare davanti allo schermo oltre undici milioni di persone. Allo stesso tempo aveva mostrato quanto fosse difficile parlare di vera concorrenza nazionale quando le reti non disponevano della stessa possibilità di raggiungere il pubblico.

    Il dibattito toccava anche il significato stesso del servizio pubblico. Era compito della Rai garantire necessariamente la visione di una partita della Nazionale? Oppure era sufficiente che l’evento fosse disponibile gratuitamente, indipendentemente dall’emittente che ne aveva acquistato i diritti? E cosa accadeva quando quella televisione gratuita non poteva materialmente essere ricevuta in una parte del Paese?

    Sono domande che continuarono a essere discusse anche dopo Wembley. Enrico Menduni, sulle pagine de l’Unità, osservò come quella vicenda avesse messo in evidenza una nozione ormai problematica di servizio pubblico e la necessità di distinguere tra mercato dei diritti ed eventi considerati di particolare interesse collettivo.9

    Vista oggi, la sera del 12 febbraio 1997 appare così come una fotografia particolarmente nitida della televisione italiana alla fine degli anni Novanta.

    TMC aveva conquistato sul mercato una partita da grande rete nazionale. Il pubblico rispose con numeri eccezionali. Ma intorno a quella diretta emerse anche tutto ciò che ancora impediva a Telemontecarlo di competere pienamente, anche sul piano della copertura, con i due grandi poli televisivi nazionali: frequenze insufficienti, zone d’ombra, impianti da acquistare e una struttura distributiva ancora incompleta.

    Per novanta minuti, però, il centro della televisione italiana non fu a viale Mazzini né a Cologno Monzese.

    Fu a Wembley, con il logo giallo di TMC nell’angolo dello schermo.

    1. Roberto Beccantini, «Cecchi Gori: l’Italia è mia», La Stampa, 20 dicembre 1996; «Una partita da cinquanta miliardi», l’Unità, 7 febbraio 1997. ↩︎
    2. Il Mattino, 11 febbraio 1997; La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
    3. Marcella Ciarnelli, «Rai, differita all’ultimo minuto?», l’Unità, 12 febbraio 1997 ↩︎
    4. «Calcio, Cecchi Gori fa la pace. “Coppa delle Coppe” alla Rai», Corriere della Sera, 14 giugno 1996; Paolo Conti, «La Rai paga due miliardi gli avanzi di Tmc», Corriere della Sera, 13 febbraio 1997 ↩︎
    5. Stefania Ulivi, «La diretta di Wembley spacca in due l’Italia», Corriere della Sera, 11 febbraio 1997; Paolo Conti, «Diretta tv, Cecchi Gori batte anche Veltroni», Corriere della Sera, 12 febbraio 1997; Marcella Ciarnelli, «Rai, differita all’ultimo minuto?», l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
    6. La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; La Stampa, 11 febbraio 1997; Paolo Del Forno, Francesco Perilli, La radio… che storia!, 1997; Maria Novella Oppo, «E la Gialappa’s la promuove. “Nomi giusti, meglio di Pizzul”», l’Unità, 14 febbraio 1997. ↩︎
    7. Giancarla Ghisi, «E Tmc dichiara la vittoria degli ascolti», Corriere della Sera, 14 febbraio 1997. ↩︎
    8. Un testimone, rintracciato nel corso della ricerca, riferisce che nella propria zona erano ricevibili due differenti frequenze di Teledue, non sempre caratterizzate dal medesimo materiale pubblicitario. Su una delle emissioni destinate all’area lucana venivano talvolta riproposti programmi di TMC, generalmente con uno scarto di circa mezz’ora. ↩︎
    9. Enrico Menduni, «Rai-Nazionale, la brutta figura aiuti a meditare», l’Unità, 14 febbraio 1997 ↩︎