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  • 7 marzo 1996. Quando Il nome della rosa scomparve dal palinsesto di TMC

    7 marzo 1996. Quando Il nome della rosa scomparve dal palinsesto di TMC

    Il film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery era annunciato in prima serata su Telemontecarlo. Poche ore prima della messa in onda, però, un intervento della Rai bloccò la trasmissione. Dietro quella improvvisa variazione di palinsesto c’era una controversia sui diritti che si inseriva nel momento di massima tensione tra Viale Mazzini e il gruppo Cecchi Gori.

    Giovedì 7 marzo 1996 il palinsesto di Telemontecarlo sembrava non riservare sorprese. Dopo TMC Ore 20, alle 20.30 era annunciato Il nome della rosa, il film diretto da Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, Christian Slater e F. Murray Abraham. Le guide televisive lo presentavano regolarmente tra le proposte della serata; La Stampa gli dedicava anche uno spazio nella selezione dei film del giorno.1

    Ma quella sera gli spettatori di TMC non videro Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville. Il nome della rosa scomparve dal palinsesto e al suo posto venne trasmesso La vendetta dell’uomo chiamato cavallo, western del 1976 con Richard Harris.

    Non fu una normale variazione di programmazione. Il film era diventato, nel giro di poche ore, l’oggetto di un nuovo scontro tra la Rai e il gruppo Cecchi Gori.

    Un film dalla lunga storia televisiva

    Il nome della rosa non era un titolo qualsiasi per la televisione italiana. La sua prima trasmissione su Rai 1, il 5 dicembre 1988, era stata un autentico evento: il film aveva ottenuto una media di 14 milioni 672 mila telespettatori, con il 53,54 per cento di share, dopo averne raccolti oltre 15 milioni e mezzo nella parte iniziale. Un risultato che lo aveva portato in testa alla classifica dei film più seguiti dell’epoca.2

    Negli anni successivi il titolo era tornato sugli schermi Rai. L’ultimo passaggio precedente a questa vicenda risaliva a domenica 30 ottobre 1994, quando Rai 3 lo aveva proposto in prima serata. In quell’occasione gli spettatori erano stati 2 milioni 755 mila.3

    Era quindi trascorso circa un anno e mezzo dall’ultima programmazione. Nel marzo 1996 il film era pronto a cambiare rete: questa volta avrebbe dovuto essere Telemontecarlo a proporlo in prima serata.

    Il fax che fermò la trasmissione

    La mattina del 7 marzo la Rai intervenne sulla programmazione prevista da TMC.

    Viale Mazzini rivendicava la titolarità dei diritti televisivi del film, acquistati nel 1985 dal produttore Franco Cristaldi e detenuti, secondo la propria ricostruzione, in perpetuo. Non essendo mai avvenuta una cessione di quei diritti, la Rai comunicò a Telemontecarlo che Il nome della rosa non poteva essere trasmesso.

    La posizione del gruppo Cecchi Gori era completamente diversa. TMC sosteneva che, prima del 29 febbraio, fosse già stata raggiunta con la Rai un’intesa che avrebbe consentito la programmazione del film su Telemontecarlo e Videomusic, nell’ambito di una più ampia sistemazione di rapporti pregressi tra le due parti. A mancare sarebbe stata soltanto la formalizzazione dell’accordo.4

    Per la Rai, invece, quell’accordo non era mai esistito: c’erano stati incontri e trattative, ma nessun passaggio tale da autorizzare TMC a mandare in onda il film. Il Corriere della Sera sintetizzò la posizione di Viale Mazzini parlando semplicemente di un precedente «pour parler».5

    La differenza non era di poco conto. Per TMC si trattava di dare seguito a un’intesa già raggiunta e rimasta impigliata nelle procedure; per la Rai, senza un accordo formalizzato, i diritti continuavano ad appartenere esclusivamente al servizio pubblico.

    Dietro Il nome della rosa, cinquanta film

    La disputa sul film di Annaud era in realtà collegata a una trattativa molto più ampia.

    Nei mesi precedenti Cecchi Gori aveva proposto alla Rai un pacchetto di circa cinquanta film, nove dei quali in prima visione, per un valore complessivo indicato in circa 27 miliardi di lire. L’operazione avrebbe potuto comprendere anche scambi e sistemazioni di diritti tra i due gruppi.6

    La trattativa, rimasta a lungo ferma, era stata ripresa durante la presidenza Rai di Letizia Moratti. In questo quadro si inseriva anche Il nome della rosa: TMC riteneva che il via libera al film fosse una delle conseguenze dell’intesa in corso.

    Poi arrivò il 29 febbraio 1996.

    Quel giorno si concluse la gara della Lega Calcio per i diritti delle stagioni successive. Il gruppo Cecchi Gori risultò inizialmente assegnatario dei diritti radiofonici e televisivi in chiaro relativi al campionato di Serie A e B, alla Coppa Italia e alla Supercoppa, superando proprio la Rai.7

    Per Viale Mazzini era una sconfitta particolarmente pesante. Non riguardava soltanto le immagini delle partite, ma programmi che da anni costituivano una parte fondamentale dell’identità del servizio pubblico, dalla radio al racconto televisivo della domenica calcistica.

    Nel giro di pochi giorni i rapporti tra Rai e Cecchi Gori cambiarono radicalmente. Le trattative commerciali già in corso finirono così assorbite in un confronto molto più ampio.

    Fu in questo clima che arrivò il blocco de Il nome della rosa.

    Alle 20.30 cambia il palinsesto

    Per il telespettatore, naturalmente, tutto questo si traduceva in qualcosa di molto più semplice: il programma annunciato dai giornali non c’era.

    Alle 20.30 TMC dovette rinunciare al film di Annaud e ripiegare su La vendetta dell’uomo chiamato cavallo. La sostituzione arrivò quando le guide televisive erano ormai stampate e continuavano quindi a indicare Il nome della rosa come il film della serata.

    Era uno di quei casi, frequenti nella televisione analogica ma oggi più difficili da immaginare, nei quali il palinsesto pubblicato sui quotidiani poteva cessare di corrispondere alla televisione realmente ricevuta in casa.

    La vicenda ebbe immediatamente una lettura più ampia. La Stampa titolò «Guerra tv nel “nome della rosa”»; il Corriere della Sera scelse «Guerra con la Rai, salta su Tmc “Il nome della rosa”». La parola «guerra» descriveva bene il clima di quei giorni, anche se il mancato passaggio del film restava formalmente una controversia sulla disponibilità dei diritti.

    La stessa sera Vittorio Cecchi Gori non partecipò inoltre a Tempo reale, il programma di Michele Santoro che affrontava proprio il tema della perdita da parte della Rai dei diritti calcistici. Il cinema e il calcio finivano così per sovrapporsi, almeno per qualche giorno, nello stesso confronto tra due gruppi televisivi.

    Due giorni dopo si spegne anche l’atletica

    Che il rapporto tra Rai e TMC fosse ormai entrato in una fase particolarmente difficile divenne ancora più evidente nel fine settimana.

    Il 9 marzo Telemontecarlo stava trasmettendo i Campionati europei indoor di atletica leggera da Stoccolma. Dopo circa mezz’ora di immagini, il collegamento venne interrotto. TMC aveva prelevato il segnale dell’Eurovisione attraverso Montecarlo; la Rai, che rivendicava i diritti italiani della manifestazione in forza degli accordi con l’UER, contestò la trasmissione.

    Il segnale venne oscurato proprio mentre erano in corso i 60 metri. L’immagine rimase bloccata e gli inviati di TMC continuarono per un tratto il racconto senza poter disporre delle immagini, trasformando di fatto il collegamento televisivo in una radiocronaca. Anche quel programma dovette infine lasciare spazio a un film.8

    A distanza di appena due giorni, dunque, gli spettatori di Telemontecarlo si erano trovati davanti a due palinsesti modificati per questioni di diritti: prima un film già annunciato, poi una manifestazione sportiva già iniziata.

    L’episodio dell’atletica non era direttamente collegato ai diritti de Il nome della rosa, ma rendeva molto visibile sullo schermo la tensione che in quel momento attraversava i rapporti tra il servizio pubblico e il gruppo Cecchi Gori.

    Il ritorno su TMC

    La storia del film con Telemontecarlo non terminò però il 7 marzo.

    Nove mesi più tardi, martedì 17 dicembre 1996, Il nome della rosa ricomparve nella prima serata della rete. Il palinsesto di TMC lo collocava subito dopo TMC Sport, intorno alle 20.30; alle 23 era previsto TMC Sera e, a seguire, La signora omicidi.9

    Era precisamente lo spazio che il film avrebbe dovuto occupare già a marzo.

    Fotogramma VHS de Il nome della rosa trasmesso da TMC, con Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville e il logo TMC in basso a destra.
    Fotogramma da una registrazione VHS di TMC de Il nome della rosa, trasmesso dall’emittente nel dicembre 1996, nove mesi dopo la mancata messa in onda del 7 marzo.

    La seconda programmazione arrivava però in un contesto televisivo completamente diverso. Non c’era più l’improvvisa contrapposizione che nove mesi prima aveva trasformato un normale film di prima serata in un caso nazionale sui diritti televisivi. Il nome della rosa poteva finalmente trovare posto nel palinsesto di Telemontecarlo.

    Il contrasto con il passato del titolo era notevole. Nel dicembre 1988, alla sua prima televisiva su Rai 1, quasi quindici milioni di persone si erano raccolte davanti allo stesso film. Nell’ottobre 1994 il passaggio su Rai 3 aveva ancora raggiunto 2 milioni 755 mila spettatori. Nel 1996 quel titolo non era più soltanto un grande successo cinematografico da riproporre: per una sera era diventato anche il punto in cui si erano incrociati i diritti di una library, le trattative tra due gruppi e la competizione per gli eventi capaci di dare identità a una rete.

    Un palinsesto che raccontava anche i rapporti tra le televisioni

    La mancata trasmissione del 7 marzo 1996 rimane un episodio piccolo rispetto alle grandi vicende della televisione di quegli anni. Proprio per questo è significativo.

    Un telespettatore che quella sera aveva scelto TMC per vedere Il nome della rosa poteva conoscere soltanto l’effetto finale della disputa: accendere il televisore e trovare un film diverso da quello annunciato.

    Dietro quella sostituzione c’era invece un sistema nel quale cinema, sport e programmi di richiamo rappresentavano strumenti essenziali nella competizione tra le reti. La disponibilità dei diritti poteva determinare non soltanto quali titoli inserire in un palinsesto, ma anche se un programma già annunciato potesse effettivamente raggiungere lo schermo.

    Il 7 marzo 1996 bastò un film già stampato sulle guide televisive e un fax arrivato poche ore prima della messa in onda per rendere visibile quella realtà.

    E così, quella sera, nell’abbazia de Il nome della rosa gli spettatori di Telemontecarlo non entrarono affatto.


    Note

    1. Redazione, palinsesto televisivo del 7 marzo 1996, La Stampa, 7 marzo 1996, p. 23. ↩︎
    2. Redazione, “«Il nome della rosa» più di «Rambo 2»: oltre 15 milioni di spettatori”, l’Unità, 7 dicembre 1988, p. 24. ↩︎
    3. Redazione, “Raiuno-Canale 5. Continua la guerra delle domeniche”, La Stampa, 1 novembre 1994, p. 20. ↩︎
    4. Redazione, “‘Il nome della rosa’ non va in onda a Tmc”, la Repubblica, 8 marzo 1996. ↩︎
    5. Redazione, “Guerra tv nel «nome della rosa»”, La Stampa, 8 marzo 1996, p. 23. ↩︎
    6. Marina Della Croce, “Lite Rai-Cecchi Gori. Dopo il calcio, i film”, il manifesto, 8 marzo 1996 ↩︎
    7. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ricostruzione della gara del 29 febbraio 1996 per i diritti radio-televisivi del calcio, provvedimento relativo a Rai-RTI-Cecchi Gori Communications ↩︎
    8. Redazione, “Guerra Rai-Tmc, cade l’atletica”, La Stampa, 10 marzo 1996, p. 5. ↩︎
    9. Redazione, “I programmi di oggi”, l’Unità, 17 dicembre 1996: palinsesto di Telemontecarlo. ↩︎

  • 16 settembre 1987. Real Madrid-Napoli: la contesa per la diretta televisiva

    16 settembre 1987. Real Madrid-Napoli: la contesa per la diretta televisiva

    Nel settembre 1987 la sfida di Coppa dei Campioni al Bernabéu diventò anche una partita televisiva. Rai, Fininvest e la neonata Odeon si contesero i diritti; a spuntarla fu Odeon, che però cedette proprio Real Madrid-Napoli alla Rai. Dietro quel passaggio c’era uno dei paradossi della televisione privata italiana degli anni Ottanta: reti ormai nazionali nei palinsesti, ma non ancora nella diretta.

    Il 16 settembre 1987 il Napoli campione d’Italia debuttava in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Il sorteggio aveva riservato subito alla squadra di Maradona uno degli avversari più difficili e la partita d’andata presentava una particolarità destinata ad accrescerne ulteriormente l’interesse televisivo: il Santiago Bernabéu era squalificato e l’incontro si sarebbe disputato a porte chiuse.

    Per molti tifosi, in Spagna come in Italia, la televisione non era quindi soltanto il modo più comodo per seguire la partita. Era l’unico.

    Ma prima ancora che Real Madrid e Napoli scendessero in campo, attorno a quelle immagini si giocò un’altra sfida. E coinvolse la Rai, Silvio Berlusconi e un network che aveva cominciato ufficialmente a trasmettere appena pochi giorni prima: Odeon TV.

    Una partita contesa fra Rai, Berlusconi e Odeon

    All’inizio di settembre la trasmissione italiana di Real Madrid-Napoli era tutt’altro che definita.

    Berlusconi aveva già avviato durante l’estate una trattativa con il presidente del Real Ramón Mendoza per un pacchetto di partite del Real. Per Fininvest sarebbe stato un altro passo nella politica di acquisizione dei grandi eventi sportivi internazionali; per la Rai, invece, Real-Napoli rappresentava un appuntamento difficilmente rinunciabile, anche per l’eccezionale interesse suscitato dal debutto europeo della squadra campione d’Italia.

    Nei primi giorni di settembre Mendoza arrivò a Milano e incontrò gli interlocutori delle diverse televisioni. Quella che inizialmente appariva come una contesa soprattutto fra Rai e Fininvest vide scendere in campo improvvisamente un terzo protagonista.1

    Odeon TV aveva inaugurato le proprie trasmissioni il 6 settembre 1987. Nata attorno a una rete di emittenti locali, si presentava sul mercato con ambizioni nazionali. Nella società aveva un ruolo importante Callisto Tanzi, proprietario della Parmalat, che era anche sponsor del Real Madrid. Il rapporto commerciale fra Tanzi e il club spagnolo favorì l’ingresso del nuovo circuito nella trattativa.2

    Il risultato arrivò rapidamente. Tra la sera dell’8 e la mattina del 9 settembre Odeon concluse l’accordo con Mendoza: il network si assicurò in esclusiva Real Madrid-Napoli e altre diciannove partite casalinghe del Real Madrid da scegliere nel corso della stagione. La Rai, almeno formalmente, era stata battuta sul terreno dell’acquisizione dei diritti.3

    La situazione, però, si rovesciò quasi immediatamente.

    Nazionale nei programmi, non nella diretta

    Il problema era nella particolare struttura della televisione privata italiana di quegli anni.

    Canale 5, Italia 1, Retequattro e le nuove syndication potevano ormai proporre lo stesso palinsesto in gran parte del Paese attraverso una rete di emittenti locali. La cosiddetta interconnessione funzionale consentiva di distribuire programmi preregistrati alle diverse stazioni e di mandarli in onda contemporaneamente, o con uno sfasamento minimo.

    La diretta nazionale era un’altra cosa.

    La legislazione continuava a riservare allo Stato la diffusione televisiva su scala nazionale e il sistema adottato dai privati si reggeva proprio sulla registrazione preventiva del programma. La differenza poteva essere quasi impercettibile per chi guardava un telefilm, un varietà o un quiz; diventava decisiva quando si trattava di collegarsi in tempo reale con uno stadio all’estero. La stessa Corte costituzionale, ricostruendo poco dopo quel sistema, avrebbe distinto la diffusione contemporanea di programmi preregistrati dalla vera interconnessione in diretta.4

    Real Madrid-Napoli mise quel limite sotto gli occhi di tutti.

    Durante la trattativa fu presa in considerazione anche una soluzione territoriale: trasmettere la partita in diretta in Campania attraverso Telecapri e proporla successivamente nel resto d’Italia. Era un modo per sfruttare i diritti senza trasformare il circuito Odeon in una rete nazionale interconnessa in diretta.

    Ma per un evento di quella portata era una soluzione debole. Il pubblico potenziale era nazionale e il Real Madrid aveva a sua volta bisogno che il ritorno del 30 settembre a Napoli potesse essere visto regolarmente in Spagna.

    Qui la Rai conservava un vantaggio decisivo.

    La strada della Rai

    Sul versante internazionale le immagini transitavano attraverso i rapporti fra le televisioni pubbliche e la rete Eurovision. Anche la normativa spagnola assegnava a TVE un ruolo centrale nell’esportazione televisiva degli avvenimenti disputati nel Paese. Per il Real Madrid contava quindi non soltanto vendere l’andata, ma assicurarsi la possibilità di ricevere dalla Rai anche le immagini della partita di ritorno al San Paolo.

    Mendoza spiegò la scelta con grande chiarezza: con il Bernabéu vuoto era indispensabile che l’andata fosse trasmessa, ma era altrettanto importante garantire la reciprocità televisiva per il ritorno. La televisione pubblica offriva entrambe le condizioni.5

    Poche ore dopo l’acquisto dei diritti da parte di Odeon arrivò dunque l’accordo decisivo.

    Odeon cedette alla Rai i diritti italiani di Real Madrid-Napoli. Il comunicato diffuso dalla televisione pubblica il 10 settembre formalizzava il passaggio: la partita del 16 settembre sarebbe stata trasmessa in diretta dalla Rai, mentre restava a Odeon il più ampio pacchetto delle altre gare casalinghe del Real Madrid.

    Le cifre circolate in quei giorni furono diverse e non sempre coincidenti. Anche il valore attribuito alla singola Real-Napoli risultava difficile da separare da un contratto che comprendeva altre diciannove partite e si intrecciava con i rapporti commerciali fra Parmalat e il club spagnolo. Lo stesso Mendoza non rese pubblico l’importo complessivo dell’accordo.

    Più del prezzo, però, conta il meccanismo televisivo: Odeon aveva conquistato la partita sul mercato, ma la Rai era ancora il soggetto capace di trasformare quei diritti in una diretta effettivamente nazionale.

    La competizione fra i gruppi non si esaurì con l’accordo. Pochi giorni dopo, la stampa riferì che Berlusconi aveva vietato ai giocatori del Milan di partecipare alle trasmissioni del nuovo network Odeon. La vicenda Real Madrid-Napoli aveva lasciato qualche strascico anche fuori dal campo.

    Il 16 settembre: una serata di calcio su Raiuno

    Mercoledì 16 settembre la Rai costruì attorno alle coppe europee una vera maratona calcistica. Le sei squadre italiane impegnate nelle tre competizioni trovarono spazio, in diretta o in differita, sulle reti pubbliche.

    Su Raiuno la serata prevedeva prima Sporting Gijón-Milan, con collegamento dalle 20.25, e poi Real Madrid-Napoli, fissata alle 21.45 e annunciata nel palinsesto televisivo a partire dalle 21.40.

    Le due partite si sarebbero sovrapposte per circa mezz’ora. La soluzione annunciata dalla Rai era particolarmente interessante dal punto di vista televisivo: non una rigida separazione fra i due incontri, ma una sorta di staffetta delle immagini, passando da una partita all’altra in funzione di ciò che accadeva sui campi e mantenendo informato il pubblico sull’incontro temporaneamente lasciato. Le cronache dell’epoca descrissero anche l’impiego di un riquadro sullo schermo per conservare le immagini dell’altra gara.6

    Era un modo di affrontare un problema oggi ordinario — due eventi sportivi contemporanei — con gli strumenti e la regia televisiva disponibili nel 1987.

    Il Napoli giocò così il suo primo incontro di Coppa dei Campioni davanti a un Bernabéu deserto ma a un pubblico televisivo vastissimo. In campo il Real Madrid vinse 2-0; davanti ai televisori italiani, invece, si concludeva una vicenda cominciata una settimana prima negli uffici delle emittenti e nei colloqui con Ramón Mendoza.

    Odeon non aveva perso il Real Madrid

    Il passaggio di Real-Napoli alla Rai potrebbe far pensare che l’acquisto di Odeon fosse rimasto senza seguito. Accadde esattamente il contrario.

    Già il giorno successivo alla partita, Antenna Sud, emittente pugliese del circuito Odeon, programmò alle 19.30 La prima volta del Napoli, uno speciale dedicato alla trasferta di Madrid.7

    Soprattutto, le altre partite comprese nell’accordo con il Real cominciarono a comparire nei palinsesti delle emittenti affiliate.

    Il 21 ottobre, in occasione di Real Madrid-Porto di Coppa dei Campioni, La Gazzetta del Mezzogiorno annunciava per il giorno seguente la differita alle 20.30 su Odeon-Antenna Sud. Un mese più tardi, il 12 novembre, lo stesso palinsesto proponeva alle 23.05 Real Madrid-Atletico Madrid.8

    Le immagini circolavano anche attraverso altre televisioni locali. In Basilicata, il 7 gennaio 1988, TP1 – Tele Pretoria Uno di Potenza inserì alle 22.50 nel proprio palinsesto Odeon Sport: Real Madrid-Barcellona.

    Il caso forse più eloquente arrivò nel marzo successivo. Per Real Madrid-Bayern Monaco, ritorno dei quarti di Coppa dei Campioni, Odeon organizzò una diretta limitata alla Lombardia e una differita per il giorno seguente nel resto d’Italia; in Puglia la partita sarebbe arrivata attraverso Antenna Sud.9

    Era, in pratica, la dimostrazione di ciò che nel settembre precedente aveva condizionato Real-Napoli. Odeon possedeva contenuti di valore internazionale e una rete di televisioni distribuite sul territorio, ma doveva adattarne la trasmissione alla particolare architettura dell’emittenza privata italiana: dirette circoscritte a un’area, differite nelle altre regioni, programmi comuni distribuiti attraverso le affiliate.

    Una partita che racconta la televisione del 1987

    Real Madrid-Napoli rimase naturalmente nella memoria soprattutto per ciò che accadde sul campo. Ma la vicenda dei suoi diritti racconta anche un passaggio preciso della storia televisiva italiana.

    Nel settembre 1987 la concorrenza privata era già in grado di contendere alla Rai un grande evento internazionale. Una syndication appena nata come Odeon poteva presentarsi a Madrid, superare Fininvest nella trattativa e acquistare un pacchetto di partite di uno dei club più importanti d’Europa.

    Il problema cominciava un istante dopo l’acquisto.

    Possedere le immagini non significava ancora poterle mandare in diretta, nello stesso momento, a tutta l’Italia. Su quel terreno la Rai conservava un vantaggio che non dipendeva soltanto dalla forza economica: aveva una rete realmente nazionale, l’accesso ai collegamenti internazionali dell’Eurovisione e una struttura capace di gestire in diretta una lunga giornata di calcio europeo passando da uno stadio all’altro.

    Odeon, però, non rimase ai margini. Le successive partite del Real Madrid dimostrarono che il circuito sapeva utilizzare i propri diritti attraverso Antenna Sud, TP1 e le altre emittenti locali, alternando dirette territoriali e differite nazionali.

    Per questo Real Madrid-Napoli del 1987 è interessante anche senza trasformarla nel simbolo di una svolta epocale. Basta osservare ciò che accadde: la partita fu comprata da una televisione privata, trasmessa in diretta dalla Rai e poi seguita da un’intera stagione di calcio del Real Madrid sulle televisioni locali di Odeon.

    In pochi giorni, dentro un unico evento, si vedevano convivere le diverse forme della televisione italiana di allora.


    1. Franco Esposito, “Rissa via etere. La RAI favorita su Berlusconi”, Il Mattino, 9 settembre 1987; Redazione, “Oggi sapremo chi potrà teletrasmettere Real-Madrid-Napoli. Dopo Rai e Berlusconi ora è in corsa anche Odeon Tv”, Corriere della Sera, 9 settembre 1987. ↩︎
    2. Massimo Emanuelli, Storia delle TV private italiane. TV locali, TV straniere in lingua italiana, Syndication, Network, Gammarò, 2026, sezione dedicata a Odeon TV. ↩︎
    3. Fabio Monti, “La Rai conquista Real-Napoli. Diretta dal deserto Bernabeu”, Corriere della Sera, 10 settembre 1987; Redazione, “Real-Napoli alla Rai grazie a Odeon-tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 settembre 1987, p. 20. ↩︎
    4. Corte costituzionale, sentenza n. 826/1988, ricostruzione della disciplina dell’interconnessione funzionale e della riserva delle trasmissioni televisive su scala nazionale. ↩︎
    5. “La cadena privada Odeón y la RAI compran los derechos”, El País, 10 settembre 1987. ↩︎
    6. Redazione, palinsesti e programmazione sportiva del 16 settembre 1987; “La RAI ofreció nueve horas de fútbol europeo”, El País, 17 settembre 1987. ↩︎
    7. Redazione, palinsesto Odeon-Antenna Sud, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 settembre 1987, p. 27. ↩︎
    8. Redazione, “C’è una finale anticipata: Real Madrid-Porto”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 21 ottobre 1987, p. 13; palinsesto Odeon-Antenna Sud, 12 novembre 1987, p. 21. ↩︎
    9. Palinsesto TP1, La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 gennaio 1988, p. 14; “Real-Bayern che notte a Madrid!”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 marzo 1988, p. 18. ↩︎
  • 18 novembre 1992. Scozia-Italia: la Nazionale tra Rai e Tele+2

    18 novembre 1992. Scozia-Italia: la Nazionale tra Rai e Tele+2

    Tele+2 acquistò i diritti della partita e annunciò che l’avrebbe trasmessa in chiaro. Poi la Rai cercò di rientrare in gioco e prese forma una soluzione inattesa: diretta criptata sulla pay-tv e differita sul servizio pubblico. Alla fine, il 18 novembre, la stessa partita andò in onda contemporaneamente su entrambe le reti.

    Nell’autunno del 1992 la televisione sportiva italiana stava cambiando più rapidamente di quanto fosse ancora possibile misurare. Tele+2, primo canale italiano interamente dedicato allo sport, trasmetteva parte della propria programmazione in forma criptata e cercava di allargare la base degli abbonati; Rai e Fininvest continuavano intanto a contendersi un mercato dei diritti che diventava sempre più costoso.

    In questo scenario entrò quasi all’improvviso Scozia-Italia, seconda partita degli azzurri nelle qualificazioni ai Mondiali di USA ’94, in programma a Glasgow il 18 novembre.

    Il risultato sportivo sarebbe stato uno 0-0. La storia televisiva della partita, invece, era cominciata quasi due mesi prima.

    Una partita che la Rai lasciò andare

    Il 25 settembre 1992 Tele+2 si aggiudicò i diritti italiani dell’incontro. La richiesta iniziale per l’esclusiva era di un miliardo e 200 milioni di lire. La Rai, che aveva cercato di ottenere una riduzione della cifra, non accettò quelle condizioni; Tele+2 si dichiarò invece disponibile e concluse l’operazione.

    Era un fatto insolito. Una partita ufficiale della Nazionale sfuggiva al tradizionale controllo televisivo della Rai e finiva nelle mani di una rete nata da poco più di un anno.

    Ma l’elemento che permette di leggere correttamente ciò che accadde dopo è un altro. Quando la notizia divenne pubblica, Tele+2 annunciò che Scozia-Italia sarebbe stata trasmessa in chiaro. Il canale avrebbe avuto la possibilità di riservarla ai propri abbonati, ma scelse inizialmente di renderla visibile anche senza decoder. «Potevamo farlo», spiegavano i dirigenti della rete riferendosi alla possibilità di criptare il segnale, ma si era deciso di offrire la partita a tutti gli spettatori.1

    L’operazione aveva comunque un evidente valore promozionale. Il 7 ottobre, quando la diretta su Tele+2 appariva ormai probabile, la programmazione prevista intorno all’incontro veniva descritta con pochi spot commerciali e molta promozione degli abbonamenti alla pay-tv. Era quindi possibile utilizzare un grande evento gratuito come vetrina per mostrare il canale a un pubblico molto più vasto di quello abituale.2

    Per alcune settimane, dunque, il problema non fu quello di una Nazionale visibile soltanto a pagamento. La vera novità era che la diretta sarebbe stata offerta da una televisione diversa dalla Rai.

    La Rai rientra nella partita

    La situazione cambiò alla fine di ottobre.

    La questione non riguardava soltanto il prestigio dell’emittente pubblica. C’era anche un problema molto concreto di copertura del territorio. Tele+2 utilizzava una rete terrestre che non raggiungeva l’intera popolazione italiana e, in alcune zone, la ricezione poteva richiedere interventi sull’antenna. Il ministro delle Poste Maurizio Pagani sollevò pubblicamente il problema: una partita della Nazionale, pur trasmessa in chiaro, rischiava comunque di non essere materialmente ricevibile da una parte degli spettatori. Lo stesso problema si sarebbe riproposto qualche anno dopo, quando Telemontecarlo acquisì i diritti per trasmettere Inghilterra-Italia.

    Le valutazioni sulla copertura erano contrastanti. Da parte governativa si parlava di una possibilità teorica di ricezione intorno al 75 per cento degli utenti, mentre Tele+2 rivendicava una copertura superiore all’85 per cento. Dietro le percentuali c’era però una questione che la televisione generalista aveva fino ad allora reso quasi invisibile: essere “in chiaro” non significava automaticamente essere ricevibili ovunque.

    La Rai cominciò così a trattare con Tele+2 per recuperare la partita.

    All’inizio di novembre l’ipotesi più accreditata era ancora quella di una cessione dei diritti al servizio pubblico. La Rai faceva valere anche il proprio contratto con la Federcalcio, nel quale era prevista una clausola che impegnava la Federazione a impedire la diffusione in Italia delle partite della Nazionale su canali diversi da quelli Rai. L’8 novembre le trattative con Tele+2 venivano definite già «spedite», e all’interno della TGS si riteneva ancora possibile riportare l’incontro integralmente sulla televisione pubblica.3

    Non sarebbe andata così.

    La diretta diventa a pagamento

    Nei giorni successivi prese forma un compromesso del tutto diverso.

    Tele+2 avrebbe mantenuto la diretta, ma l’avrebbe criptata per i propri abbonati. La Rai avrebbe trasmesso la stessa partita in chiaro con circa mezz’ora di ritardo.

    Era una soluzione che preservava il valore commerciale dell’acquisto effettuato da Tele+2: chi aveva il decoder avrebbe visto Scozia-Italia mentre si giocava; tutti gli altri avrebbero potuto seguirla gratuitamente poco dopo sulla Rai.

    Ed è in questo passaggio che, per alcuni giorni, nacque davvero la possibilità di una Nazionale in diretta soltanto a pagamento.

    È un dettaglio importante, perché quell’ipotesi non coincideva con il progetto annunciato quando Tele+2 aveva acquistato i diritti. A settembre la rete aveva previsto una diretta in chiaro; il criptato comparve invece all’interno della successiva trattativa con la Rai. La ricerca di un compromesso fra le due televisioni aveva quindi prodotto una soluzione più restrittiva, almeno per quanto riguardava la contemporaneità dell’evento.

    Il problema esplose immediatamente.

    L’11 e il 12 novembre il consiglio di amministrazione della Rai discusse a lungo la questione. La differita venne considerata insufficiente per un incontro della Nazionale di quella rilevanza. La linea che finì per prevalere fu sostanzialmente una: diretta oppure niente. L’accordo con Tele+2 fu rimesso in discussione e la trattativa ripartì.

    A quel punto Scozia-Italia non era più soltanto una partita acquistata da una televisione privata. La vicenda era diventata un confronto sul ruolo della Rai, sulla legittimità della pay-tv e persino su quali eventi sportivi dovessero restare accessibili contemporaneamente a tutti.

    Il compromesso finale: due dirette, entrambe in chiaro

    La soluzione arrivò il 12 novembre e fu resa pubblica il giorno successivo.

    La Rai avrebbe trasmesso Scozia-Italia in diretta. Tele+2 avrebbe conservato a sua volta la propria diretta, rinunciando però, per quella sera, al criptato: anche il suo segnale sarebbe stato in chiaro.

    Il costo complessivo dell’operazione rimaneva intorno a 1,2 miliardi di lire: circa 800 milioni a carico della Rai e 400 milioni a carico di Tele+2. Un ruolo decisivo nella mediazione fu svolto dal presidente federale Antonio Matarrese. Il compromesso consentiva alla Rai di non rinunciare alla contemporaneità dell’evento e a Tele+2 di mantenere un diritto che aveva acquistato regolarmente sul mercato.

    Ne usciva una situazione che poche settimane prima sarebbe apparsa altrettanto inconsueta dell’esclusiva Tele+: la stessa partita della Nazionale sarebbe stata trasmessa in diretta da due televisioni concorrenti.4

    La battaglia sui diritti era conclusa. Cominciava quella sul programma.

    Raiuno e Tele+2 preparano due partite diverse

    Una volta recuperata la diretta, la Rai non si limitò ai novanta minuti.

    Su Raiuno il collegamento sarebbe cominciato alle 20.43, con Gianni Cerqueti in studio. Bruno Pizzul avrebbe introdotto l’atmosfera dell’Ibrox Park, mentre il prepartita comprendeva servizi sull’Italia e sulla Scozia e materiali dedicati ai precedenti incontri tra le due Nazionali. Durante l’intervallo erano previsti sei minuti di pubblicità, le immagini principali del primo tempo e un servizio sulla partita disputata nel pomeriggio dalla Nazionale Under 21.

    La telecronaca era affidata a Bruno Pizzul, in quegli anni la voce ormai immediatamente riconoscibile della Nazionale.

    Tele+2 costruì una copertura ancora più lunga, dalle ore 20 fino al dopopartita. Lo studio era a Milano, con Giorgio Porra, Daniele Massaro e Franco Causio; a Glasgow operava Rino Tommasi, affiancato da ospiti e inviati. La telecronaca venne affidata a Massimo Marianella, giovane voce specializzata soprattutto nel calcio inglese, chiamato a raccontare la partita da solo.

    Persino alcuni dettagli organizzativi mostravano le conseguenze della diversa storia con cui le due emittenti erano arrivate all’appuntamento. Tele+2, titolare dei diritti da settembre, aveva avuto il tempo di prenotare postazioni sul campo e in tribuna stampa; la Rai, rientrata nella diretta soltanto negli ultimi giorni, disponeva di una struttura più improvvisata per alcune attività a bordo campo.

    Il 18 novembre non ci sarebbe stata quindi una semplice duplicazione del segnale. Raiuno e Tele+2 costruirono due programmi intorno alle stesse immagini, con studi, inviati, commentatori e linguaggi differenti.5

    Fotogramma della diretta Tele+2 di Scozia-Italia del 18 novembre 1992, con il logo Tele+2 e la scritta “DIRETTA” in sovrimpressione.
    Un fotogramma della diretta di Scozia-Italia trasmessa da Tele+2 il 18 novembre 1992, tratto da una registrazione VHS.

    Pizzul e Marianella, due modi di raccontare la stessa partita

    Poco prima delle nove di sera le due telecronache arrivarono contemporaneamente nelle case italiane.

    Alle 20.55 Bruno Pizzul salutava gli spettatori di Raiuno da Glasgow. Pochi minuti dopo, su Tele+2, Massimo Marianella apriva la propria cronaca. La partita della Nazionale italiana veniva così raccontata nello stesso momento da Raiuno e Tele+2, con due telecronache differenti.

    Il confronto divenne inevitabile.

    Il giorno successivo Aldo Grasso sul Corriere della Sera intitolò il suo commento “L’azzurro diviso a metà” e osservò che, già durante gli ultimi Mondiali, la stessa partita poteva essere vista contemporaneamente su Rai e Telemontecarlo; quella sera, però, la situazione aveva un significato diverso, perché a confrontarsi erano il servizio pubblico e una televisione sportiva nata anche intorno al modello della pay-tv.

    Grasso sintetizzò l’anomalia con una formula efficace: «l’Italia si sdoppia».6

    Le differenze erano percepibili soprattutto nel commento. Pizzul manteneva il registro familiare che aveva accompagnato per anni le partite degli azzurri, con maggiore partecipazione nelle azioni italiane. Marianella adottava un tono più controllato, frasi brevi e un ritmo vicino alla telecronaca britannica.

    Antonio Dipollina, su la Repubblica, notò anche un curioso effetto della contemporaneità: davanti alla stessa azione i due cronisti finivano talvolta per pronunciare quasi nello stesso istante parole molto simili. Ma proprio da quella inevitabile sovrapposizione emergevano meglio le differenze di stile. Non erano soltanto due canali che mostravano la stessa partita: erano due modi di costruire televisivamente lo stesso evento.7

    Sul campo, Scozia e Italia chiusero 0-0. Sullo schermo, il confronto era stato molto meno equilibrato nei numeri.

    Dodici milioni contro una televisione ancora senza Auditel

    La diretta di Raiuno raccolse una media di circa 12 milioni e mezzo di telespettatori, con il 42,87 per cento di share. Il picco arrivò tra le 22.40 e le 22.45, quando davanti a Raiuno furono stimati 13 milioni e 484 mila spettatori.

    Tele+2 non veniva rilevata direttamente dall’Auditel. Una stima costruita attraverso l’aumento della voce “altre televisioni” collocò il pubblico della rete tra 400 e 500 mila persone.8 Non era un confronto numerico realmente competitivo: Raiuno conservava una forza di penetrazione incomparabilmente superiore.

    Ma il significato televisivo della serata non stava principalmente nel risultato degli ascolti.

    Tele+2 era riuscita a comprare autonomamente un incontro ufficiale della Nazionale, aveva costretto la Rai a negoziare per recuperarlo e, alla fine, aveva trasmesso la stessa partita nello stesso momento del servizio pubblico. Per una sera lo spettatore che riceveva entrambe le reti poteva persino scegliere quale telecronaca ascoltare.

    Pochi mesi prima sarebbe stato difficile immaginare una simile alternativa intorno agli azzurri.

    Una partita, tre possibili televisioni

    La storia di Scozia-Italia del 1992 è interessante soprattutto perché, nell’arco di meno di due mesi, la stessa partita assunse tre diverse configurazioni televisive.

    All’inizio doveva essere una diretta esclusiva di Tele+2, ma in chiaro: una grande vetrina per far conoscere il nuovo canale sportivo.

    Poi, quando la Rai cercò di rientrare nell’evento, prese forma la soluzione più controversa: Tele+2 in diretta criptata per gli abbonati e Rai in differita.

    Infine arrivò il compromesso che gli spettatori videro davvero il 18 novembre: due dirette contemporanee, entrambe in chiaro.

    Non fu dunque la prima partita della Nazionale riservata a una pay-tv: quella possibilità rimase soltanto una fase, breve ma molto discussa, della trattativa. Fu invece uno dei primi casi in cui apparve con grande evidenza che i diritti di un evento fino ad allora quasi automaticamente associato alla Rai potevano essere acquistati da un altro soggetto e costringere il servizio pubblico a confrontarsi con un mercato televisivo ormai diverso.

    E quando il pallone cominciò a rotolare sull’erba dell’Ibrox Park, quella trasformazione diventò visibile nel modo più semplice possibile: lo stesso azzurro, nello stesso momento, su due canali diversi.


    1. Redazione, “Sarà in «chiaro». La Scozia e l’Italia su Tele+2”, La Stampa, 26 settembre 1992, p. 28. ↩︎
    2. Redazione, “Scozia-Italia andrà su Tele+2”, La Stampa, 7 ottobre 1992, p. 31. ↩︎
    3. Redazione, “Lo sci tutto sulla Rai. Forse anche Scozia-Italia”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 novembre 1992, p. 30. ↩︎
    4. Eugenio Capodacqua, “Calma, vedrete tutti l’Italia”, la Repubblica, 13 novembre 1992, p. 25; Massimo Fabbricini, “La Rai paga: Scozia-Italia in diretta”, Corriere della Sera, 13 novembre 1992, p. 41. ↩︎
    5. Massimo Fabbricini, “La Rai gioca d’anticipo per combattere la pay-tv”, Corriere della Sera, 18 novembre 1992. ↩︎
    6. Aldo Grasso, “L’azzurro diviso a metà”, Corriere della Sera, 19 novembre 1992. ↩︎
    7. Antonio Dipollina, “Rai contro Tele+, questione di toni”, la Repubblica, 19 novembre 1992, p. 25. ↩︎
    8. Redazione, “Rai contro Tele+2, per ora non c’è gara”, la Repubblica, 20 novembre 1992, p. 25. ↩︎
  • Calcio in diretta, ma non ovunque: le “zone escluse” della Rai

    Calcio in diretta, ma non ovunque: le “zone escluse” della Rai

    Per molti anni una diretta calcistica della Rai poteva essere visibile in quasi tutta Italia e scomparire proprio nei luoghi più vicini allo stadio in cui si disputava la partita.

    Nelle guide televisive bastavano poche parole, spesso inserite tra parentesi accanto al programma: «con esclusione della zona di…». Per gli spettatori interessati significava che, all’ora della partita, sulla stessa rete sarebbe comparso qualcos’altro.

    Era il sistema degli oscuramenti territoriali, utilizzato soprattutto per evitare che la diretta televisiva sottraesse pubblico pagante agli stadi. Si trattava generalmente di una decisione presa dalla Rai di concerto con le società calcistiche, Lega e Federazione, le quali avevano un ruolo nella concessione della diretta e nella definizione delle condizioni con cui trasmetterla.1

    Il risultato, però, era tutto televisivo. La Rai doveva fare in modo che su una grande porzione del territorio nazionale andasse in onda la partita e che, contemporaneamente, su una porzione limitata fosse trasmesso un film o un altro programma sostitutivo.   

    Una televisione diversa a seconda della città

    La pratica attraversò diversi decenni e riguardò competizioni molto differenti: Nazionale, coppe europee, Coppa Italia e, in determinate circostanze, anche campionato.

    Ancora nei primi anni Novanta l’indicazione compariva normalmente nei palinsesti. L’8 gennaio 1992, per esempio, Lecce-Pescara di Serie B fu trasmessa da Raitre con l’esclusione della zona di Lecce.2

    Particolarmente chiaro è il caso della finale di Coppa Italia 1993-94 tra Ancona e Sampdoria. Il Radiocorriere TV del 6 aprile 1994 annunciava Ancona-Sampdoria su Raiuno precisando «con esclusione zona di Ancona». Due settimane dopo, per il ritorno del 20 aprile, la formulazione si capovolgeva insieme al campo di gioco: Sampdoria-Ancona, «con esclusione della zona di Genova».3

    Palinsesto Raiuno del 20 aprile 1994 con Sampdoria-Ancona e l’indicazione “con esclusione della zona di Genova”
    Sampdoria-Ancona, finale di ritorno di Coppa Italia, nel palinsesto di Raiuno del 20 aprile 1994. Fonte: Radiocorriere TV, 20 aprile 1994, p. 84.

    Per il telespettatore era una consuetudine riconoscibile. La partita era regolarmente presente nel palinsesto nazionale, ma la nota avvertiva che non tutti l’avrebbero vista.

    Un esempio emblematico che permette di comprendere con particolare precisione il principio economico che giustificava questa prassi è quello del 21 dicembre 1994. In quella data era stato programmato il recupero della gara di serie A tra Torino e Milan, incontro rinviato per la concomitanza di un impegno internazionale della formazione rossonera. La gara venne trasmessa alle 14,30 su Raidue, ad esclusione della zona di Torino.

    La soluzione consentiva alla società granata di salvaguardare l’incasso dello stadio e contemporaneamente di ricevere il compenso televisivo: la Rai avrebbe, infatti, versato circa 250 milioni di lire.4

    La diretta, quindi, era preziosa, purché non entrasse nelle case dei potenziali spettatori dello stadio.

    Ma a cosa corrispondeva davvero la “zona esclusa”?

    La formula dei palinsesti faceva pensare a un confine preciso: zona di Torino, zona di Milano, zona di Parma. La realtà della televisione analogica era molto meno ordinata.

    I segnali Rai non seguivano i confini delle province o delle regioni. Un grande centro trasmittente poteva servire territori molto vasti e sconfinare nelle regioni confinanti.5 Di conseguenza, per impedire la visione della partita nella città interessata si rischiava di oscurare il segnale anche agli spettatori che con quella città non avevano nulla a che fare.

    Il problema era noto da molto tempo.

    Già nel 1967 arrivò alla Camera il caso di Piacenza, rimasta coinvolta negli oscuramenti disposti per partite giocate a Milano o Torino. Nell’interrogazione parlamentare veniva chiamato direttamente in causa il trasmettitore di Monte Penice: intervenire sul segnale destinato alle aree da escludere poteva produrre conseguenze anche sul territorio piacentino.6

    Quasi trent’anni dopo lo stesso nome, Monte Penice, sarebbe ricomparso in una vicenda sorprendentemente simile.

    Parma-Foggia e la partita oscurata a Vercelli

    Il 12 aprile 1995 Raidue trasmise Parma-Foggia, ritorno della semifinale di Coppa Italia. La partita era annunciata in diretta con la sola esclusione della zona di Parma.

    Ma quando arrivò il momento della gara, anche i telespettatori collegati da Vercelli rimasero senza calcio.

    Il giorno successivo la stampa locale segnalò il problema riportando il malcontento degli spettatori televisivi della zona.

    La sorpresa era stata ancora maggiore perché la normale programmazione di Raidue aveva accompagnato gli spettatori fino all’inizio della diretta. Terminati i programmi precedenti, venne annunciato il collegamento con la partita. A quel punto, però, nelle zone coinvolte dall’oscuramento comparve al suo posto la replica di un film con Carlo Verdone.

    Vercelli, evidentemente, era finita dentro quella che televisivamente veniva considerata la “zona di Parma”.

    Non era neppure la prima volta. Un problema analogo si era verificato l’anno precedente in occasione di un’altra gara di Coppa Italia, Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994. La spiegazione Rai chiamava in causa proprio Monte Penice. Per oscurare Parma era necessario intervenire su un impianto che serviva anche una parte consistente del Piemonte.7

    La geografia televisiva aveva prevalso su quella amministrativa.

    Il paradosso era evidente: una limitazione pensata per proteggere l’incasso del Tardini finiva per coinvolgere telespettatori residenti a oltre cento chilometri da Parma, ben al di fuori dell’area che si intendeva tutelare.

    Un sistema sempre più difficile da controllare

    La vicenda non passò inosservata.

    Il 14 aprile 1995, dalle colonne della Stampa, Gian Paolo Ormezzano tornò sull’argomento.

    Il giornalista ricordava sia Parma-Foggia sia Juventus-Lazio, altra semifinale giocata il giorno precedente, che era stata oscurata nell’area torinese e sottolineava due problemi ormai evidenti.

    Il primo era economico. Nonostante l’esclusione televisiva, allo stadio si erano presentati circa 10.900 paganti a Torino e 7.170 a Parma: numeri che rendevano discutibile l’effettiva capacità dell’oscuramento di riportare il pubblico sugli spalti.

    Il secondo problema era tecnologico. In alcune località teoricamente oscurate il segnale della partita poteva comunque essere captato; in altre, che non avrebbero dovuto essere interessate dall’esclusione, la gara scompariva.8

    Era il limite strutturale di un sistema nato in un’altra epoca televisiva. Con antenne sempre più efficienti e segnali provenienti da impianti diversi, stabilire con precisione chi dovesse vedere una partita e chi no diventava sempre più difficile.

    Gli inconvenienti non riguardavano soltanto il Nord Italia. In altre zone del Paese la copertura dei grandi trasmettitori superava ugualmente i confini regionali. Le testimonianze relative alle partite del Napoli, per esempio, ricordano località del Lazio meridionale servite dai segnali provenienti dalla Campania che potevano essere coinvolte negli oscuramenti predisposti per le gare casalinghe della squadra partenopea.

    Il tramonto delle “zone escluse”

    Parma-Foggia del 12 aprile 1995 segna il punto terminale della pratica documentata degli oscuramenti territoriali Rai. Nelle finali della stessa Coppa Italia, Juventus-Parma del giugno successivo, l’annotazione non compare più. La stessa cosa avviene nelle dirette della stagione 1995-96: anche Sampdoria-Juventus, anticipo di Serie A trasmesso da Raiuno il 13 aprile 1996, viene annunciata senza alcuna esclusione della zona di Genova.

    Il passaggio è significativo. Nei giorni di Parma-Foggia gli oscuramenti erano ancora applicati, ma venivano ormai apertamente contestati per la loro efficacia economica e per gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete dei trasmettitori. Nelle successive dirette calcistiche quella formula che per decenni aveva accompagnato i palinsesti Rai scompare.

    Un calcio televisivo che stava cambiando

    Erano anche gli ultimi mesi di un sistema di diritti televisivi destinato a trasformarsi rapidamente.

    Il contratto tra Rai e Lega sarebbe scaduto nel 1996. Nell’estate di quell’anno la nuova gara per i diritti avrebbe modificato profondamente il mercato, con il gruppo Cecchi Gori, proprietario di TMC, tra i protagonisti della competizione per i nuovi pacchetti calcistici e con una frammentazione dell’offerta ormai lontana dal modello nel quale la televisione pubblica gestiva quasi da sola le grandi dirette in chiaro.9

    È però evidente che il contesto nel quale le “zone escluse” erano nate stava scomparendo.

    Il nuovo mercato televisivo non cancellò immediatamente la preoccupazione per gli incassi degli stadi. Quando nel 1996 Telepiù preparò il nuovo servizio pay-per-view, anche l’accesso alle partite a pagamento prevedeva inizialmente limitazioni per gli spettatori residenti nella provincia della squadra di casa. La vecchia “zona esclusa” stava però cambiando natura: non era più necessario intervenire su un trasmettitore, con tutti gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete analogica, perché l’accesso alla singola partita poteva essere regolato direttamente attraverso il servizio a pagamento.10

    Per decenni si era cercato di conciliare due esigenze apparentemente incompatibili: portare il calcio nelle case degli italiani e, nello stesso tempo, impedire che la televisione tenesse lontani dagli stadi proprio gli spettatori delle città coinvolte.

    Ne nacque una televisione curiosamente geografica, nella quale la stessa sera, sulla stessa rete e alla stessa ora, due spettatori potevano vedere programmi differenti. E nella quale un ripetitore poteva decidere che Vercelli fosse, almeno per novanta minuti, parte della “zona di Parma”.

    Parma-Foggia del 12 aprile 1995 rimane l’ultima fotografia che abbiamo trovato di quel modo ormai dimenticato di guardare il calcio in televisione.

    1. Loris Ciullini, Probabile contro la Grecia l’innesto di Zaccarelli, l’Unità, 27 dicembre 1975, p. 12. La decisione sull’estensione della diretta alle zone inizialmente escluse era rimessa, nel caso citato, a Federcalcio e Rai in base all’andamento della vendita dei biglietti. ↩︎
    2. Nino Sormani, Lecce-Pescara diretta tv su Raitre, La Stampa, 8 gennaio 1992, p. 28 ↩︎
    3. Radiocorriere TV, palinsesto di mercoledì 6 aprile 1994, p. 84; palinsesto di mercoledì 20 aprile 1994, p. 84. ↩︎
    4. La Rai pagherà 250 milioni, La Stampa, 20 dicembre 1994, p. 33 ↩︎
    5. RAI, Le stazioni televisive e radiofoniche della RAI, settembre 1989. L’opuscolo censisce anche le stazioni televisive extraregionali che interessavano ciascuna regione. ↩︎
    6. Camera dei deputati, IV legislatura, seduta del 18 gennaio 1968, interrogazione Ceruti n. 25856, Atti parlamentari, p. 42547. ↩︎
    7. Rai, un’altra beffa. Niente Parma-Foggia, La Stampa – Vercelli-Biella e Valsesia, 13 aprile 1995. L’articolo ricorda anche il precedente di Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994 e riporta la spiegazione Rai legata al trasmettitore di Monte Penice. ↩︎
    8. Gian Paolo Ormezzano, Se la tivù è l’ospite sgradito, La Stampa, 14 aprile 1995, p. 29 ↩︎
    9. Cominciò tutto il 29 febbraio, l’Unità, 12 dicembre 1996, p. 11. ↩︎
    10. Marcello Berengo Gardin, Pago, dunque vedo la tv, l’Unità, 9 settembre 1996, p. 7. L’abbonamento alle 34 partite della propria squadra era riservato ai residenti fuori dalla provincia della squadra stessa ↩︎