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  • 7 marzo 1996. Quando Il nome della rosa scomparve dal palinsesto di TMC

    7 marzo 1996. Quando Il nome della rosa scomparve dal palinsesto di TMC

    Il film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery era annunciato in prima serata su Telemontecarlo. Poche ore prima della messa in onda, però, un intervento della Rai bloccò la trasmissione. Dietro quella improvvisa variazione di palinsesto c’era una controversia sui diritti che si inseriva nel momento di massima tensione tra Viale Mazzini e il gruppo Cecchi Gori.

    Giovedì 7 marzo 1996 il palinsesto di Telemontecarlo sembrava non riservare sorprese. Dopo TMC Ore 20, alle 20.30 era annunciato Il nome della rosa, il film diretto da Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, Christian Slater e F. Murray Abraham. Le guide televisive lo presentavano regolarmente tra le proposte della serata; La Stampa gli dedicava anche uno spazio nella selezione dei film del giorno.1

    Ma quella sera gli spettatori di TMC non videro Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville. Il nome della rosa scomparve dal palinsesto e al suo posto venne trasmesso La vendetta dell’uomo chiamato cavallo, western del 1976 con Richard Harris.

    Non fu una normale variazione di programmazione. Il film era diventato, nel giro di poche ore, l’oggetto di un nuovo scontro tra la Rai e il gruppo Cecchi Gori.

    Un film dalla lunga storia televisiva

    Il nome della rosa non era un titolo qualsiasi per la televisione italiana. La sua prima trasmissione su Rai 1, il 5 dicembre 1988, era stata un autentico evento: il film aveva ottenuto una media di 14 milioni 672 mila telespettatori, con il 53,54 per cento di share, dopo averne raccolti oltre 15 milioni e mezzo nella parte iniziale. Un risultato che lo aveva portato in testa alla classifica dei film più seguiti dell’epoca.2

    Negli anni successivi il titolo era tornato sugli schermi Rai. L’ultimo passaggio precedente a questa vicenda risaliva a domenica 30 ottobre 1994, quando Rai 3 lo aveva proposto in prima serata. In quell’occasione gli spettatori erano stati 2 milioni 755 mila.3

    Era quindi trascorso circa un anno e mezzo dall’ultima programmazione. Nel marzo 1996 il film era pronto a cambiare rete: questa volta avrebbe dovuto essere Telemontecarlo a proporlo in prima serata.

    Il fax che fermò la trasmissione

    La mattina del 7 marzo la Rai intervenne sulla programmazione prevista da TMC.

    Viale Mazzini rivendicava la titolarità dei diritti televisivi del film, acquistati nel 1985 dal produttore Franco Cristaldi e detenuti, secondo la propria ricostruzione, in perpetuo. Non essendo mai avvenuta una cessione di quei diritti, la Rai comunicò a Telemontecarlo che Il nome della rosa non poteva essere trasmesso.

    La posizione del gruppo Cecchi Gori era completamente diversa. TMC sosteneva che, prima del 29 febbraio, fosse già stata raggiunta con la Rai un’intesa che avrebbe consentito la programmazione del film su Telemontecarlo e Videomusic, nell’ambito di una più ampia sistemazione di rapporti pregressi tra le due parti. A mancare sarebbe stata soltanto la formalizzazione dell’accordo.4

    Per la Rai, invece, quell’accordo non era mai esistito: c’erano stati incontri e trattative, ma nessun passaggio tale da autorizzare TMC a mandare in onda il film. Il Corriere della Sera sintetizzò la posizione di Viale Mazzini parlando semplicemente di un precedente «pour parler».5

    La differenza non era di poco conto. Per TMC si trattava di dare seguito a un’intesa già raggiunta e rimasta impigliata nelle procedure; per la Rai, senza un accordo formalizzato, i diritti continuavano ad appartenere esclusivamente al servizio pubblico.

    Dietro Il nome della rosa, cinquanta film

    La disputa sul film di Annaud era in realtà collegata a una trattativa molto più ampia.

    Nei mesi precedenti Cecchi Gori aveva proposto alla Rai un pacchetto di circa cinquanta film, nove dei quali in prima visione, per un valore complessivo indicato in circa 27 miliardi di lire. L’operazione avrebbe potuto comprendere anche scambi e sistemazioni di diritti tra i due gruppi.6

    La trattativa, rimasta a lungo ferma, era stata ripresa durante la presidenza Rai di Letizia Moratti. In questo quadro si inseriva anche Il nome della rosa: TMC riteneva che il via libera al film fosse una delle conseguenze dell’intesa in corso.

    Poi arrivò il 29 febbraio 1996.

    Quel giorno si concluse la gara della Lega Calcio per i diritti delle stagioni successive. Il gruppo Cecchi Gori risultò inizialmente assegnatario dei diritti radiofonici e televisivi in chiaro relativi al campionato di Serie A e B, alla Coppa Italia e alla Supercoppa, superando proprio la Rai.7

    Per Viale Mazzini era una sconfitta particolarmente pesante. Non riguardava soltanto le immagini delle partite, ma programmi che da anni costituivano una parte fondamentale dell’identità del servizio pubblico, dalla radio al racconto televisivo della domenica calcistica.

    Nel giro di pochi giorni i rapporti tra Rai e Cecchi Gori cambiarono radicalmente. Le trattative commerciali già in corso finirono così assorbite in un confronto molto più ampio.

    Fu in questo clima che arrivò il blocco de Il nome della rosa.

    Alle 20.30 cambia il palinsesto

    Per il telespettatore, naturalmente, tutto questo si traduceva in qualcosa di molto più semplice: il programma annunciato dai giornali non c’era.

    Alle 20.30 TMC dovette rinunciare al film di Annaud e ripiegare su La vendetta dell’uomo chiamato cavallo. La sostituzione arrivò quando le guide televisive erano ormai stampate e continuavano quindi a indicare Il nome della rosa come il film della serata.

    Era uno di quei casi, frequenti nella televisione analogica ma oggi più difficili da immaginare, nei quali il palinsesto pubblicato sui quotidiani poteva cessare di corrispondere alla televisione realmente ricevuta in casa.

    La vicenda ebbe immediatamente una lettura più ampia. La Stampa titolò «Guerra tv nel “nome della rosa”»; il Corriere della Sera scelse «Guerra con la Rai, salta su Tmc “Il nome della rosa”». La parola «guerra» descriveva bene il clima di quei giorni, anche se il mancato passaggio del film restava formalmente una controversia sulla disponibilità dei diritti.

    La stessa sera Vittorio Cecchi Gori non partecipò inoltre a Tempo reale, il programma di Michele Santoro che affrontava proprio il tema della perdita da parte della Rai dei diritti calcistici. Il cinema e il calcio finivano così per sovrapporsi, almeno per qualche giorno, nello stesso confronto tra due gruppi televisivi.

    Due giorni dopo si spegne anche l’atletica

    Che il rapporto tra Rai e TMC fosse ormai entrato in una fase particolarmente difficile divenne ancora più evidente nel fine settimana.

    Il 9 marzo Telemontecarlo stava trasmettendo i Campionati europei indoor di atletica leggera da Stoccolma. Dopo circa mezz’ora di immagini, il collegamento venne interrotto. TMC aveva prelevato il segnale dell’Eurovisione attraverso Montecarlo; la Rai, che rivendicava i diritti italiani della manifestazione in forza degli accordi con l’UER, contestò la trasmissione.

    Il segnale venne oscurato proprio mentre erano in corso i 60 metri. L’immagine rimase bloccata e gli inviati di TMC continuarono per un tratto il racconto senza poter disporre delle immagini, trasformando di fatto il collegamento televisivo in una radiocronaca. Anche quel programma dovette infine lasciare spazio a un film.8

    A distanza di appena due giorni, dunque, gli spettatori di Telemontecarlo si erano trovati davanti a due palinsesti modificati per questioni di diritti: prima un film già annunciato, poi una manifestazione sportiva già iniziata.

    L’episodio dell’atletica non era direttamente collegato ai diritti de Il nome della rosa, ma rendeva molto visibile sullo schermo la tensione che in quel momento attraversava i rapporti tra il servizio pubblico e il gruppo Cecchi Gori.

    Il ritorno su TMC

    La storia del film con Telemontecarlo non terminò però il 7 marzo.

    Nove mesi più tardi, martedì 17 dicembre 1996, Il nome della rosa ricomparve nella prima serata della rete. Il palinsesto di TMC lo collocava subito dopo TMC Sport, intorno alle 20.30; alle 23 era previsto TMC Sera e, a seguire, La signora omicidi.9

    Era precisamente lo spazio che il film avrebbe dovuto occupare già a marzo.

    Fotogramma VHS de Il nome della rosa trasmesso da TMC, con Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville e il logo TMC in basso a destra.
    Fotogramma da una registrazione VHS di TMC de Il nome della rosa, trasmesso dall’emittente nel dicembre 1996, nove mesi dopo la mancata messa in onda del 7 marzo.

    La seconda programmazione arrivava però in un contesto televisivo completamente diverso. Non c’era più l’improvvisa contrapposizione che nove mesi prima aveva trasformato un normale film di prima serata in un caso nazionale sui diritti televisivi. Il nome della rosa poteva finalmente trovare posto nel palinsesto di Telemontecarlo.

    Il contrasto con il passato del titolo era notevole. Nel dicembre 1988, alla sua prima televisiva su Rai 1, quasi quindici milioni di persone si erano raccolte davanti allo stesso film. Nell’ottobre 1994 il passaggio su Rai 3 aveva ancora raggiunto 2 milioni 755 mila spettatori. Nel 1996 quel titolo non era più soltanto un grande successo cinematografico da riproporre: per una sera era diventato anche il punto in cui si erano incrociati i diritti di una library, le trattative tra due gruppi e la competizione per gli eventi capaci di dare identità a una rete.

    Un palinsesto che raccontava anche i rapporti tra le televisioni

    La mancata trasmissione del 7 marzo 1996 rimane un episodio piccolo rispetto alle grandi vicende della televisione di quegli anni. Proprio per questo è significativo.

    Un telespettatore che quella sera aveva scelto TMC per vedere Il nome della rosa poteva conoscere soltanto l’effetto finale della disputa: accendere il televisore e trovare un film diverso da quello annunciato.

    Dietro quella sostituzione c’era invece un sistema nel quale cinema, sport e programmi di richiamo rappresentavano strumenti essenziali nella competizione tra le reti. La disponibilità dei diritti poteva determinare non soltanto quali titoli inserire in un palinsesto, ma anche se un programma già annunciato potesse effettivamente raggiungere lo schermo.

    Il 7 marzo 1996 bastò un film già stampato sulle guide televisive e un fax arrivato poche ore prima della messa in onda per rendere visibile quella realtà.

    E così, quella sera, nell’abbazia de Il nome della rosa gli spettatori di Telemontecarlo non entrarono affatto.


    Note

    1. Redazione, palinsesto televisivo del 7 marzo 1996, La Stampa, 7 marzo 1996, p. 23. ↩︎
    2. Redazione, “«Il nome della rosa» più di «Rambo 2»: oltre 15 milioni di spettatori”, l’Unità, 7 dicembre 1988, p. 24. ↩︎
    3. Redazione, “Raiuno-Canale 5. Continua la guerra delle domeniche”, La Stampa, 1 novembre 1994, p. 20. ↩︎
    4. Redazione, “‘Il nome della rosa’ non va in onda a Tmc”, la Repubblica, 8 marzo 1996. ↩︎
    5. Redazione, “Guerra tv nel «nome della rosa»”, La Stampa, 8 marzo 1996, p. 23. ↩︎
    6. Marina Della Croce, “Lite Rai-Cecchi Gori. Dopo il calcio, i film”, il manifesto, 8 marzo 1996 ↩︎
    7. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ricostruzione della gara del 29 febbraio 1996 per i diritti radio-televisivi del calcio, provvedimento relativo a Rai-RTI-Cecchi Gori Communications ↩︎
    8. Redazione, “Guerra Rai-Tmc, cade l’atletica”, La Stampa, 10 marzo 1996, p. 5. ↩︎
    9. Redazione, “I programmi di oggi”, l’Unità, 17 dicembre 1996: palinsesto di Telemontecarlo. ↩︎

  • 16 settembre 1987. Real Madrid-Napoli: la contesa per la diretta televisiva

    16 settembre 1987. Real Madrid-Napoli: la contesa per la diretta televisiva

    Nel settembre 1987 la sfida di Coppa dei Campioni al Bernabéu diventò anche una partita televisiva. Rai, Fininvest e la neonata Odeon si contesero i diritti; a spuntarla fu Odeon, che però cedette proprio Real Madrid-Napoli alla Rai. Dietro quel passaggio c’era uno dei paradossi della televisione privata italiana degli anni Ottanta: reti ormai nazionali nei palinsesti, ma non ancora nella diretta.

    Il 16 settembre 1987 il Napoli campione d’Italia debuttava in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Il sorteggio aveva riservato subito alla squadra di Maradona uno degli avversari più difficili e la partita d’andata presentava una particolarità destinata ad accrescerne ulteriormente l’interesse televisivo: il Santiago Bernabéu era squalificato e l’incontro si sarebbe disputato a porte chiuse.

    Per molti tifosi, in Spagna come in Italia, la televisione non era quindi soltanto il modo più comodo per seguire la partita. Era l’unico.

    Ma prima ancora che Real Madrid e Napoli scendessero in campo, attorno a quelle immagini si giocò un’altra sfida. E coinvolse la Rai, Silvio Berlusconi e un network che aveva cominciato ufficialmente a trasmettere appena pochi giorni prima: Odeon TV.

    Una partita contesa fra Rai, Berlusconi e Odeon

    All’inizio di settembre la trasmissione italiana di Real Madrid-Napoli era tutt’altro che definita.

    Berlusconi aveva già avviato durante l’estate una trattativa con il presidente del Real Ramón Mendoza per un pacchetto di partite del Real. Per Fininvest sarebbe stato un altro passo nella politica di acquisizione dei grandi eventi sportivi internazionali; per la Rai, invece, Real-Napoli rappresentava un appuntamento difficilmente rinunciabile, anche per l’eccezionale interesse suscitato dal debutto europeo della squadra campione d’Italia.

    Nei primi giorni di settembre Mendoza arrivò a Milano e incontrò gli interlocutori delle diverse televisioni. Quella che inizialmente appariva come una contesa soprattutto fra Rai e Fininvest vide scendere in campo improvvisamente un terzo protagonista.1

    Odeon TV aveva inaugurato le proprie trasmissioni il 6 settembre 1987. Nata attorno a una rete di emittenti locali, si presentava sul mercato con ambizioni nazionali. Nella società aveva un ruolo importante Callisto Tanzi, proprietario della Parmalat, che era anche sponsor del Real Madrid. Il rapporto commerciale fra Tanzi e il club spagnolo favorì l’ingresso del nuovo circuito nella trattativa.2

    Il risultato arrivò rapidamente. Tra la sera dell’8 e la mattina del 9 settembre Odeon concluse l’accordo con Mendoza: il network si assicurò in esclusiva Real Madrid-Napoli e altre diciannove partite casalinghe del Real Madrid da scegliere nel corso della stagione. La Rai, almeno formalmente, era stata battuta sul terreno dell’acquisizione dei diritti.3

    La situazione, però, si rovesciò quasi immediatamente.

    Nazionale nei programmi, non nella diretta

    Il problema era nella particolare struttura della televisione privata italiana di quegli anni.

    Canale 5, Italia 1, Retequattro e le nuove syndication potevano ormai proporre lo stesso palinsesto in gran parte del Paese attraverso una rete di emittenti locali. La cosiddetta interconnessione funzionale consentiva di distribuire programmi preregistrati alle diverse stazioni e di mandarli in onda contemporaneamente, o con uno sfasamento minimo.

    La diretta nazionale era un’altra cosa.

    La legislazione continuava a riservare allo Stato la diffusione televisiva su scala nazionale e il sistema adottato dai privati si reggeva proprio sulla registrazione preventiva del programma. La differenza poteva essere quasi impercettibile per chi guardava un telefilm, un varietà o un quiz; diventava decisiva quando si trattava di collegarsi in tempo reale con uno stadio all’estero. La stessa Corte costituzionale, ricostruendo poco dopo quel sistema, avrebbe distinto la diffusione contemporanea di programmi preregistrati dalla vera interconnessione in diretta.4

    Real Madrid-Napoli mise quel limite sotto gli occhi di tutti.

    Durante la trattativa fu presa in considerazione anche una soluzione territoriale: trasmettere la partita in diretta in Campania attraverso Telecapri e proporla successivamente nel resto d’Italia. Era un modo per sfruttare i diritti senza trasformare il circuito Odeon in una rete nazionale interconnessa in diretta.

    Ma per un evento di quella portata era una soluzione debole. Il pubblico potenziale era nazionale e il Real Madrid aveva a sua volta bisogno che il ritorno del 30 settembre a Napoli potesse essere visto regolarmente in Spagna.

    Qui la Rai conservava un vantaggio decisivo.

    La strada della Rai

    Sul versante internazionale le immagini transitavano attraverso i rapporti fra le televisioni pubbliche e la rete Eurovision. Anche la normativa spagnola assegnava a TVE un ruolo centrale nell’esportazione televisiva degli avvenimenti disputati nel Paese. Per il Real Madrid contava quindi non soltanto vendere l’andata, ma assicurarsi la possibilità di ricevere dalla Rai anche le immagini della partita di ritorno al San Paolo.

    Mendoza spiegò la scelta con grande chiarezza: con il Bernabéu vuoto era indispensabile che l’andata fosse trasmessa, ma era altrettanto importante garantire la reciprocità televisiva per il ritorno. La televisione pubblica offriva entrambe le condizioni.5

    Poche ore dopo l’acquisto dei diritti da parte di Odeon arrivò dunque l’accordo decisivo.

    Odeon cedette alla Rai i diritti italiani di Real Madrid-Napoli. Il comunicato diffuso dalla televisione pubblica il 10 settembre formalizzava il passaggio: la partita del 16 settembre sarebbe stata trasmessa in diretta dalla Rai, mentre restava a Odeon il più ampio pacchetto delle altre gare casalinghe del Real Madrid.

    Le cifre circolate in quei giorni furono diverse e non sempre coincidenti. Anche il valore attribuito alla singola Real-Napoli risultava difficile da separare da un contratto che comprendeva altre diciannove partite e si intrecciava con i rapporti commerciali fra Parmalat e il club spagnolo. Lo stesso Mendoza non rese pubblico l’importo complessivo dell’accordo.

    Più del prezzo, però, conta il meccanismo televisivo: Odeon aveva conquistato la partita sul mercato, ma la Rai era ancora il soggetto capace di trasformare quei diritti in una diretta effettivamente nazionale.

    La competizione fra i gruppi non si esaurì con l’accordo. Pochi giorni dopo, la stampa riferì che Berlusconi aveva vietato ai giocatori del Milan di partecipare alle trasmissioni del nuovo network Odeon. La vicenda Real Madrid-Napoli aveva lasciato qualche strascico anche fuori dal campo.

    Il 16 settembre: una serata di calcio su Raiuno

    Mercoledì 16 settembre la Rai costruì attorno alle coppe europee una vera maratona calcistica. Le sei squadre italiane impegnate nelle tre competizioni trovarono spazio, in diretta o in differita, sulle reti pubbliche.

    Su Raiuno la serata prevedeva prima Sporting Gijón-Milan, con collegamento dalle 20.25, e poi Real Madrid-Napoli, fissata alle 21.45 e annunciata nel palinsesto televisivo a partire dalle 21.40.

    Le due partite si sarebbero sovrapposte per circa mezz’ora. La soluzione annunciata dalla Rai era particolarmente interessante dal punto di vista televisivo: non una rigida separazione fra i due incontri, ma una sorta di staffetta delle immagini, passando da una partita all’altra in funzione di ciò che accadeva sui campi e mantenendo informato il pubblico sull’incontro temporaneamente lasciato. Le cronache dell’epoca descrissero anche l’impiego di un riquadro sullo schermo per conservare le immagini dell’altra gara.6

    Era un modo di affrontare un problema oggi ordinario — due eventi sportivi contemporanei — con gli strumenti e la regia televisiva disponibili nel 1987.

    Il Napoli giocò così il suo primo incontro di Coppa dei Campioni davanti a un Bernabéu deserto ma a un pubblico televisivo vastissimo. In campo il Real Madrid vinse 2-0; davanti ai televisori italiani, invece, si concludeva una vicenda cominciata una settimana prima negli uffici delle emittenti e nei colloqui con Ramón Mendoza.

    Odeon non aveva perso il Real Madrid

    Il passaggio di Real-Napoli alla Rai potrebbe far pensare che l’acquisto di Odeon fosse rimasto senza seguito. Accadde esattamente il contrario.

    Già il giorno successivo alla partita, Antenna Sud, emittente pugliese del circuito Odeon, programmò alle 19.30 La prima volta del Napoli, uno speciale dedicato alla trasferta di Madrid.7

    Soprattutto, le altre partite comprese nell’accordo con il Real cominciarono a comparire nei palinsesti delle emittenti affiliate.

    Il 21 ottobre, in occasione di Real Madrid-Porto di Coppa dei Campioni, La Gazzetta del Mezzogiorno annunciava per il giorno seguente la differita alle 20.30 su Odeon-Antenna Sud. Un mese più tardi, il 12 novembre, lo stesso palinsesto proponeva alle 23.05 Real Madrid-Atletico Madrid.8

    Le immagini circolavano anche attraverso altre televisioni locali. In Basilicata, il 7 gennaio 1988, TP1 – Tele Pretoria Uno di Potenza inserì alle 22.50 nel proprio palinsesto Odeon Sport: Real Madrid-Barcellona.

    Il caso forse più eloquente arrivò nel marzo successivo. Per Real Madrid-Bayern Monaco, ritorno dei quarti di Coppa dei Campioni, Odeon organizzò una diretta limitata alla Lombardia e una differita per il giorno seguente nel resto d’Italia; in Puglia la partita sarebbe arrivata attraverso Antenna Sud.9

    Era, in pratica, la dimostrazione di ciò che nel settembre precedente aveva condizionato Real-Napoli. Odeon possedeva contenuti di valore internazionale e una rete di televisioni distribuite sul territorio, ma doveva adattarne la trasmissione alla particolare architettura dell’emittenza privata italiana: dirette circoscritte a un’area, differite nelle altre regioni, programmi comuni distribuiti attraverso le affiliate.

    Una partita che racconta la televisione del 1987

    Real Madrid-Napoli rimase naturalmente nella memoria soprattutto per ciò che accadde sul campo. Ma la vicenda dei suoi diritti racconta anche un passaggio preciso della storia televisiva italiana.

    Nel settembre 1987 la concorrenza privata era già in grado di contendere alla Rai un grande evento internazionale. Una syndication appena nata come Odeon poteva presentarsi a Madrid, superare Fininvest nella trattativa e acquistare un pacchetto di partite di uno dei club più importanti d’Europa.

    Il problema cominciava un istante dopo l’acquisto.

    Possedere le immagini non significava ancora poterle mandare in diretta, nello stesso momento, a tutta l’Italia. Su quel terreno la Rai conservava un vantaggio che non dipendeva soltanto dalla forza economica: aveva una rete realmente nazionale, l’accesso ai collegamenti internazionali dell’Eurovisione e una struttura capace di gestire in diretta una lunga giornata di calcio europeo passando da uno stadio all’altro.

    Odeon, però, non rimase ai margini. Le successive partite del Real Madrid dimostrarono che il circuito sapeva utilizzare i propri diritti attraverso Antenna Sud, TP1 e le altre emittenti locali, alternando dirette territoriali e differite nazionali.

    Per questo Real Madrid-Napoli del 1987 è interessante anche senza trasformarla nel simbolo di una svolta epocale. Basta osservare ciò che accadde: la partita fu comprata da una televisione privata, trasmessa in diretta dalla Rai e poi seguita da un’intera stagione di calcio del Real Madrid sulle televisioni locali di Odeon.

    In pochi giorni, dentro un unico evento, si vedevano convivere le diverse forme della televisione italiana di allora.


    1. Franco Esposito, “Rissa via etere. La RAI favorita su Berlusconi”, Il Mattino, 9 settembre 1987; Redazione, “Oggi sapremo chi potrà teletrasmettere Real-Madrid-Napoli. Dopo Rai e Berlusconi ora è in corsa anche Odeon Tv”, Corriere della Sera, 9 settembre 1987. ↩︎
    2. Massimo Emanuelli, Storia delle TV private italiane. TV locali, TV straniere in lingua italiana, Syndication, Network, Gammarò, 2026, sezione dedicata a Odeon TV. ↩︎
    3. Fabio Monti, “La Rai conquista Real-Napoli. Diretta dal deserto Bernabeu”, Corriere della Sera, 10 settembre 1987; Redazione, “Real-Napoli alla Rai grazie a Odeon-tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 settembre 1987, p. 20. ↩︎
    4. Corte costituzionale, sentenza n. 826/1988, ricostruzione della disciplina dell’interconnessione funzionale e della riserva delle trasmissioni televisive su scala nazionale. ↩︎
    5. “La cadena privada Odeón y la RAI compran los derechos”, El País, 10 settembre 1987. ↩︎
    6. Redazione, palinsesti e programmazione sportiva del 16 settembre 1987; “La RAI ofreció nueve horas de fútbol europeo”, El País, 17 settembre 1987. ↩︎
    7. Redazione, palinsesto Odeon-Antenna Sud, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 settembre 1987, p. 27. ↩︎
    8. Redazione, “C’è una finale anticipata: Real Madrid-Porto”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 21 ottobre 1987, p. 13; palinsesto Odeon-Antenna Sud, 12 novembre 1987, p. 21. ↩︎
    9. Palinsesto TP1, La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 gennaio 1988, p. 14; “Real-Bayern che notte a Madrid!”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 marzo 1988, p. 18. ↩︎
  • 18 novembre 1992. Scozia-Italia: la Nazionale tra Rai e Tele+2

    18 novembre 1992. Scozia-Italia: la Nazionale tra Rai e Tele+2

    Tele+2 acquistò i diritti della partita e annunciò che l’avrebbe trasmessa in chiaro. Poi la Rai cercò di rientrare in gioco e prese forma una soluzione inattesa: diretta criptata sulla pay-tv e differita sul servizio pubblico. Alla fine, il 18 novembre, la stessa partita andò in onda contemporaneamente su entrambe le reti.

    Nell’autunno del 1992 la televisione sportiva italiana stava cambiando più rapidamente di quanto fosse ancora possibile misurare. Tele+2, primo canale italiano interamente dedicato allo sport, trasmetteva parte della propria programmazione in forma criptata e cercava di allargare la base degli abbonati; Rai e Fininvest continuavano intanto a contendersi un mercato dei diritti che diventava sempre più costoso.

    In questo scenario entrò quasi all’improvviso Scozia-Italia, seconda partita degli azzurri nelle qualificazioni ai Mondiali di USA ’94, in programma a Glasgow il 18 novembre.

    Il risultato sportivo sarebbe stato uno 0-0. La storia televisiva della partita, invece, era cominciata quasi due mesi prima.

    Una partita che la Rai lasciò andare

    Il 25 settembre 1992 Tele+2 si aggiudicò i diritti italiani dell’incontro. La richiesta iniziale per l’esclusiva era di un miliardo e 200 milioni di lire. La Rai, che aveva cercato di ottenere una riduzione della cifra, non accettò quelle condizioni; Tele+2 si dichiarò invece disponibile e concluse l’operazione.

    Era un fatto insolito. Una partita ufficiale della Nazionale sfuggiva al tradizionale controllo televisivo della Rai e finiva nelle mani di una rete nata da poco più di un anno.

    Ma l’elemento che permette di leggere correttamente ciò che accadde dopo è un altro. Quando la notizia divenne pubblica, Tele+2 annunciò che Scozia-Italia sarebbe stata trasmessa in chiaro. Il canale avrebbe avuto la possibilità di riservarla ai propri abbonati, ma scelse inizialmente di renderla visibile anche senza decoder. «Potevamo farlo», spiegavano i dirigenti della rete riferendosi alla possibilità di criptare il segnale, ma si era deciso di offrire la partita a tutti gli spettatori.1

    L’operazione aveva comunque un evidente valore promozionale. Il 7 ottobre, quando la diretta su Tele+2 appariva ormai probabile, la programmazione prevista intorno all’incontro veniva descritta con pochi spot commerciali e molta promozione degli abbonamenti alla pay-tv. Era quindi possibile utilizzare un grande evento gratuito come vetrina per mostrare il canale a un pubblico molto più vasto di quello abituale.2

    Per alcune settimane, dunque, il problema non fu quello di una Nazionale visibile soltanto a pagamento. La vera novità era che la diretta sarebbe stata offerta da una televisione diversa dalla Rai.

    La Rai rientra nella partita

    La situazione cambiò alla fine di ottobre.

    La questione non riguardava soltanto il prestigio dell’emittente pubblica. C’era anche un problema molto concreto di copertura del territorio. Tele+2 utilizzava una rete terrestre che non raggiungeva l’intera popolazione italiana e, in alcune zone, la ricezione poteva richiedere interventi sull’antenna. Il ministro delle Poste Maurizio Pagani sollevò pubblicamente il problema: una partita della Nazionale, pur trasmessa in chiaro, rischiava comunque di non essere materialmente ricevibile da una parte degli spettatori. Lo stesso problema si sarebbe riproposto qualche anno dopo, quando Telemontecarlo acquisì i diritti per trasmettere Inghilterra-Italia.

    Le valutazioni sulla copertura erano contrastanti. Da parte governativa si parlava di una possibilità teorica di ricezione intorno al 75 per cento degli utenti, mentre Tele+2 rivendicava una copertura superiore all’85 per cento. Dietro le percentuali c’era però una questione che la televisione generalista aveva fino ad allora reso quasi invisibile: essere “in chiaro” non significava automaticamente essere ricevibili ovunque.

    La Rai cominciò così a trattare con Tele+2 per recuperare la partita.

    All’inizio di novembre l’ipotesi più accreditata era ancora quella di una cessione dei diritti al servizio pubblico. La Rai faceva valere anche il proprio contratto con la Federcalcio, nel quale era prevista una clausola che impegnava la Federazione a impedire la diffusione in Italia delle partite della Nazionale su canali diversi da quelli Rai. L’8 novembre le trattative con Tele+2 venivano definite già «spedite», e all’interno della TGS si riteneva ancora possibile riportare l’incontro integralmente sulla televisione pubblica.3

    Non sarebbe andata così.

    La diretta diventa a pagamento

    Nei giorni successivi prese forma un compromesso del tutto diverso.

    Tele+2 avrebbe mantenuto la diretta, ma l’avrebbe criptata per i propri abbonati. La Rai avrebbe trasmesso la stessa partita in chiaro con circa mezz’ora di ritardo.

    Era una soluzione che preservava il valore commerciale dell’acquisto effettuato da Tele+2: chi aveva il decoder avrebbe visto Scozia-Italia mentre si giocava; tutti gli altri avrebbero potuto seguirla gratuitamente poco dopo sulla Rai.

    Ed è in questo passaggio che, per alcuni giorni, nacque davvero la possibilità di una Nazionale in diretta soltanto a pagamento.

    È un dettaglio importante, perché quell’ipotesi non coincideva con il progetto annunciato quando Tele+2 aveva acquistato i diritti. A settembre la rete aveva previsto una diretta in chiaro; il criptato comparve invece all’interno della successiva trattativa con la Rai. La ricerca di un compromesso fra le due televisioni aveva quindi prodotto una soluzione più restrittiva, almeno per quanto riguardava la contemporaneità dell’evento.

    Il problema esplose immediatamente.

    L’11 e il 12 novembre il consiglio di amministrazione della Rai discusse a lungo la questione. La differita venne considerata insufficiente per un incontro della Nazionale di quella rilevanza. La linea che finì per prevalere fu sostanzialmente una: diretta oppure niente. L’accordo con Tele+2 fu rimesso in discussione e la trattativa ripartì.

    A quel punto Scozia-Italia non era più soltanto una partita acquistata da una televisione privata. La vicenda era diventata un confronto sul ruolo della Rai, sulla legittimità della pay-tv e persino su quali eventi sportivi dovessero restare accessibili contemporaneamente a tutti.

    Il compromesso finale: due dirette, entrambe in chiaro

    La soluzione arrivò il 12 novembre e fu resa pubblica il giorno successivo.

    La Rai avrebbe trasmesso Scozia-Italia in diretta. Tele+2 avrebbe conservato a sua volta la propria diretta, rinunciando però, per quella sera, al criptato: anche il suo segnale sarebbe stato in chiaro.

    Il costo complessivo dell’operazione rimaneva intorno a 1,2 miliardi di lire: circa 800 milioni a carico della Rai e 400 milioni a carico di Tele+2. Un ruolo decisivo nella mediazione fu svolto dal presidente federale Antonio Matarrese. Il compromesso consentiva alla Rai di non rinunciare alla contemporaneità dell’evento e a Tele+2 di mantenere un diritto che aveva acquistato regolarmente sul mercato.

    Ne usciva una situazione che poche settimane prima sarebbe apparsa altrettanto inconsueta dell’esclusiva Tele+: la stessa partita della Nazionale sarebbe stata trasmessa in diretta da due televisioni concorrenti.4

    La battaglia sui diritti era conclusa. Cominciava quella sul programma.

    Raiuno e Tele+2 preparano due partite diverse

    Una volta recuperata la diretta, la Rai non si limitò ai novanta minuti.

    Su Raiuno il collegamento sarebbe cominciato alle 20.43, con Gianni Cerqueti in studio. Bruno Pizzul avrebbe introdotto l’atmosfera dell’Ibrox Park, mentre il prepartita comprendeva servizi sull’Italia e sulla Scozia e materiali dedicati ai precedenti incontri tra le due Nazionali. Durante l’intervallo erano previsti sei minuti di pubblicità, le immagini principali del primo tempo e un servizio sulla partita disputata nel pomeriggio dalla Nazionale Under 21.

    La telecronaca era affidata a Bruno Pizzul, in quegli anni la voce ormai immediatamente riconoscibile della Nazionale.

    Tele+2 costruì una copertura ancora più lunga, dalle ore 20 fino al dopopartita. Lo studio era a Milano, con Giorgio Porra, Daniele Massaro e Franco Causio; a Glasgow operava Rino Tommasi, affiancato da ospiti e inviati. La telecronaca venne affidata a Massimo Marianella, giovane voce specializzata soprattutto nel calcio inglese, chiamato a raccontare la partita da solo.

    Persino alcuni dettagli organizzativi mostravano le conseguenze della diversa storia con cui le due emittenti erano arrivate all’appuntamento. Tele+2, titolare dei diritti da settembre, aveva avuto il tempo di prenotare postazioni sul campo e in tribuna stampa; la Rai, rientrata nella diretta soltanto negli ultimi giorni, disponeva di una struttura più improvvisata per alcune attività a bordo campo.

    Il 18 novembre non ci sarebbe stata quindi una semplice duplicazione del segnale. Raiuno e Tele+2 costruirono due programmi intorno alle stesse immagini, con studi, inviati, commentatori e linguaggi differenti.5

    Fotogramma della diretta Tele+2 di Scozia-Italia del 18 novembre 1992, con il logo Tele+2 e la scritta “DIRETTA” in sovrimpressione.
    Un fotogramma della diretta di Scozia-Italia trasmessa da Tele+2 il 18 novembre 1992, tratto da una registrazione VHS.

    Pizzul e Marianella, due modi di raccontare la stessa partita

    Poco prima delle nove di sera le due telecronache arrivarono contemporaneamente nelle case italiane.

    Alle 20.55 Bruno Pizzul salutava gli spettatori di Raiuno da Glasgow. Pochi minuti dopo, su Tele+2, Massimo Marianella apriva la propria cronaca. La partita della Nazionale italiana veniva così raccontata nello stesso momento da Raiuno e Tele+2, con due telecronache differenti.

    Il confronto divenne inevitabile.

    Il giorno successivo Aldo Grasso sul Corriere della Sera intitolò il suo commento “L’azzurro diviso a metà” e osservò che, già durante gli ultimi Mondiali, la stessa partita poteva essere vista contemporaneamente su Rai e Telemontecarlo; quella sera, però, la situazione aveva un significato diverso, perché a confrontarsi erano il servizio pubblico e una televisione sportiva nata anche intorno al modello della pay-tv.

    Grasso sintetizzò l’anomalia con una formula efficace: «l’Italia si sdoppia».6

    Le differenze erano percepibili soprattutto nel commento. Pizzul manteneva il registro familiare che aveva accompagnato per anni le partite degli azzurri, con maggiore partecipazione nelle azioni italiane. Marianella adottava un tono più controllato, frasi brevi e un ritmo vicino alla telecronaca britannica.

    Antonio Dipollina, su la Repubblica, notò anche un curioso effetto della contemporaneità: davanti alla stessa azione i due cronisti finivano talvolta per pronunciare quasi nello stesso istante parole molto simili. Ma proprio da quella inevitabile sovrapposizione emergevano meglio le differenze di stile. Non erano soltanto due canali che mostravano la stessa partita: erano due modi di costruire televisivamente lo stesso evento.7

    Sul campo, Scozia e Italia chiusero 0-0. Sullo schermo, il confronto era stato molto meno equilibrato nei numeri.

    Dodici milioni contro una televisione ancora senza Auditel

    La diretta di Raiuno raccolse una media di circa 12 milioni e mezzo di telespettatori, con il 42,87 per cento di share. Il picco arrivò tra le 22.40 e le 22.45, quando davanti a Raiuno furono stimati 13 milioni e 484 mila spettatori.

    Tele+2 non veniva rilevata direttamente dall’Auditel. Una stima costruita attraverso l’aumento della voce “altre televisioni” collocò il pubblico della rete tra 400 e 500 mila persone.8 Non era un confronto numerico realmente competitivo: Raiuno conservava una forza di penetrazione incomparabilmente superiore.

    Ma il significato televisivo della serata non stava principalmente nel risultato degli ascolti.

    Tele+2 era riuscita a comprare autonomamente un incontro ufficiale della Nazionale, aveva costretto la Rai a negoziare per recuperarlo e, alla fine, aveva trasmesso la stessa partita nello stesso momento del servizio pubblico. Per una sera lo spettatore che riceveva entrambe le reti poteva persino scegliere quale telecronaca ascoltare.

    Pochi mesi prima sarebbe stato difficile immaginare una simile alternativa intorno agli azzurri.

    Una partita, tre possibili televisioni

    La storia di Scozia-Italia del 1992 è interessante soprattutto perché, nell’arco di meno di due mesi, la stessa partita assunse tre diverse configurazioni televisive.

    All’inizio doveva essere una diretta esclusiva di Tele+2, ma in chiaro: una grande vetrina per far conoscere il nuovo canale sportivo.

    Poi, quando la Rai cercò di rientrare nell’evento, prese forma la soluzione più controversa: Tele+2 in diretta criptata per gli abbonati e Rai in differita.

    Infine arrivò il compromesso che gli spettatori videro davvero il 18 novembre: due dirette contemporanee, entrambe in chiaro.

    Non fu dunque la prima partita della Nazionale riservata a una pay-tv: quella possibilità rimase soltanto una fase, breve ma molto discussa, della trattativa. Fu invece uno dei primi casi in cui apparve con grande evidenza che i diritti di un evento fino ad allora quasi automaticamente associato alla Rai potevano essere acquistati da un altro soggetto e costringere il servizio pubblico a confrontarsi con un mercato televisivo ormai diverso.

    E quando il pallone cominciò a rotolare sull’erba dell’Ibrox Park, quella trasformazione diventò visibile nel modo più semplice possibile: lo stesso azzurro, nello stesso momento, su due canali diversi.


    1. Redazione, “Sarà in «chiaro». La Scozia e l’Italia su Tele+2”, La Stampa, 26 settembre 1992, p. 28. ↩︎
    2. Redazione, “Scozia-Italia andrà su Tele+2”, La Stampa, 7 ottobre 1992, p. 31. ↩︎
    3. Redazione, “Lo sci tutto sulla Rai. Forse anche Scozia-Italia”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 novembre 1992, p. 30. ↩︎
    4. Eugenio Capodacqua, “Calma, vedrete tutti l’Italia”, la Repubblica, 13 novembre 1992, p. 25; Massimo Fabbricini, “La Rai paga: Scozia-Italia in diretta”, Corriere della Sera, 13 novembre 1992, p. 41. ↩︎
    5. Massimo Fabbricini, “La Rai gioca d’anticipo per combattere la pay-tv”, Corriere della Sera, 18 novembre 1992. ↩︎
    6. Aldo Grasso, “L’azzurro diviso a metà”, Corriere della Sera, 19 novembre 1992. ↩︎
    7. Antonio Dipollina, “Rai contro Tele+, questione di toni”, la Repubblica, 19 novembre 1992, p. 25. ↩︎
    8. Redazione, “Rai contro Tele+2, per ora non c’è gara”, la Repubblica, 20 novembre 1992, p. 25. ↩︎
  • 27 Agosto 2002. Inter–Sporting Lisbona: la Champions sul circuito delle tv locali

    27 Agosto 2002. Inter–Sporting Lisbona: la Champions sul circuito delle tv locali

    Il 27 agosto 2002 Telelombardia acquistò i diritti del preliminare dell’Inter e costruì in appena 48 ore una rete di emittenti regionali. In Puglia, Basilicata e Molise la diretta fu affidata a Telenorba. Il risultato Auditel trasformò quella partita in un piccolo caso televisivo.

    La sera del 27 agosto 2002 l’Inter si giocava a San Siro l’accesso alla fase a gironi della Champions League. L’andata contro lo Sporting Lisbona era terminata 0-0 e il ritorno arrivava in un momento delicato per la squadra di Héctor Cúper, segnato anche dal caso Ronaldo e dalla sua ormai imminente partenza da Milano.

    Ma intorno alla partita c’era un’altra storia, tutta televisiva. Un incontro di grande richiamo, decisivo per una delle principali squadre italiane, non sarebbe stato proposto da una delle tradizionali reti nazionali. A trasmetterlo fu invece un circuito costruito intorno a Telelombardia e formato da una ventina di televisioni locali: emittenti autonome che, ciascuna nella propria area, riuscivano insieme a coprire l’intero territorio nazionale.

    Alle 21 l’Inter scese in campo; Di Biagio e Recoba segnarono nel primo tempo e i nerazzurri vinsero 2-0, conquistando la qualificazione. Ma mentre a San Siro si decideva il passaggio del turno, davanti ai televisori stava riuscendo un esperimento che avrebbe attirato, il giorno dopo, l’attenzione della stampa nazionale.

    Una partita fuori dai grandi network

    L’operazione nacque a Milano a ridosso dell’incontro. Massimo Moratti mise a disposizione i diritti della partita e Telelombardia, guidata dall’editore Sandro Parenzo, li acquistò, approfittando dell’incertezza delle grandi reti.

    Parenzo riassunse la genesi dell’operazione spiegando che Telelombardia si era inserita «nelle indecisioni della Rai»: aveva comprato l’esclusiva da Moratti e cercato poi altre televisioni con cui distribuirla sul territorio. L’investimento complessivo fu indicato in circa 260 mila euro, comprese le spese di produzione.

    Il problema, a quel punto, non era soltanto possedere i diritti: bisognava trasformare una televisione regionale lombarda in qualcosa capace di raggiungere gli spettatori del resto d’Italia.

    L’operazione fu costruita in appena 48 ore. Telelombardia curò la ripresa dell’incontro e organizzò una rete di emittenti che ricevevano il prodotto per trasmetterlo nelle rispettive aree. Tra le televisioni coinvolte figuravano, oltre alla stessa Telelombardia, Rete 7 in Piemonte, E-TV in Emilia-Romagna, TV Centro Marche, Canale 10 in Toscana, Umbria TV, T9 nel Lazio, Telenorba, Videocalabria e Videolina in Sardegna, insieme ad altre stazioni regionali. Sommando segnali diversi, il circuito arrivava così a coprire l’intero territorio nazionale.1

    Era un modello molto diverso da quello di un normale network. Non esisteva un’unica emittente nazionale con decine di ripetitori: erano televisioni autonome che, per uno specifico evento, diventavano parti dello stesso circuito.

    E la partita dell’Inter arrivava nel momento giusto per dimostrarne le possibilità. Nell’estate del 2002 il rapporto fra calcio e televisione attraversava una fase particolarmente agitata, fra costi dei diritti, trattative con le pay tv e società ancora prive di accordi per il campionato. Una partita prestigiosa rimasta fuori dalla programmazione dei grandi network poteva quindi diventare il banco di prova per un sistema alternativo.

    In Puglia, Basilicata e Molise la partita era su Telenorba

    All’interno di quella rete, Telenorba ottenne l’esclusiva per Puglia, Basilicata e Molise. L’appuntamento era fissato alle 20.55, pochi minuti prima del calcio d’inizio. La telecronaca venne affidata a Michele Salomone, con Stefano Pizzirani al commento tecnico.2

    Il dettaglio è particolarmente interessante perché permette di capire che il circuito non funzionava necessariamente come una semplice catena di ripetitori.

    Su Telelombardia la partita aveva infatti una propria veste editoriale. La telecronaca era affidata a Gian Luca Rossi, con Evaristo Beccalossi al commento tecnico. Aldo Grasso, tornando sulla trasmissione due giorni dopo, ne sottolineò proprio il carattere dichiaratamente vicino al pubblico interista, osservando come Beccalossi parlasse dei giocatori utilizzando spesso il «noi».3

    La stessa partita poteva dunque viaggiare attraverso una rete comune mantenendo, almeno in alcuni territori, una voce locale diversa. È uno degli aspetti più interessanti dell’esperimento: alla capacità di ottenere una copertura ampia non corrispondeva necessariamente la cancellazione dell’identità delle singole televisioni.

    Per lo spettatore pugliese, lucano o molisano, nter–Sporting non era una semplice ritrasmissione integrale del programma di Telelombardia: Telenorba proponeva l’incontro con i propri commentatori, all’interno dell’accordo che aveva reso disponibile l’evento.

    Fotogramma della diretta Telenorba di Inter–Sporting Lisbona del 27 agosto 2002, con il risultato di 1-0, il cronometro del primo tempo e il logo dell’emittente in basso a destra.
    Inter–Sporting Lisbona del 27 agosto 2002 durante la diretta di Telenorba. In basso a destra è visibile il logo dell’emittente

    Quasi quattro milioni nella voce «Altre»

    Il giorno successivo fu l’Auditel a trasformare l’operazione in una notizia nazionale.

    Il dato va però letto per quello che effettivamente misurava nel 2002. Le televisioni locali che avevano trasmesso Inter–Sporting non comparivano tutte separatamente nelle classifiche: molte confluivano nella categoria Auditel «Altre». Proprio quella voce, nella fascia compresa fra le 20.30 e le 22.30, raggiunse 3.949.000 spettatori e il 18,19% di share.

    Nello stesso intervallo Raiuno registrava 3.553.000 spettatori e Canale 5 3.922.000.

    Il confronto, quindi, non significava che una singola televisione locale avesse improvvisamente superato le due ammiraglie nazionali. Era il dato aggregato della voce “Altre”, nella quale rientravano Telelombardia e diverse emittenti del circuito, a raggiungere un livello fino ad allora inconsueto.

    Il fenomeno proseguì anche nella fascia 22.30-23.00, che comprendeva la parte conclusiva della partita: le televisioni locali arrivarono a 1.531.000 spettatori e al 19,22%, contro 1.099.000 di Raiuno e 1.240.000 di Canale 5.4

    Il risultato ebbe immediata risonanza perché, nella fascia della partita, la voce Auditel che comprendeva le televisioni locali aveva superato, prese singolarmente, Raiuno e Canale 5.5

    Anche fuori dalla Lombardia arrivavano segnali della forza dell’evento. In Sicilia, per esempio, Telecolor dichiarò uno share regionale del 10%, con punte del 13%, leggendo quel risultato come la dimostrazione che le televisioni locali potevano assumere un ruolo rilevante anche su eventi di interesse nazionale.6

    Una stessa diretta, tante televisioni

    Il successo di Inter–Sporting mostrava qualcosa che gli ascolti, da soli, non spiegavano completamente.

    Per decenni l’emittenza locale italiana aveva costruito il proprio rapporto con il pubblico soprattutto sulla prossimità: informazione territoriale, sport regionale, televendite, talk show, programmi legati alla comunità di riferimento. Il circuito del 27 agosto utilizzava quella stessa rete di antenne in modo diverso: un contenuto nazionale veniva distribuito attraverso una struttura territorialmente frammentata.

    Non era la nascita improvvisa di una nuova rete nazionale. Le televisioni rimanevano indipendenti, con marchi, palinsesti e pubblici diversi. Ma per alcune ore il telespettatore poteva seguire lo stesso grande evento a Torino, Milano, Bologna, Roma, Bari, in Calabria o in Sardegna sintonizzandosi ogni volta su un’emittente differente.

    Persino la telecronaca poteva cambiare.

    È proprio questo elemento a distinguere l’esperimento da una normale syndication costruita intorno a un programma identico. Il circuito metteva in comune l’evento senza necessariamente uniformare completamente il modo di raccontarlo.

    In Lombardia il tono della telecronaca di Telelombardia era dichiaratamente vicino all’Inter. Nel territorio di Telenorba entravano invece in scena Michele Salomone e Stefano Pizzirani. Un grande incontro europeo diventava così, contemporaneamente, un prodotto nazionale per diffusione e locale per linguaggio.

    La «terza via» delle tv locali

    Il significato televisivo dell’operazione fu colto subito anche sul piano critico.

    Aldo Grasso intitolò il suo intervento sul Corriere della Sera «Telecronache: la terza via». Non era soltanto un giudizio sulla qualità della partita trasmessa: quella definizione indicava la possibilità che fra il servizio pubblico e i grandi gruppi commerciali nazionali potesse esistere uno spazio diverso, costruito attraverso l’aggregazione delle televisioni regionali.7

    Anche Enrico Mentana, allora direttore del TG5, parlò di un «esperimento positivo», osservando che nelle televisioni locali si percepivano spesso maggiore calore e minore necessità di adottare i codici più compassati delle grandi reti.8

    Parenzo guardava già oltre quella singola serata. Il risultato dimostrava che le antenne esistevano e che potevano essere coordinate. Nelle settimane successive il collegamento fra emittenti locali sarebbe stato nuovamente utilizzato per altri contenuti e l’editore di Telelombardia avrebbe continuato a ragionare sulla possibilità di costruire un network capace di offrire sport, informazione e intrattenimento, mantenendo però l’autonomia delle stazioni coinvolte.9

    L’esperimento di Inter–Sporting non si trasformò automaticamente in un terzo grande network televisivo nazionale. Ma mostrò concretamente ciò che fino ad allora poteva apparire soprattutto una possibilità teorica: diverse televisioni locali, coordinate intorno a uno stesso contenuto e agli stessi diritti, potevano per alcune ore comportarsi come una rete di dimensione nazionale.

    Una diretta nazionale, ma senza un canale nazionale

    La sera del 27 agosto 2002 l’Inter superò il preliminare battendo lo Sporting e conquistò l’accesso alla fase a gironi della Champions League. Per la storia della televisione italiana, però, il risultato più curioso arrivò il giorno dopo.

    Nella fascia della partita la voce Auditel “Altre”, che comprendeva Telelombardia e diverse televisioni locali, aveva sfiorato i quattro milioni di spettatori, mentre un grande evento calcistico attraversava l’Italia senza avere un unico canale nazionale di riferimento.

    A Milano si vedeva Telelombardia. In altre regioni Rete 7, E-TV, T9, Videocalabria, Videolina e altre emittenti del circuito. In Puglia, Basilicata e Molise l’evento veniva proposto da Telenorba, con Michele Salomone al microfono.

    Per una sera la dimensione nazionale della televisione non dipese quindi dalla grandezza di una singola rete, ma dalla somma di molte televisioni regionali.

    È forse questa l’immagine più interessante lasciata da Inter–Sporting: non la nascita di un nuovo polo televisivo, come qualcuno immaginò nelle ore successive, ma la dimostrazione che l’emittenza locale italiana poteva, quando diritti, tecnologia e interesse del pubblico coincidevano, uscire dai propri confini territoriali senza rinunciare del tutto alla propria identità.

    Note

    1. Paolo Conti, “In 4 milioni per l’Inter. Il «terzo polo» di tv locali batte Rai e Mediaset”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002; Maria Grazia Bruzzone, “Telelombardia e il «miracolo» targato Inter”, La Stampa, 29 agosto 2002, p. 31. ↩︎
    2. Redazione, “Inter-Sporting su Telenorba”, la Repubblica, 27 agosto 2002; Redazione, “L’Inter non può fallire il primo traguardo”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 agosto 2002, p. 21. ↩︎
    3. Aldo Grasso, “Telecronache: la terza via”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002. ↩︎
    4. Paolo Conti, “In 4 milioni per l’Inter. Il «terzo polo» di tv locali batte Rai e Mediaset”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002. ↩︎
    5. Carlo Farra, “Con l’Inter le tv locali battono Rai e Mediaset”, Il Mattino, 29 agosto 2002; Maria Grazia Bruzzone, “Telelombardia e il «miracolo» targato Inter”, La Stampa, 29 agosto 2002, p. 31. ↩︎
    6. Redazione, “Tv locali, «botto» grazie all’Inter”, l’Unità, 30 agosto 2002, p. 20. ↩︎
    7. Aldo Grasso, “Telecronache: la terza via”, Corriere della Sera, 29 agosto 2002. ↩︎
    8. Carlo Farra, “Con l’Inter le tv locali battono Rai e Mediaset”, Il Mattino, 29 agosto 2002. ↩︎
    9. Natalia Lombardo, “Il giornalista ha già un contratto, non con me”, l’Unità, 29 settembre 2002, p. 7. ↩︎
  • 29 agosto 1993. Lazio-Foggia: il debutto della Serie A in pay-TV

    29 agosto 1993. Lazio-Foggia: il debutto della Serie A in pay-TV

    La sera di domenica 29 agosto 1993, allo stadio Olimpico di Roma, Lazio e Foggia inaugurarono il loro campionato con uno 0-0. Sul campo non accadde nulla che sarebbe rimasto nella storia del calcio italiano. Davanti ai televisori, invece, quella partita segnò l’inizio di qualcosa destinato a cambiare profondamente le abitudini degli appassionati.

    Per la prima volta una gara di Serie A era stata sottratta alla tradizionale contemporaneità della domenica pomeriggio e collocata stabilmente in prima serata per essere trasmessa in diretta da una televisione a pagamento. A mostrarla era TELE+2, il canale sportivo della piattaforma Telepiù.

    Non era la prima volta che il pubblico italiano vedeva una partita del massimo campionato in diretta televisiva. La Rai aveva già trasmesso integralmente recuperi di gare rinviate, incontri collocati eccezionalmente fuori dal calendario ordinario e spareggi di fine stagione. Le partite della domenica, inoltre, venivano normalmente riprese per ricavarne immagini destinate a 90° minuto, alla Domenica Sportiva, alle sintesi e alle successive utilizzazioni televisive. La novità dell’estate 1993 era diversa: la diretta non nasceva più da un’eccezione del calendario, ma era il calendario a essere modificato appositamente per la televisione.1

    Un’estate che cambiò la domenica calcistica

    La svolta aveva preso forma durante le trattative per i diritti televisivi del campionato 1993-94. Nel nuovo assetto la Rai conservava il grande patrimonio del calcio in chiaro, mentre TELE+ otteneva un pacchetto di incontri destinati esclusivamente agli abbonati: 28 partite di Serie A e 32 di Serie B.

    Per il calcio italiano significava introdurre due nuovi appuntamenti regolari: l’anticipo di Serie B al sabato sera e il posticipo di Serie A alla domenica. Le ultime sei giornate restavano escluse dall’esperimento, così da conservare la contemporaneità degli incontri nella fase decisiva del campionato.

    L’accordo valeva circa 44 miliardi e 800 milioni di lire a stagione per tre anni. 2 Non si trattava ancora della pay-per-view che qualche anno più tardi avrebbe consentito di acquistare la singola partita: per vedere gli incontri di TELE+2 era necessario essere abbonati alla rete e possedere il decoder capace di decriptarne il segnale.3

    L’ingresso della pay-TV nel campionato fu accolto con curiosità ma anche con molte resistenze. Dirigenti, tifosi e osservatori si interrogavano sulle conseguenze per gli stadi, sul costo dell’abbonamento e sulla trasformazione di una domenica calcistica costruita per decenni intorno alle partite giocate tutte alla stessa ora. Anche all’interno della Rai la cessione di un pacchetto di dirette a un concorrente venne letta da alcuni come una rinuncia strategica.

    Il calcio italiano si avviava comunque nella stessa direzione già intrapresa da altri grandi campionati europei, dove anticipi, posticipi e televisioni a pagamento stavano progressivamente modificando gli orari delle partite.4

    Quale sarebbe stata la prima?

    La scelta della gara destinata a inaugurare la nuova epoca non fu immediata.

    Alla fine di luglio la stampa indicava diverse possibilità. Per la Serie B si parlava inizialmente di Palermo-Fiorentina; per la Serie A circolarono i nomi di Lecce-Milan e Napoli-Sampdoria.5 Il problema non era soltanto sportivo: bisognava costruire un calendario capace di distribuire le apparizioni fra le squadre, garantire incontri appetibili agli abbonati e nello stesso tempo evitare che le società più importanti monopolizzassero l’offerta.

    Il programma definitivo assegnò alla Serie B il primo appuntamento: sabato 28 agosto TELE+2 trasmise Monza-Padova. La sera successiva sarebbe toccato alla Serie A con Lazio-Foggia.

    È quindi necessario distinguere due primati: Monza-Padova inaugurò il nuovo ciclo delle dirette a pagamento dei campionati italiani; Lazio-Foggia fu la prima partita di Serie A trasmessa in diretta a pagamento e il primo posticipo televisivo programmato della massima serie.6

    La scelta aveva anche una particolarità tecnica e promozionale. L’inizio della trasmissione e i primi minuti dell’incontro sarebbero stati visibili in chiaro. Poi il segnale sarebbe stato criptato, lasciando le immagini soltanto agli abbonati.7

    Per molti telespettatori italiani il confine fra la vecchia e la nuova televisione calcistica sarebbe apparso materialmente sullo schermo.

    TELE+2 costruisce la sua domenica

    La guida televisiva del 29 agosto permette di vedere quanto l’operazione fosse più ambiziosa della semplice trasmissione di novanta minuti di calcio.

    TELE+2 proponeva alle 20 uno Speciale Serie A ed alle 20.30 la diretta di Lazio-Foggia. Dopo la partita erano previsti un nuovo Speciale Serie A e Studio Calcio.

    La partita diventava dunque il centro di una vera serata televisiva, con un prima e un dopo costruiti appositamente per il nuovo pubblico pagante.

    Anche la produzione delle immagini puntava a distinguersi. Quando la struttura dello stadio lo permetteva, TELE+2 utilizzava fino a dodici telecamere. Piccole telecamere grandangolari potevano essere installate all’interno delle porte, mentre altre apparecchiature mobili venivano collocate dietro la linea di fondo per offrire punti di vista diversi, in particolare sulle punizioni.

    Il calcio a pagamento cercava quindi di vendere non soltanto l’esclusiva della partita, ma anche una realizzazione televisiva più ricca.

    Il costo rende bene la portata della novità. Nell’agosto 1993 un decoder era in commercio a 149 mila lire; l’abbonamento a TELE+2 costava 38 mila lire al mese, mentre quello congiunto a TELE+1 e TELE+2 a 46 mila.8

    Per vedere Lazio-Foggia dopo la criptazione bisognava dunque aver già scelto di entrare nel nuovo mondo della televisione a pagamento.

    Fotogramma della diretta TELE+2 di Lazio-Foggia del 29 agosto 1993, con i giocatori in campo e il logo “TELE+2 DIRETTA” in alto a destra.
    Lazio-Foggia del 29 agosto 1993, primo posticipo di Serie A trasmesso in diretta a pagamento su TELE+2.

    Due telecronache per una partita

    TELE+2 aveva preparato anche un’altra novità.

    Accanto alla telecronaca tradizionale affidata a Massimo Marianella, l’abbonato poteva scegliere un secondo commento: quello della Gialappa’s Band.

    La soluzione sfruttava il doppio canale audio già utilizzato da TELE+1 per consentire la scelta fra la versione italiana e quella originale dei film. Attivando il comando normalmente destinato alla lingua alternativa, il telespettatore poteva quindi passare dalla telecronaca sportiva al commento satirico di Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci.9

    L’idea, annunciata all’inizio di agosto, provocò però una delle polemiche più singolari della vigilia.

    La Lega Calcio, e in particolare il presidente Luciano Nizzola, manifestò preoccupazione per una telecronaca definita dalla stampa perfino «demenziale»: si temeva che arbitri e dirigenti potessero diventare bersaglio delle battute del trio. Per alcuni giorni si parlò apertamente di censura preventiva.

    La Gialappa’s reagì minacciando di abbandonare TELE+2. Se non fosse stata lasciata libera di commentare la partita secondo il proprio stile, avrebbe trasferito la telecronaca su Radio Deejay.10

    A poche ore dal debutto la crisi rientrò. Dopo gli incontri fra i rappresentanti della pay-TV, la Lega e i componenti del gruppo, arrivò il via libera.11

    Così la prima serata pay della Serie A portò con sé anche un piccolo esperimento linguistico: la stessa partita poteva essere raccontata contemporaneamente in due modi completamente differenti.

    Il campionato parte con mezz’ora di ritardo

    Anche l’orario della prima partita ebbe una storia particolare.

    Il programma originario prevedeva Lazio-Foggia alle 20.30. Ma proprio nella giornata inaugurale del campionato i calciatori aderirono ad una protesta che prevedeva l’inizio degli incontri con trenta minuti di ritardo.

    La stampa della mattina aveva già previsto entrambe le possibilità: diretta alle 20.30, oppure alle 21 in caso di conferma dello sciopero. La protesta non rientrò e Lazio-Foggia cominciò quindi alle 21.

    La protesta regalò involontariamente a TELE+2 mezz’ora supplementare per presentare il suo primo posticipo di Serie A. Aldo Biscardi e lo studio continuarono il prepartita, alternando commenti e collegamenti con l’Olimpico fino al calcio d’inizio delle 21.12

    Nel frattempo chi non possedeva un abbonamento poteva comunque seguire l’incontro attraverso la radio. La Rai continuava infatti a raccontare il campionato in diretta radiofonica: quella sera la radiocronaca accompagnava gli ascoltatori mentre le immagini integrali restavano patrimonio degli abbonati TELE+2.13

    Era una fotografia perfetta di un sistema televisivo in trasformazione: il calcio continuava a essere un rito collettivo, ma non tutti potevano più vedere le stesse cose.

    «Alle 21 si ferma la città»

    A Foggia la novità assunse immediatamente una dimensione concreta.

    La Gazzetta del Mezzogiorno raccontò l’attesa per la partita con un titolo efficace: «Alle 21 si ferma la città».

    Secondo il quotidiano, a Foggia erano già circa un migliaio gli abbonati. Ma il decoder non significava necessariamente una visione domestica e individuale. Alcuni ristoranti avevano organizzato menu a prezzo contenuto con la partita proiettata su grande schermo; in altri casi erano state predisposte iniziative per assistere collettivamente alla diretta.14

    La pay-TV, nata come servizio riservato a chi poteva permettersi un abbonamento, produceva così quasi subito nuove forme di visione condivisa.

    Era una situazione paradossale: la partita diventava tecnicamente più esclusiva e nello stesso tempo poteva spingere gli spettatori a riunirsi in locali pubblici per aggirare, almeno socialmente, quella nuova separazione.

    Uno 0-0 che cambiò molto

    Lazio-Foggia terminò senza reti.

    La Lazio di Dino Zoff, priva di Giuseppe Signori, non riuscì a superare il Foggia di Zdeněk Zeman. Il risultato sportivo sarebbe rimasto uno dei tanti 0-0 della stagione.

    La vera notizia era ormai altrove.

    Per decenni la televisione italiana aveva raccontato il campionato soprattutto dopo che le partite erano finite: i gol di 90° minuto, le immagini della Domenica Sportiva, la cronaca registrata di un tempo, le sintesi e le differite. Le dirette integrali erano esistite, ma come eccezioni legate a recuperi, spareggi o particolari collocazioni del calendario.

    Dal 29 agosto 1993 il rapporto cominciò a rovesciarsi.

    Una partita veniva scelta settimane prima, spostata dalla domenica pomeriggio, collocata in prima serata e trasformata nel centro di un programma televisivo destinato esclusivamente agli abbonati. Intorno ad essa si costruivano uno studio, un prepartita, un post-partita, una produzione tecnica dedicata e perfino la possibilità di scegliere la telecronaca.

    Il sabato sera con la Serie B e la domenica sera con la Serie A aprivano così una nuova fase.

    Negli anni successivi gli anticipi e i posticipi si sarebbero moltiplicati, sarebbero arrivati la pay-per-view, le piattaforme satellitari e infine lo streaming. La contemporaneità della domenica pomeriggio avrebbe progressivamente perso la centralità che aveva avuto per generazioni.

    Nell’agosto del 1993 tutto questo era ancora all’inizio.

    E forse proprio per questo Lazio-Foggia, una partita senza gol, resta un momento importante nella storia della televisione italiana: non perché quella sera la Serie A apparve per la prima volta in diretta su uno schermo, ma perché per la prima volta il calendario della Serie A venne costruito per trasmettere una partita, la domenica sera, attraverso il segnale criptato di una pay-TV.


    1. Pier Augusto Stagi, «Replica con la griffe del made in Italy», l’Unità, 25 aprile 1990, p. 31; Redazione, «Milan-Sampdoria, thrilling per l’Uefa», l’Unità, 23 maggio 1987, p. 22. ↩︎
    2. Roberto Beccantini, «La pay-Tv ha fatto gol. Ogni domenica sera una gara di A», La Stampa, 2 luglio 1993, p. 31. ↩︎
    3. Marcello Berengo Gardin, «Pago, dunque vedo la tv», l’Unità, 9 settembre 1996, p. 7. ↩︎
    4. Aurelio Benigno, «Juve e Toro in pay-tv? No, grazie», La Stampa, 30 luglio 1993, p. 42; Fabio Monti, «I posticipi criptati fanno scandalo ma sono un’abitudine europea», Corriere della Sera, 23 agosto 1993. ↩︎
    5. F. Mo., «Palermo-Fiorentina e forse Napoli-Samp inaugurano la pay-Tv», Corriere della Sera, 30 luglio 1993. ↩︎
    6. Redazione, «La Lega delude Telepiù. Lazio-Foggia è la prima», Corriere della Sera, 31 luglio 1993, p. 27. ↩︎
    7. La stampa, alla presentazione del telecalendario, annunciava che sarebbero rimasti in chiaro i primi tre minuti della partita. ↩︎
    8. Redazione, «I programmi di oggi in TV», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21; Giorgio Dell’Arti, «Telepiù», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    9. Redazione, «Biscardi ingaggia la Gialappa’s», Corriere della Sera, 5 agosto 1993; Giorgio Dell’Arti, «Telepiù», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    10. Alberto Costa, «Gialappa’s, scatta la censura preventiva», Corriere della Sera, 25 agosto 1993, p. 29; Redazione, «Gialappa’s – In onda come vogliamo o ce ne andiamo», La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    11. Alberto Costa, «Sì alla Gialappa: “Nizzola è il nostro vero sponsor”», Corriere della Sera, 28 agosto 1993. ↩︎
    12. Nino De Feudis, «Foggia, esordio sotto le stelle», La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 agosto 1993, p. 21; Carlo Grandini, «“Negro lo chiameremo Di Colore”: cronaca di un’abbuffata di video-sport», Corriere della Sera, 30 agosto 1993. ↩︎
    13. Redazione, «I programmi di oggi in TV», La Stampa, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
    14. Ernesto Tardivo, «Alle 21 si ferma la città», La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 agosto 1993, p. 21. ↩︎
  • Inghilterra-Italia 1997: la notte in cui TMC sfidò la Rai

    Inghilterra-Italia 1997: la notte in cui TMC sfidò la Rai

    Diritti televisivi, frequenze, polemiche e oltre undici milioni di spettatori: la storia della trasmissione della sfida di Wembley del 12 febbraio 1997

    Il 12 febbraio 1997 l’Italia di Cesare Maldini vinse a Wembley grazie a un gol di Gianfranco Zola. È una partita rimasta nella storia della Nazionale, ma quella sera si giocò anche un’altra sfida, tutta televisiva.

    Fu una delle poche volte che la diretta degli azzurri non andò in onda sulla Rai. La diretta apparteneva a Telemontecarlo, che sotto la gestione Cecchi Gori stava cercando di ritagliarsi uno spazio da vero terzo polo televisivo nazionale. Il problema era che TMC, a differenza di Rai e Mediaset, non riusciva ancora a raggiungere con il proprio segnale tutto il territorio italiano.

    Così, nei giorni precedenti la partita, una grande esclusiva sportiva si trasformò in un caso nazionale. Si discussero i diritti degli spettatori, il ruolo del servizio pubblico, la distribuzione delle frequenze, le possibilità tecniche di utilizzare i ripetitori Rai e perfino l’intervento del governo. Per milioni di italiani la domanda non era più soltanto chi avrebbe vinto a Wembley, ma anche una molto più concreta: riusciremo a vedere la partita?

    Il colpo di Telemontecarlo

    L’operazione era cominciata quasi due mesi prima. Il 19 dicembre 1996 il gruppo Cecchi Gori annunciò di avere acquisito in esclusiva per l’Italia i diritti televisivi di Inghilterra-Italia.

    Non si trattava di un acquisto isolato. L’accordo con la tedesca UFA, appartenente al gruppo Bertelsmann, rientrava in una strategia più ampia che avrebbe consentito a TMC e TMC2 di trasmettere una serie di incontri internazionali legati alle qualificazioni ai Mondiali del 1998 e agli Europei del 2000.1

    Il calcio era uno degli strumenti sui quali Vittorio Cecchi Gori puntava per rafforzare le proprie televisioni. In quei mesi TMC aveva riconquistato anche spazi importanti nel mercato dei diritti della Serie A e la partita della Nazionale rappresentava un’occasione difficilmente ripetibile: una grande sfida internazionale, giocata a Wembley e determinante nel cammino verso Francia ’98.

    Le cifre raccontano la dimensione dell’affare. Secondo l’Unità, il pacchetto comprendente Inghilterra-Italia, la gara delle nazionali Under 21 e una cinquantina di altri incontri internazionali era costato circa 10 miliardi di lire. La raccolta pubblicitaria collegata all’evento aveva già superato i tre miliardi e mezzo. Considerando il mercato internazionale dei diritti, il giornale stimava in circa trenta miliardi il giro televisivo complessivo dell’operazione.

    TMC aveva dunque acquistato un evento pienamente nazionale. Ma mancava ancora qualcosa di fondamentale: una copertura altrettanto nazionale.

    Il problema delle frequenze

    Alla vigilia della partita le stime pubblicate dai quotidiani indicavano per TMC una copertura di circa il 78 per cento del territorio nazionale e per TMC2 intorno al 75 per cento.

    Le percentuali, però, raccontavano solo una parte del problema. La ricezione analogica dipendeva dalle postazioni, dall’orografia, dagli impianti e persino dall’orientamento delle antenne. Le zone maggiormente penalizzate si trovavano soprattutto nel Mezzogiorno, nelle isole e nelle aree montane.

    La cronaca locale permette di capire quanto la questione fosse concreta. A Napoli Il Mattino spiegava ai lettori persino da quale impianto avrebbero potuto ricevere la partita. Chi aveva l’antenna orientata verso il Faito non avrebbe avuto particolari difficoltà; per un’altra parte della città il segnale sarebbe arrivato dai Camaldoli attraverso il canale UHF 49, indicato dal quotidiano come «l’ultimo acquisto napoletano di Tmc2».

    È un dettaglio apparentemente tecnico, ma racconta bene la situazione della televisione italiana di quegli anni. TMC e TMC2 stavano costruendo la propria copertura nazionale anche attraverso l’acquisizione di nuove frequenze nei diversi mercati locali. La grande rete nazionale, insomma, si costruiva ancora una frequenza alla volta.

    E non sempre bastava. A Napoli lo stesso Fabio Cannavaro, alla vigilia del suo esordio da titolare con la Nazionale, raccontò che nella casa della sua famiglia Telemontecarlo non si riceveva: suo padre sarebbe andato direttamente a Wembley, mentre parenti e amici avrebbero dovuto spostarsi dove il segnale arrivava.2

    Mappa della copertura televisiva di TMC e TMC2 in Italia nel febbraio 1997, con le aree servite dai rispettivi ripetitori
    Mappa della copertura televisiva offerta da Tmc e Tmc2 nel febbraio 1997, da “La Gazzetta del  Mezzogiorno”

    «Un’Italia di serie A e una di serie B»

    Con l’avvicinarsi del 12 febbraio la questione uscì rapidamente dalle pagine sportive.

    Associazioni di consumatori e movimenti per i diritti degli utenti presentarono esposti e chiesero l’intervento del Garante, della Federcalcio, del Coni e del Ministero delle Poste. Il nodo era semplice: poteva una partita della Nazionale, potenzialmente non ricevibile da milioni di cittadini, rimanere esclusiva di una rete dalla copertura incompleta?

    Telemontecarlo replicava che i diritti erano stati regolarmente acquistati e che proprio il clamore suscitato dalla partita dimostrava un problema precedente e molto più ampio: la mancata disponibilità delle frequenze necessarie per competere ad armi pari con Rai e Mediaset.

    Vittorio Cecchi Gori lo disse apertamente in una lettera diffusa alla vigilia della gara. Parlò di un’Italia televisiva divisa tra una «serie A», nella quale era possibile scegliere tra più emittenti, e una «serie B» costretta a ricevere soltanto le reti dei due grandi gruppi dominanti. Chiese inoltre che venissero rispettati gli impegni parlamentari per consentire a Telemontecarlo di raggiungere una copertura realmente nazionale.3

    In poche ore, quindi, Inghilterra-Italia era diventata anche una discussione sul futuro assetto del sistema televisivo italiano.

    La difficile trattativa con la Rai

    A quel punto entrò in scena la Rai.

    Una trasmissione simultanea sull’intero territorio avrebbe sostanzialmente annullato il valore dell’esclusiva acquistata da TMC. Si cercò allora una soluzione che permettesse almeno agli spettatori delle zone non raggiunte dal segnale di vedere la partita.

    Non era la prima volta che Rai e Cecchi Gori si confrontavano sui diritti di una trasferta azzurra. TMC aveva inizialmente acquisito anche Polonia-Italia del 2 aprile 1997, ma già nel giugno dell’anno precedente i diritti erano passati alla Rai nell’ambito di un accordo più ampio fra i due gruppi, comprendente anche eventi UER, film e la Coppa delle Coppe della Fiorentina. Durante la trattativa per Wembley, TMC avrebbe ricordato quella precedente cessione sostenendo di aver venduto Polonia-Italia alla Rai a condizioni economiche sfavorevoli, per quattro miliardi di lire.4

    Telemontecarlo propose una possibilità singolare: utilizzare i ripetitori Rai soltanto nelle aree scoperte, facendo però arrivare il segnale della televisione di Cecchi Gori, completo di logo e pubblicità TMC.

    La Rai rispose che tecnicamente non era possibile delimitare con precisione la trasmissione alle sole zone non servite da Telemontecarlo. Orientare trasmettitori e ripetitori in quel modo avrebbe potuto produrre ampie sovrapposizioni e rendere la partita visibile contemporaneamente sulle due reti anche dove TMC era già presente.

    Fallita questa strada, rimaneva la differita.

    Ancora la mattina del 12 febbraio la trattativa sembrava bloccata su un curioso 4 a 2 che non aveva nulla a che vedere con il risultato della partita: quattro miliardi richiesti da TMC, due quelli che la Rai era disposta a offrire. A complicare ulteriormente l’accordo c’era l’orario. Cecchi Gori era disposto a concedere le immagini solo molto tardi, per non sottrarre pubblico alla propria diretta.

    Nelle trattative intervennero anche esponenti del governo, tra cui il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni e il sottosegretario alle Poste Vincenzo Vita. Intanto la vicenda assumeva toni sempre più accesi: agli inviati di Rai e Mediaset era stato inizialmente negato persino l’accesso a Wembley prima della conclusione della partita.

    Alla fine il compromesso arrivò.5

    La diretta resta a TMC

    La sera del 12 febbraio Telemontecarlo trasformò Wembley nel proprio grande evento televisivo.

    La programmazione speciale cominciò già alle 18.30. Alle 18.55 venne trasmesso Inghilterra-Italia Under 21 da Bristol; alle 20.50 arrivò la diretta della Nazionale maggiore da Wembley, seguita alle 22.50 dallo speciale del dopopartita. Lo stesso incontro fu programmato contemporaneamente anche su TMC2.

    Al microfono c’erano Massimo Caputi e Giacomo Bulgarelli. Attorno a loro TMC costruì però un commento più ampio, coinvolgendo anche Gianluca Vialli e Roberto Mancini. La formula attirò l’attenzione della critica televisiva e nei giorni successivi ricevette giudizi generalmente positivi; persino la Gialappa’s Band sottolineò favorevolmente la presenza dei due calciatori nel racconto della partita.

    Anche alla radio la partita segnò una rottura con la tradizione. I diritti radiofonici erano usciti dall’orbita Rai e la diretta venne affidata a Radio Monte Carlo e Rete 105, che per l’occasione trasmisero a reti unificate. Da Wembley la radiocronaca fu affidata a Enzo Foglianese, storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto da poco in pensione dalla Rai, affiancato da José Altafini. Per ampliare ulteriormente la copertura, le due emittenti ricorsero anche alle onde medie. Mentre TMC raccontava Wembley in televisione con Caputi e Bulgarelli, la Nazionale rompeva così un altro monopolio storico: per la prima volta la sua radiocronaca integrale in diretta non passava dai microfoni di Radio Rai.6

    Per la televisione si dovette aspettare.

    Il compromesso finale prevedeva che Raiuno potesse trasmettere la partita dopo la mezzanotte, quando ormai la diretta TMC e gli speciali immediatamente successivi erano terminati. I due miliardi messi sul tavolo dalla Rai non sarebbero finiti nelle casse di Cecchi Gori: vennero destinati in beneficenza alla Pia Casa di Lavoro di Montedomini e all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

    La diretta, però, era rimasta interamente nelle mani di Telemontecarlo.

    Undici milioni davanti a TMC

    Alle 21 l’arbitro Sandor Puhl diede il via alla partita.

    Dopo diciannove minuti Gianfranco Zola segnò il gol che sarebbe rimasto l’unico dell’incontro. L’Italia difese il vantaggio fino alla fine e conquistò una vittoria destinata a entrare nella memoria sportiva del Paese.

    Per TMC fu contemporaneamente una delle serate più importanti della propria storia.

    Secondo i dati Auditel pubblicati nei giorni successivi, 11.271.000 spettatori seguirono mediamente la partita sulle televisioni di Cecchi Gori, con il 38,78 per cento di share. Nel primo tempo furono 11,346 milioni; nella ripresa 11,199 milioni. Quasi 17,85 milioni di persone videro almeno un minuto dell’incontro, mentre considerando anche gli speciali prima e dopo la gara i contatti complessivi salirono a 22,691 milioni.

    Numeri da grande rete nazionale, ottenuti paradossalmente proprio mentre l’intero Paese discuteva delle zone nelle quali quella rete non poteva essere ricevuta.

    La differita di Raiuno, iniziata pochi minuti dopo mezzanotte, con commento di Carlo Nesti, ebbe invece 527.000 spettatori e il 12,38 per cento di share.7

    La copertura della partita sembra essere stata ampliata, almeno in alcune zone non raggiunte direttamente dal segnale di TMC e TMC2, anche attraverso emittenti locali che avrebbero rilanciato le immagini delle reti di Cecchi Gori. Le testimonianze raccolte a distanza di anni non permettono di ricostruire in modo completo la rete di questi collegamenti, ma ne rimangono alcune tracce significative.

    Una riguarda l’emittente pugliese Teledue: un telespettatore lucano ricorda di aver seguito e registrato l’incontro nella zona di Pisticci proprio attraverso l’emittente, in un’area nella quale TMC non era normalmente ricevibile. Della registrazione VHS sopravvive un fotogramma in cui compaiono contemporaneamente i loghi di Teledue e TMC.8

    La sfida televisiva, almeno quella sera, l’aveva vinta nettamente Telemontecarlo.

    Fotogramma di Inghilterra-Italia del 12 febbraio 1997 con i loghi di Teledue e TMC
    Fotogramma della partita con i loghi di Teledue e TMC, tratto da una registrazione VHS dell’epoca

    Una partita che mostrò i limiti della televisione italiana

    Il giorno dopo rimaneva però una questione più grande del risultato Auditel.

    Inghilterra-Italia aveva dimostrato che esisteva ormai un mercato nel quale anche un’emittente diversa da Rai e Mediaset poteva acquistare uno dei più importanti eventi sportivi dell’anno e attirare davanti allo schermo oltre undici milioni di persone. Allo stesso tempo aveva mostrato quanto fosse difficile parlare di vera concorrenza nazionale quando le reti non disponevano della stessa possibilità di raggiungere il pubblico.

    Il dibattito toccava anche il significato stesso del servizio pubblico. Era compito della Rai garantire necessariamente la visione di una partita della Nazionale? Oppure era sufficiente che l’evento fosse disponibile gratuitamente, indipendentemente dall’emittente che ne aveva acquistato i diritti? E cosa accadeva quando quella televisione gratuita non poteva materialmente essere ricevuta in una parte del Paese?

    Sono domande che continuarono a essere discusse anche dopo Wembley. Enrico Menduni, sulle pagine de l’Unità, osservò come quella vicenda avesse messo in evidenza una nozione ormai problematica di servizio pubblico e la necessità di distinguere tra mercato dei diritti ed eventi considerati di particolare interesse collettivo.9

    Vista oggi, la sera del 12 febbraio 1997 appare così come una fotografia particolarmente nitida della televisione italiana alla fine degli anni Novanta.

    TMC aveva conquistato sul mercato una partita da grande rete nazionale. Il pubblico rispose con numeri eccezionali. Ma intorno a quella diretta emerse anche tutto ciò che ancora impediva a Telemontecarlo di competere pienamente, anche sul piano della copertura, con i due grandi poli televisivi nazionali: frequenze insufficienti, zone d’ombra, impianti da acquistare e una struttura distributiva ancora incompleta.

    Per novanta minuti, però, il centro della televisione italiana non fu a viale Mazzini né a Cologno Monzese.

    Fu a Wembley, con il logo giallo di TMC nell’angolo dello schermo.

    1. Roberto Beccantini, «Cecchi Gori: l’Italia è mia», La Stampa, 20 dicembre 1996; «Una partita da cinquanta miliardi», l’Unità, 7 febbraio 1997. ↩︎
    2. Il Mattino, 11 febbraio 1997; La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
    3. Marcella Ciarnelli, «Rai, differita all’ultimo minuto?», l’Unità, 12 febbraio 1997 ↩︎
    4. «Calcio, Cecchi Gori fa la pace. “Coppa delle Coppe” alla Rai», Corriere della Sera, 14 giugno 1996; Paolo Conti, «La Rai paga due miliardi gli avanzi di Tmc», Corriere della Sera, 13 febbraio 1997 ↩︎
    5. Stefania Ulivi, «La diretta di Wembley spacca in due l’Italia», Corriere della Sera, 11 febbraio 1997; Paolo Conti, «Diretta tv, Cecchi Gori batte anche Veltroni», Corriere della Sera, 12 febbraio 1997; Marcella Ciarnelli, «Rai, differita all’ultimo minuto?», l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
    6. La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; La Stampa, 11 febbraio 1997; Paolo Del Forno, Francesco Perilli, La radio… che storia!, 1997; Maria Novella Oppo, «E la Gialappa’s la promuove. “Nomi giusti, meglio di Pizzul”», l’Unità, 14 febbraio 1997. ↩︎
    7. Giancarla Ghisi, «E Tmc dichiara la vittoria degli ascolti», Corriere della Sera, 14 febbraio 1997. ↩︎
    8. Un testimone, rintracciato nel corso della ricerca, riferisce che nella propria zona erano ricevibili due differenti frequenze di Teledue, non sempre caratterizzate dal medesimo materiale pubblicitario. Su una delle emissioni destinate all’area lucana venivano talvolta riproposti programmi di TMC, generalmente con uno scarto di circa mezz’ora. ↩︎
    9. Enrico Menduni, «Rai-Nazionale, la brutta figura aiuti a meditare», l’Unità, 14 febbraio 1997 ↩︎