Il film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery era annunciato in prima serata su Telemontecarlo. Poche ore prima della messa in onda, però, un intervento della Rai bloccò la trasmissione. Dietro quella improvvisa variazione di palinsesto c’era una controversia sui diritti che si inseriva nel momento di massima tensione tra Viale Mazzini e il gruppo Cecchi Gori.
Giovedì 7 marzo 1996 il palinsesto di Telemontecarlo sembrava non riservare sorprese. Dopo TMC Ore 20, alle 20.30 era annunciato Il nome della rosa, il film diretto da Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, Christian Slater e F. Murray Abraham. Le guide televisive lo presentavano regolarmente tra le proposte della serata; La Stampa gli dedicava anche uno spazio nella selezione dei film del giorno.1
Ma quella sera gli spettatori di TMC non videro Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville. Il nome della rosa scomparve dal palinsesto e al suo posto venne trasmesso La vendetta dell’uomo chiamato cavallo, western del 1976 con Richard Harris.
Non fu una normale variazione di programmazione. Il film era diventato, nel giro di poche ore, l’oggetto di un nuovo scontro tra la Rai e il gruppo Cecchi Gori.
Un film dalla lunga storia televisiva
Il nome della rosa non era un titolo qualsiasi per la televisione italiana. La sua prima trasmissione su Rai 1, il 5 dicembre 1988, era stata un autentico evento: il film aveva ottenuto una media di 14 milioni 672 mila telespettatori, con il 53,54 per cento di share, dopo averne raccolti oltre 15 milioni e mezzo nella parte iniziale. Un risultato che lo aveva portato in testa alla classifica dei film più seguiti dell’epoca.2
Negli anni successivi il titolo era tornato sugli schermi Rai. L’ultimo passaggio precedente a questa vicenda risaliva a domenica 30 ottobre 1994, quando Rai 3 lo aveva proposto in prima serata. In quell’occasione gli spettatori erano stati 2 milioni 755 mila.3
Era quindi trascorso circa un anno e mezzo dall’ultima programmazione. Nel marzo 1996 il film era pronto a cambiare rete: questa volta avrebbe dovuto essere Telemontecarlo a proporlo in prima serata.
Il fax che fermò la trasmissione
La mattina del 7 marzo la Rai intervenne sulla programmazione prevista da TMC.
Viale Mazzini rivendicava la titolarità dei diritti televisivi del film, acquistati nel 1985 dal produttore Franco Cristaldi e detenuti, secondo la propria ricostruzione, in perpetuo. Non essendo mai avvenuta una cessione di quei diritti, la Rai comunicò a Telemontecarlo che Il nome della rosa non poteva essere trasmesso.
La posizione del gruppo Cecchi Gori era completamente diversa. TMC sosteneva che, prima del 29 febbraio, fosse già stata raggiunta con la Rai un’intesa che avrebbe consentito la programmazione del film su Telemontecarlo e Videomusic, nell’ambito di una più ampia sistemazione di rapporti pregressi tra le due parti. A mancare sarebbe stata soltanto la formalizzazione dell’accordo.4
Per la Rai, invece, quell’accordo non era mai esistito: c’erano stati incontri e trattative, ma nessun passaggio tale da autorizzare TMC a mandare in onda il film. Il Corriere della Sera sintetizzò la posizione di Viale Mazzini parlando semplicemente di un precedente «pour parler».5
La differenza non era di poco conto. Per TMC si trattava di dare seguito a un’intesa già raggiunta e rimasta impigliata nelle procedure; per la Rai, senza un accordo formalizzato, i diritti continuavano ad appartenere esclusivamente al servizio pubblico.
Dietro Il nome della rosa, cinquanta film
La disputa sul film di Annaud era in realtà collegata a una trattativa molto più ampia.
Nei mesi precedenti Cecchi Gori aveva proposto alla Rai un pacchetto di circa cinquanta film, nove dei quali in prima visione, per un valore complessivo indicato in circa 27 miliardi di lire. L’operazione avrebbe potuto comprendere anche scambi e sistemazioni di diritti tra i due gruppi.6
La trattativa, rimasta a lungo ferma, era stata ripresa durante la presidenza Rai di Letizia Moratti. In questo quadro si inseriva anche Il nome della rosa: TMC riteneva che il via libera al film fosse una delle conseguenze dell’intesa in corso.
Poi arrivò il 29 febbraio 1996.
Quel giorno si concluse la gara della Lega Calcio per i diritti delle stagioni successive. Il gruppo Cecchi Gori risultò inizialmente assegnatario dei diritti radiofonici e televisivi in chiaro relativi al campionato di Serie A e B, alla Coppa Italia e alla Supercoppa, superando proprio la Rai.7
Per Viale Mazzini era una sconfitta particolarmente pesante. Non riguardava soltanto le immagini delle partite, ma programmi che da anni costituivano una parte fondamentale dell’identità del servizio pubblico, dalla radio al racconto televisivo della domenica calcistica.
Nel giro di pochi giorni i rapporti tra Rai e Cecchi Gori cambiarono radicalmente. Le trattative commerciali già in corso finirono così assorbite in un confronto molto più ampio.
Fu in questo clima che arrivò il blocco de Il nome della rosa.
Alle 20.30 cambia il palinsesto
Per il telespettatore, naturalmente, tutto questo si traduceva in qualcosa di molto più semplice: il programma annunciato dai giornali non c’era.
Alle 20.30 TMC dovette rinunciare al film di Annaud e ripiegare su La vendetta dell’uomo chiamato cavallo. La sostituzione arrivò quando le guide televisive erano ormai stampate e continuavano quindi a indicare Il nome della rosa come il film della serata.
Era uno di quei casi, frequenti nella televisione analogica ma oggi più difficili da immaginare, nei quali il palinsesto pubblicato sui quotidiani poteva cessare di corrispondere alla televisione realmente ricevuta in casa.
La vicenda ebbe immediatamente una lettura più ampia. La Stampa titolò «Guerra tv nel “nome della rosa”»; il Corriere della Sera scelse «Guerra con la Rai, salta su Tmc “Il nome della rosa”». La parola «guerra» descriveva bene il clima di quei giorni, anche se il mancato passaggio del film restava formalmente una controversia sulla disponibilità dei diritti.
La stessa sera Vittorio Cecchi Gori non partecipò inoltre a Tempo reale, il programma di Michele Santoro che affrontava proprio il tema della perdita da parte della Rai dei diritti calcistici. Il cinema e il calcio finivano così per sovrapporsi, almeno per qualche giorno, nello stesso confronto tra due gruppi televisivi.
Due giorni dopo si spegne anche l’atletica
Che il rapporto tra Rai e TMC fosse ormai entrato in una fase particolarmente difficile divenne ancora più evidente nel fine settimana.
Il 9 marzo Telemontecarlo stava trasmettendo i Campionati europei indoor di atletica leggera da Stoccolma. Dopo circa mezz’ora di immagini, il collegamento venne interrotto. TMC aveva prelevato il segnale dell’Eurovisione attraverso Montecarlo; la Rai, che rivendicava i diritti italiani della manifestazione in forza degli accordi con l’UER, contestò la trasmissione.
Il segnale venne oscurato proprio mentre erano in corso i 60 metri. L’immagine rimase bloccata e gli inviati di TMC continuarono per un tratto il racconto senza poter disporre delle immagini, trasformando di fatto il collegamento televisivo in una radiocronaca. Anche quel programma dovette infine lasciare spazio a un film.8
A distanza di appena due giorni, dunque, gli spettatori di Telemontecarlo si erano trovati davanti a due palinsesti modificati per questioni di diritti: prima un film già annunciato, poi una manifestazione sportiva già iniziata.
L’episodio dell’atletica non era direttamente collegato ai diritti de Il nome della rosa, ma rendeva molto visibile sullo schermo la tensione che in quel momento attraversava i rapporti tra il servizio pubblico e il gruppo Cecchi Gori.
Il ritorno su TMC
La storia del film con Telemontecarlo non terminò però il 7 marzo.
Nove mesi più tardi, martedì 17 dicembre 1996, Il nome della rosa ricomparve nella prima serata della rete. Il palinsesto di TMC lo collocava subito dopo TMC Sport, intorno alle 20.30; alle 23 era previsto TMC Sera e, a seguire, La signora omicidi.9
Era precisamente lo spazio che il film avrebbe dovuto occupare già a marzo.
Fotogramma da una registrazione VHS di TMC de Il nome della rosa, trasmesso dall’emittente nel dicembre 1996, nove mesi dopo la mancata messa in onda del 7 marzo.
La seconda programmazione arrivava però in un contesto televisivo completamente diverso. Non c’era più l’improvvisa contrapposizione che nove mesi prima aveva trasformato un normale film di prima serata in un caso nazionale sui diritti televisivi. Il nome della rosa poteva finalmente trovare posto nel palinsesto di Telemontecarlo.
Il contrasto con il passato del titolo era notevole. Nel dicembre 1988, alla sua prima televisiva su Rai 1, quasi quindici milioni di persone si erano raccolte davanti allo stesso film. Nell’ottobre 1994 il passaggio su Rai 3 aveva ancora raggiunto 2 milioni 755 mila spettatori. Nel 1996 quel titolo non era più soltanto un grande successo cinematografico da riproporre: per una sera era diventato anche il punto in cui si erano incrociati i diritti di una library, le trattative tra due gruppi e la competizione per gli eventi capaci di dare identità a una rete.
Un palinsesto che raccontava anche i rapporti tra le televisioni
La mancata trasmissione del 7 marzo 1996 rimane un episodio piccolo rispetto alle grandi vicende della televisione di quegli anni. Proprio per questo è significativo.
Un telespettatore che quella sera aveva scelto TMC per vedere Il nome della rosa poteva conoscere soltanto l’effetto finale della disputa: accendere il televisore e trovare un film diverso da quello annunciato.
Dietro quella sostituzione c’era invece un sistema nel quale cinema, sport e programmi di richiamo rappresentavano strumenti essenziali nella competizione tra le reti. La disponibilità dei diritti poteva determinare non soltanto quali titoli inserire in un palinsesto, ma anche se un programma già annunciato potesse effettivamente raggiungere lo schermo.
Il 7 marzo 1996 bastò un film già stampato sulle guide televisive e un fax arrivato poche ore prima della messa in onda per rendere visibile quella realtà.
E così, quella sera, nell’abbazia de Il nome della rosa gli spettatori di Telemontecarlo non entrarono affatto.
Il 28 marzo Rai, Fininvest e Telemontecarlo si contesero exit poll, proiezioni e prime reazioni. Intanto le televisioni locali costruivano maratone proprie, dalle prefetture alle piazze.
La chiusura dei seggi era prevista per le 22 di lunedì 28 marzo 1994, al termine di due giornate di voto destinate a ridisegnare profondamente il Parlamento italiano. Era la prima elezione politica con il nuovo sistema prevalentemente maggioritario introdotto l’anno precedente; il quadro dei partiti era cambiato e tra i protagonisti c’era Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e proprietario del principale gruppo televisivo privato nazionale.
Per la televisione, però, la notte elettorale era cominciata molto prima delle 22. Le reti avevano preparato lunghe dirette, studi diversi, collegamenti con le sedi dei partiti e con le piazze, ospiti, giochi, satira e soprattutto una complessa macchina di rilevazione del voto.
Gli exit poll non erano una novità assoluta: erano stati utilizzati anche nelle elezioni politiche del 1992. Due anni dopo, tuttavia, avevano assunto un peso diverso. Erano diventati il punto di partenza di una vera competizione fra reti, ciascuna intenzionata a fornire per prima il quadro più attendibile del risultato.
Tre reti, tre modi di aspettare il risultato
La Rai scelse di occupare la prima serata prima ancora della chiusura dei seggi, ma senza trasformare le tre reti in copie dello stesso programma.
Su Raiuno la serata cominciò alle 20.40. Aspettando i risultati metteva insieme informazione e spettacolo attraverso più studi e collegamenti: Mara Venier e Lilli Gruber, il Salone Margherita con il Bagaglino, gli interventi dei giornalisti e, progressivamente, il centro informativo del Tg1 a Saxa Rubra. Poco prima delle 22 il baricentro si spostava sempre più verso l’informazione, con Demetrio Volcic e Piero Badaloni impegnati nella lunga lettura dei dati, nei collegamenti con i partiti e nelle prime reazioni politiche.
Era una formula che conservava qualcosa della televisione generalista di quegli anni: l’attesa del voto non veniva separata nettamente dal varietà. Pippo Franco, Oreste Lionello, Leo Gullotta e Valeria Marini potevano comparire nello stesso contenitore che, pochi minuti dopo, avrebbe dovuto spiegare composizione del Parlamento e rapporti di forza fra le coalizioni.
La struttura della serata prevedeva alcuni passaggi comuni a tutta l’offerta Rai: alle 22 gli exit poll, più tardi le proiezioni del Senato, quindi nella parte finale della notte quelle della Camera. Su Raiuno il contenitore arrivava così fino alle ultime elaborazioni, prima del ritorno alla programmazione notturna.
Su Raidue il punto di partenza era invece I fatti vostri. Giancarlo Magalli continuava a presidiare la sua “piazza”, inizialmente con il consueto miscuglio di ospiti, musica e giochi. Con l’avvicinarsi delle 22 la linea veniva ceduta sempre più spesso alla redazione del Tg2 e agli studi informativi: Carmen Lasorella e Mimmo Liguoro da via Teulada, Mariolina Sattanino e Michele Cucuzza da Saxa Rubra. I risultati interrompevano il programma, poi la piazza riprendeva, fino al collegamento successivo. La notte del voto diventava così una continua alternanza fra intrattenimento e aggiornamento giornalistico. Gli speciali del Tg2 sarebbero proseguiti, con ulteriori finestre, fino alle prime ore del mattino.
La maratona di Raidue alternava lo studio ai collegamenti esterni e agli aggiornamenti sui risultati.
Raitre aveva scelto la formula più riconoscibile. Alle 20.30 partiva Scommettiamo sul rosso, sul nero o sullo zero?, con Michele Santoro alla conduzione. Un contenitore nato dall’incontro fra Il rosso e il nero, il Tg3 e l’universo di Quelli che il calcio. Federica Sciarelli seguiva la parte informativa, Fabio Fazio interveniva da Milano, mentre nello studio di Santoro si alternavano giornalisti, intellettuali e personaggi dello spettacolo.
C’era perfino un “Totovoto”: una schedina con tredici pronostici, uno sullo schieramento vincente e gli altri dedicati ad alcuni collegi uninominali. Il pubblico poteva telefonare e giocare indicando “1” per la destra, “X” per il centro e “2” per la sinistra. Era un modo quasi calcistico di accompagnare l’attesa, perfettamente coerente con una serata in cui informazione, spettacolo e partecipazione del pubblico si mescolavano continuamente.
Alle 22 scatta la gara dei numeri
Il vero spartiacque arrivò con la chiusura delle urne.
La Rai si affidava al Cirm per gli exit poll e ad Abacus per le proiezioni basate sulle sezioni già scrutinate. Canale 5 aveva invece scelto la Doxa. Telemontecarlo lavorava con Directa, che accanto alle successive elaborazioni aveva preparato anche un proprio sistema di rilevazione delle intenzioni di voto.
La sfida aveva anche un retroscena significativo: Doxa e Cirm si erano praticamente scambiati i rispettivi committenti. La Doxa, per circa vent’anni legata alla Rai, era passata al Tg5; il Cirm, utilizzato nelle precedenti elezioni dalla Fininvest, era approdato a Saxa Rubra. La competizione della sera del 28 marzo era quindi anche il confronto fra due istituti che avevano cambiato campo proprio alla vigilia del voto.1
Pochi minuti dopo le 22 gli schermi cominciarono a riempirsi di percentuali, forbici, stime dei seggi e prime interpretazioni. Il nuovo sistema elettorale rendeva particolarmente delicato il passaggio dalle percentuali alla composizione del Parlamento: una piccola differenza nei voti poteva produrre effetti molto più ampi nei collegi uninominali.
Le rilevazioni non coincidevano perfettamente, ma il vantaggio delle coalizioni di centrodestra apparve subito evidente. Da quel momento la gara non riguardò più soltanto il dato: contava anche conquistare per primi un leader, una dichiarazione, una reazione. Nel resoconto del giorno dopo Isabella Mazzitelli descrisse la serata come un «Capodanno in tivù», con le redazioni schierate in attesa del momento decisivo.2
Il ritmo era quello di una corsa. Prima gli exit poll, poi le stime dei seggi, quindi i dati reali dei collegi e le dichiarazioni. Fini e Bossi apparvero rapidamente nelle varie dirette; Berlusconi arrivò più tardi, dopo mezzanotte, e anche le sue prime apparizioni diventarono terreno di concorrenza fra giornalisti e reti.
Su Raiuno il conto alla rovescia verso le 22 e la diffusione dei primi exit poll.
Mentana, Fede e le diverse strategie Fininvest
Se la Rai aveva già trasformato tutta la propria prima serata in un grande contenitore elettorale, Fininvest adottò una strategia più differenziata.
Su Canale 5 Enrico Mentana partì alle 21.55 con il Tg5 Speciale elezioni politiche ’94. Qui non c’era più alternanza con programmi di intrattenimento: lo speciale era concepito come una trasmissione continuativa, destinata ad arrivare fino alle tre del mattino. Doxa forniva i primi dati e le successive elaborazioni, mentre Mentana passava rapidamente dalle percentuali alle interviste, ai collegamenti e al confronto fra gli ospiti.
Il Tg5 affrontava la serata con una forte identità competitiva. Non si trattava soltanto di commentare il risultato: bisognava arrivare prima. La rapidità con cui Mentana cercava dichiarazioni e ospiti faceva parte dello stesso confronto che opponeva Doxa a Cirm e Abacus.
Rete 4 adottava invece una scansione diversa. Alle 21.55 il Tg4 apriva una breve finestra elettorale, poi il palinsesto tornava per qualche minuto alla telenovela Milagros. Dalle 22.30 Emilio Fede prendeva definitivamente possesso della rete con Cosa hanno deciso gli italiani, lunga diretta con ospiti, commenti e collegamenti.
Il Tg4 durante la lunga copertura dei risultati delle elezioni politiche del 1994.
Su Italia 1, invece, l’informazione elettorale arrivava molto più tardi. La rete mantenne a lungo la propria programmazione di intrattenimento, tra Karaoke, Mai dire gol e il film Porky’s 2. Solo in seconda serata Studio Aperto, diretto da Paolo Liguori, entrò stabilmente nel racconto del voto.
La differenza con la Rai è significativa. Il servizio pubblico aveva trasformato contemporaneamente le tre reti in tre diversi modi di aspettare il risultato; Fininvest concentrava invece la competizione principale su Canale 5 e Tg4, lasciando Italia 1 più a lungo fuori dalla maratona.
Santoro vince la lunga distanza
La risposta del pubblico fu enorme. Nei minuti immediatamente successivi alla chiusura delle urne oltre 25 milioni di italiani risultavano davanti alla televisione, per uno share complessivo vicino al 90 per cento.
Alle 22 il Tg1 superava i 5,7 milioni di spettatori, il Tg5 era poco sopra i 5,5 milioni e Raitre intorno ai 5,4 milioni. Ma sulla durata complessiva della serata il risultato più significativo fu quello di Michele Santoro: Il rosso e il nero risultò il programma elettorale più seguito, con poco più di 4 milioni di spettatori medi e uno share vicino al 20 per cento.3
Il dato racconta bene il tipo di televisione che funzionò quella sera. Non soltanto un telegiornale prolungato, ma un programma capace di incorporare il risultato elettorale in un linguaggio più ampio: satira, piazze, ospiti, gioco, commento politico e collegamenti.
La competizione continuò anche dopo la chiusura delle dirette televisive. Cirm, Doxa e Directa confrontarono le proprie previsioni con i risultati effettivi, rivendicando ciascuna la precisione delle proprie stime. La “gara dei numeri”, cominciata prima delle 22, ebbe così un secondo tempo sui giornali.
Telemontecarlo e una rete costruita con le televisioni locali
Accanto al confronto Rai-Fininvest c’era però un terzo modello.
Telemontecarlo iniziava il proprio Speciale elezioni alle 21.30, con Sandro Curzi e le elaborazioni di Directa. La rete disponeva di una struttura nazionale più ridotta rispetto ai due grandi gruppi e costruì parte della propria copertura attraverso collegamenti con importanti televisioni regionali.
Fra queste comparivano Telelombardia, Telenorba e Telecapri, insieme ad altre emittenti locali. Era un sistema che permetteva a TMC di ricevere immagini, informazioni e reazioni dai territori senza dover disporre ovunque di una propria struttura.
Il rapporto con il gruppo Norba è particolarmente interessante. Telenorba e Teledue furono entrambe coinvolte nella copertura collegata a Telemontecarlo; Telenorba, in particolare, continuava nello stesso tempo a proporre una propria programmazione. Il modello consentiva così a TMC di appoggiarsi a emittenti fortemente radicate sul territorio senza trasformarle in semplici ripetitrici del proprio segnale.4
In Puglia la notte passa anche dalle prefetture
Il racconto locale non si esauriva però nel rapporto fra TMC e Telenorba.
Alle 21.45 del 28 marzo Antenna Sud avviò Pool ’94, una maratona costruita insieme a Studio 100 di Taranto, Teleblu e Teledauna di Foggia, Teleradiocittàbianca di Ostuni, Telerama di Lecce e TRM di Matera. Antenna Sud svolgeva il ruolo di studio centrale, mentre le altre emittenti contribuivano alla raccolta delle informazioni.
La non-stop era destinata a proseguire fino alla mezzanotte del giorno seguente. Il centro del programma non era naturalmente la composizione nazionale del Parlamento in senso astratto, ma la traduzione del voto sul territorio: collegamenti con le prefetture di Bari, Brindisi, Foggia, Lecce, Matera, Potenza e Taranto, sedi dei partiti, candidati, risultati dei collegi, commenti, rassegne stampa e momenti di spettacolo.5
Era una copertura che svolgeva una funzione difficilmente sostituibile dalle reti nazionali. Mentre Rai, Fininvest e TMC potevano dire quale coalizione stesse vincendo, le televisioni locali erano in grado di seguire l’arrivo delle schede di un singolo comune, il risultato di un collegio o la reazione di un candidato direttamente dalla prefettura.
Non tutte scelsero di riunirsi in un unico circuito. Videolevante e Blustar, per esempio, seguirono lo scrutinio autonomamente. A Bari anche Oggi TV aveva in palinsesto uno Speciale elezioni 1994 già alle 21, mentre Delta TV programmava alle 23.45 una Non Stop elettorale in diretta dalla Prefettura.6
La dimensione locale non era quindi un semplice complemento della grande notte nazionale. Era un secondo livello dell’informazione elettorale, con tempi, fonti e priorità differenti. Il collegamento con la prefettura, più che il grande studio televisivo, diventava il luogo decisivo.
Un resoconto tarantino del giorno successivo descrisse quella notte come una lunga corsa nell’etere, fra televisioni collegate alle prefetture e ai centri di elaborazione, con inevitabili inconvenienti tecnici, cuffie che non funzionavano e perfino qualche momento di involontaria comicità. Era anche questo il volto delle dirette locali: meno costruite, più esposte agli imprevisti, ma molto vicine al luogo in cui i risultati prendevano materialmente forma.7
Il voto continua in televisione
Alle prime ore del mattino la maratona non era ancora davvero conclusa. Il 29 marzo gli speciali continuarono nei programmi del mattino: Unomattina Elezioni su Raiuno, nuove edizioni del Tg2 e del Tg3, finestre regionali, aggiornamenti del Tg5 e del Tg4.
La sera il racconto cambiò tono. Non era più necessario indovinare chi avesse vinto: bisognava mostrare la nuova geografia politica.
Su Raitre Milano, Italia preparò una scenografia basata su una grande carta del Paese colorata collegio per collegio e su un Parlamento composto da spicchi mobili. Su Canale 5 il Maurizio Costanzo Show dedicò una puntata speciale ai risultati, riportando nello studio televisivo molti dei protagonisti politici che poche ore prima erano stati inseguiti dalle telecamere nelle sedi dei partiti.8
La notte del 28 marzo aveva così lasciato in eredità immagini e numeri che la televisione avrebbe continuato a rielaborare per giorni.
Una notte elettorale sempre più televisiva
Il 1994 non inventò gli exit poll, né la lunga diretta elettorale. Entrambi appartenevano già alla televisione italiana. Ma quella sera alcuni elementi che esistevano separatamente apparvero con particolare evidenza nello stesso momento.
C’erano gli istituti demoscopici associati alle singole reti, la concorrenza per il dato più rapido, le proiezioni trasformate in spettacolo, gli studi collegati fra loro, i leader inseguiti da più emittenti. C’erano tre reti Rai che affrontavano lo stesso evento con linguaggi diversi e tre reti Fininvest che distribuivano diversamente informazione e intrattenimento. C’era Telemontecarlo che cercava una copertura nazionale attraverso le televisioni regionali. E c’erano le emittenti locali che costruivano proprie maratone, talvolta più lunghe di quelle dei network.
Rispetto al 1992, non era tanto cambiato lo strumento quanto il suo peso nel racconto. L’exit poll non era più soltanto uno dei passaggi immediatamente successivi alla chiusura dei seggi: alle 22 diventava il momento attorno al quale erano stati organizzati palinsesti, studi, ospiti e strategie editoriali.
Per milioni di telespettatori il risultato cominciò così a esistere sullo schermo prima ancora che lo scrutinio fosse davvero avanzato. Poi arrivarono le proiezioni, i dati reali, le dichiarazioni e, lentamente, il Parlamento effettivo.
Era ancora la lunga notte delle schede e delle prefetture. Ma era ormai anche una lunga notte di televisioni in competizione fra loro.
Redazione, “Scambio d’esperti. Cirm con la Rai, Doxa a Canale 5”, l’Unità, 19 marzo 1994, p. 7. ; Alessandra Longo, “Exit poll? Sarà un triplo salto mortale”, la Repubblica, 26 marzo 1994, p. 3. ↩︎
Isabella Mazzitelli, “Il Tg1 vince la corsa ai risultati”, la Repubblica, 29 marzo 1994, p. 14. ↩︎
Redazione, “La ‘diretta’ vince la sfida degli exit poll”, la Repubblica, 30 marzo 1994, p. 7. ↩︎
Radiocorriere TV, programmi di lunedì 28 marzo 1994, pp. TV 2-5. ; La Gazzetta del Mezzogiorno, palinsesti del 28 marzo 1994, p. 14. ↩︎
Redazione, spazio “Antenna Sud”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 marzo 1994, p. 16. ↩︎
La Gazzetta del Mezzogiorno, “TV locali”, 28 marzo 1994, p. 18. ↩︎
M. Com., “La lunga notte dell’etere fra le ‘dirette’ e… i moscerini”, La Gazzetta di Taranto, 30 marzo 1994, p. 55. ↩︎
La Gazzetta del Mezzogiorno, programmi e rubriche televisive del 29 marzo 1994, p. 16. ↩︎
Nel settembre 1987 la sfida di Coppa dei Campioni al Bernabéu diventò anche una partita televisiva. Rai, Fininvest e la neonata Odeon si contesero i diritti; a spuntarla fu Odeon, che però cedette proprio Real Madrid-Napoli alla Rai. Dietro quel passaggio c’era uno dei paradossi della televisione privata italiana degli anni Ottanta: reti ormai nazionali nei palinsesti, ma non ancora nella diretta.
Il 16 settembre 1987 il Napoli campione d’Italia debuttava in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Il sorteggio aveva riservato subito alla squadra di Maradona uno degli avversari più difficili e la partita d’andata presentava una particolarità destinata ad accrescerne ulteriormente l’interesse televisivo: il Santiago Bernabéu era squalificato e l’incontro si sarebbe disputato a porte chiuse.
Per molti tifosi, in Spagna come in Italia, la televisione non era quindi soltanto il modo più comodo per seguire la partita. Era l’unico.
Ma prima ancora che Real Madrid e Napoli scendessero in campo, attorno a quelle immagini si giocò un’altra sfida. E coinvolse la Rai, Silvio Berlusconi e un network che aveva cominciato ufficialmente a trasmettere appena pochi giorni prima: Odeon TV.
Una partita contesa fra Rai, Berlusconi e Odeon
All’inizio di settembre la trasmissione italiana di Real Madrid-Napoli era tutt’altro che definita.
Berlusconi aveva già avviato durante l’estate una trattativa con il presidente del Real Ramón Mendoza per un pacchetto di partite del Real. Per Fininvest sarebbe stato un altro passo nella politica di acquisizione dei grandi eventi sportivi internazionali; per la Rai, invece, Real-Napoli rappresentava un appuntamento difficilmente rinunciabile, anche per l’eccezionale interesse suscitato dal debutto europeo della squadra campione d’Italia.
Nei primi giorni di settembre Mendoza arrivò a Milano e incontrò gli interlocutori delle diverse televisioni. Quella che inizialmente appariva come una contesa soprattutto fra Rai e Fininvest vide scendere in campo improvvisamente un terzo protagonista.1
Odeon TV aveva inaugurato le proprie trasmissioni il 6 settembre 1987. Nata attorno a una rete di emittenti locali, si presentava sul mercato con ambizioni nazionali. Nella società aveva un ruolo importante Callisto Tanzi, proprietario della Parmalat, che era anche sponsor del Real Madrid. Il rapporto commerciale fra Tanzi e il club spagnolo favorì l’ingresso del nuovo circuito nella trattativa.2
Il risultato arrivò rapidamente. Tra la sera dell’8 e la mattina del 9 settembre Odeon concluse l’accordo con Mendoza: il network si assicurò in esclusiva Real Madrid-Napoli e altre diciannove partite casalinghe del Real Madrid da scegliere nel corso della stagione. La Rai, almeno formalmente, era stata battuta sul terreno dell’acquisizione dei diritti.3
La situazione, però, si rovesciò quasi immediatamente.
Nazionale nei programmi, non nella diretta
Il problema era nella particolare struttura della televisione privata italiana di quegli anni.
Canale 5, Italia 1, Retequattro e le nuove syndication potevano ormai proporre lo stesso palinsesto in gran parte del Paese attraverso una rete di emittenti locali. La cosiddetta interconnessione funzionale consentiva di distribuire programmi preregistrati alle diverse stazioni e di mandarli in onda contemporaneamente, o con uno sfasamento minimo.
La diretta nazionale era un’altra cosa.
La legislazione continuava a riservare allo Stato la diffusione televisiva su scala nazionale e il sistema adottato dai privati si reggeva proprio sulla registrazione preventiva del programma. La differenza poteva essere quasi impercettibile per chi guardava un telefilm, un varietà o un quiz; diventava decisiva quando si trattava di collegarsi in tempo reale con uno stadio all’estero. La stessa Corte costituzionale, ricostruendo poco dopo quel sistema, avrebbe distinto la diffusione contemporanea di programmi preregistrati dalla vera interconnessione in diretta.4
Real Madrid-Napoli mise quel limite sotto gli occhi di tutti.
Durante la trattativa fu presa in considerazione anche una soluzione territoriale: trasmettere la partita in diretta in Campania attraverso Telecapri e proporla successivamente nel resto d’Italia. Era un modo per sfruttare i diritti senza trasformare il circuito Odeon in una rete nazionale interconnessa in diretta.
Ma per un evento di quella portata era una soluzione debole. Il pubblico potenziale era nazionale e il Real Madrid aveva a sua volta bisogno che il ritorno del 30 settembre a Napoli potesse essere visto regolarmente in Spagna.
Qui la Rai conservava un vantaggio decisivo.
La strada della Rai
Sul versante internazionale le immagini transitavano attraverso i rapporti fra le televisioni pubbliche e la rete Eurovision. Anche la normativa spagnola assegnava a TVE un ruolo centrale nell’esportazione televisiva degli avvenimenti disputati nel Paese. Per il Real Madrid contava quindi non soltanto vendere l’andata, ma assicurarsi la possibilità di ricevere dalla Rai anche le immagini della partita di ritorno al San Paolo.
Mendoza spiegò la scelta con grande chiarezza: con il Bernabéu vuoto era indispensabile che l’andata fosse trasmessa, ma era altrettanto importante garantire la reciprocità televisiva per il ritorno. La televisione pubblica offriva entrambe le condizioni.5
Poche ore dopo l’acquisto dei diritti da parte di Odeon arrivò dunque l’accordo decisivo.
Odeon cedette alla Rai i diritti italiani di Real Madrid-Napoli. Il comunicato diffuso dalla televisione pubblica il 10 settembre formalizzava il passaggio: la partita del 16 settembre sarebbe stata trasmessa in diretta dalla Rai, mentre restava a Odeon il più ampio pacchetto delle altre gare casalinghe del Real Madrid.
Le cifre circolate in quei giorni furono diverse e non sempre coincidenti. Anche il valore attribuito alla singola Real-Napoli risultava difficile da separare da un contratto che comprendeva altre diciannove partite e si intrecciava con i rapporti commerciali fra Parmalat e il club spagnolo. Lo stesso Mendoza non rese pubblico l’importo complessivo dell’accordo.
Più del prezzo, però, conta il meccanismo televisivo: Odeon aveva conquistato la partita sul mercato, ma la Rai era ancora il soggetto capace di trasformare quei diritti in una diretta effettivamente nazionale.
La competizione fra i gruppi non si esaurì con l’accordo. Pochi giorni dopo, la stampa riferì che Berlusconi aveva vietato ai giocatori del Milan di partecipare alle trasmissioni del nuovo network Odeon. La vicenda Real Madrid-Napoli aveva lasciato qualche strascico anche fuori dal campo.
Il 16 settembre: una serata di calcio su Raiuno
Mercoledì 16 settembre la Rai costruì attorno alle coppe europee una vera maratona calcistica. Le sei squadre italiane impegnate nelle tre competizioni trovarono spazio, in diretta o in differita, sulle reti pubbliche.
Su Raiuno la serata prevedeva prima Sporting Gijón-Milan, con collegamento dalle 20.25, e poi Real Madrid-Napoli, fissata alle 21.45 e annunciata nel palinsesto televisivo a partire dalle 21.40.
Le due partite si sarebbero sovrapposte per circa mezz’ora. La soluzione annunciata dalla Rai era particolarmente interessante dal punto di vista televisivo: non una rigida separazione fra i due incontri, ma una sorta di staffetta delle immagini, passando da una partita all’altra in funzione di ciò che accadeva sui campi e mantenendo informato il pubblico sull’incontro temporaneamente lasciato. Le cronache dell’epoca descrissero anche l’impiego di un riquadro sullo schermo per conservare le immagini dell’altra gara.6
Era un modo di affrontare un problema oggi ordinario — due eventi sportivi contemporanei — con gli strumenti e la regia televisiva disponibili nel 1987.
Il Napoli giocò così il suo primo incontro di Coppa dei Campioni davanti a un Bernabéu deserto ma a un pubblico televisivo vastissimo. In campo il Real Madrid vinse 2-0; davanti ai televisori italiani, invece, si concludeva una vicenda cominciata una settimana prima negli uffici delle emittenti e nei colloqui con Ramón Mendoza.
Odeon non aveva perso il Real Madrid
Il passaggio di Real-Napoli alla Rai potrebbe far pensare che l’acquisto di Odeon fosse rimasto senza seguito. Accadde esattamente il contrario.
Già il giorno successivo alla partita, Antenna Sud, emittente pugliese del circuito Odeon, programmò alle 19.30 La prima volta del Napoli, uno speciale dedicato alla trasferta di Madrid.7
Soprattutto, le altre partite comprese nell’accordo con il Real cominciarono a comparire nei palinsesti delle emittenti affiliate.
Il 21 ottobre, in occasione di Real Madrid-Porto di Coppa dei Campioni, La Gazzetta del Mezzogiorno annunciava per il giorno seguente la differita alle 20.30 su Odeon-Antenna Sud. Un mese più tardi, il 12 novembre, lo stesso palinsesto proponeva alle 23.05 Real Madrid-Atletico Madrid.8
Le immagini circolavano anche attraverso altre televisioni locali. In Basilicata, il 7 gennaio 1988, TP1 – Tele Pretoria Uno di Potenza inserì alle 22.50 nel proprio palinsesto Odeon Sport: Real Madrid-Barcellona.
Il caso forse più eloquente arrivò nel marzo successivo. Per Real Madrid-Bayern Monaco, ritorno dei quarti di Coppa dei Campioni, Odeon organizzò una diretta limitata alla Lombardia e una differita per il giorno seguente nel resto d’Italia; in Puglia la partita sarebbe arrivata attraverso Antenna Sud.9
Era, in pratica, la dimostrazione di ciò che nel settembre precedente aveva condizionato Real-Napoli. Odeon possedeva contenuti di valore internazionale e una rete di televisioni distribuite sul territorio, ma doveva adattarne la trasmissione alla particolare architettura dell’emittenza privata italiana: dirette circoscritte a un’area, differite nelle altre regioni, programmi comuni distribuiti attraverso le affiliate.
Una partita che racconta la televisione del 1987
Real Madrid-Napoli rimase naturalmente nella memoria soprattutto per ciò che accadde sul campo. Ma la vicenda dei suoi diritti racconta anche un passaggio preciso della storia televisiva italiana.
Nel settembre 1987 la concorrenza privata era già in grado di contendere alla Rai un grande evento internazionale. Una syndication appena nata come Odeon poteva presentarsi a Madrid, superare Fininvest nella trattativa e acquistare un pacchetto di partite di uno dei club più importanti d’Europa.
Il problema cominciava un istante dopo l’acquisto.
Possedere le immagini non significava ancora poterle mandare in diretta, nello stesso momento, a tutta l’Italia. Su quel terreno la Rai conservava un vantaggio che non dipendeva soltanto dalla forza economica: aveva una rete realmente nazionale, l’accesso ai collegamenti internazionali dell’Eurovisione e una struttura capace di gestire in diretta una lunga giornata di calcio europeo passando da uno stadio all’altro.
Odeon, però, non rimase ai margini. Le successive partite del Real Madrid dimostrarono che il circuito sapeva utilizzare i propri diritti attraverso Antenna Sud, TP1 e le altre emittenti locali, alternando dirette territoriali e differite nazionali.
Per questo Real Madrid-Napoli del 1987 è interessante anche senza trasformarla nel simbolo di una svolta epocale. Basta osservare ciò che accadde: la partita fu comprata da una televisione privata, trasmessa in diretta dalla Rai e poi seguita da un’intera stagione di calcio del Real Madrid sulle televisioni locali di Odeon.
In pochi giorni, dentro un unico evento, si vedevano convivere le diverse forme della televisione italiana di allora.
Franco Esposito, “Rissa via etere. La RAI favorita su Berlusconi”, Il Mattino, 9 settembre 1987; Redazione, “Oggi sapremo chi potrà teletrasmettere Real-Madrid-Napoli. Dopo Rai e Berlusconi ora è in corsa anche Odeon Tv”, Corriere della Sera, 9 settembre 1987. ↩︎
Massimo Emanuelli, Storia delle TV private italiane. TV locali, TV straniere in lingua italiana, Syndication, Network, Gammarò, 2026, sezione dedicata a Odeon TV. ↩︎
Fabio Monti, “La Rai conquista Real-Napoli. Diretta dal deserto Bernabeu”, Corriere della Sera, 10 settembre 1987; Redazione, “Real-Napoli alla Rai grazie a Odeon-tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 settembre 1987, p. 20. ↩︎
Corte costituzionale, sentenza n. 826/1988, ricostruzione della disciplina dell’interconnessione funzionale e della riserva delle trasmissioni televisive su scala nazionale. ↩︎
“La cadena privada Odeón y la RAI compran los derechos”, El País, 10 settembre 1987. ↩︎
Redazione, palinsesti e programmazione sportiva del 16 settembre 1987; “La RAI ofreció nueve horas de fútbol europeo”, El País, 17 settembre 1987. ↩︎
Redazione, palinsesto Odeon-Antenna Sud, La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 settembre 1987, p. 27. ↩︎
Redazione, “C’è una finale anticipata: Real Madrid-Porto”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 21 ottobre 1987, p. 13; palinsesto Odeon-Antenna Sud, 12 novembre 1987, p. 21. ↩︎
Palinsesto TP1, La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 gennaio 1988, p. 14; “Real-Bayern che notte a Madrid!”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 marzo 1988, p. 18. ↩︎
Venticinque anni dopo, la ricostruzione di come Rai, Mediaset, La7 e televisioni locali modificarono programmi e palinsesti per raccontare in diretta l’attacco agli Stati Uniti.
Martedì 11 settembre 2001, poco prima delle tre del pomeriggio, la televisione italiana era ancora quella prevista dai palinsesti.
Su Raiuno era appena cominciato il film Accadde in paradiso. Raidue trasmetteva The Practice – Professione avvocati. Su Raitre il pomeriggio era dedicato ai più piccoli con La Melevisione. Rete 4 aveva avviato la messa in onda di Sentieri. Su Canale 5 era in onda Ally McBeal. Italia 1 proponeva lo speciale Non era la Rai. La7, nata da pochi mesi dalle ceneri di TMC, trasmetteva Oasi. MTV continuava la propria programmazione musicale.
Era la normale televisione di un martedì di fine estate.
Alle 14.46 italiane un aereo colpì la Torre Nord del World Trade Center. Per alcuni minuti non fu ancora chiaro se si trattasse di un incidente. Alle 15.03, quando un secondo aereo colpì la Torre Sud davanti alle telecamere di tutto il mondo, quella possibilità scomparve.
Da quel momento iniziò anche una trasformazione televisiva che, pur marginale rispetto alla portata degli eventi, aiuta oggi a ricostruire come milioni di italiani vissero quelle ore: la progressiva dissoluzione dei palinsesti.
Non avvenne in un unico istante. Alcune reti abbandonarono subito ogni programma; altre provarono a tornare alla programmazione dopo un primo aggiornamento; altre ancora alternarono per qualche tempo telefilm e notiziari.
Rete 4: alle 15.12 il palinsesto si ferma
Uno dei casi più lineari è quello di Rete 4.
Alle 15.00 era iniziata la soap opera Sentieri. Poco dopo, alle 15.12, la programmazione viene interrotta ed Emilio Fede apre un’edizione straordinaria del TG4, presentandosi in video indossando una giacca di renna, dettaglio spesso ricordato come segno della rapidità e della concitazione con cui la redazione fu costretta ad andare in onda.
Il tono delle prime parole restituisce bene l’incertezza di quei minuti: si parla ancora di una gravissima sciagura, mentre la natura e le dimensioni dell’attacco stanno appena diventando comprensibili.
A differenza di quanto avverrà inizialmente sulle altre reti Mediaset, Rete 4 non torna ai programmi. L’edizione straordinaria prosegue fino alle 20.24, per oltre cinque ore. Saltano quindi il resto di Sentieri, il film Giuro che ti amo, previsto alle 16.10, Sembra ieri, l’edizione ordinaria del TG4 delle 18.55 e gli appuntamenti del preserale.1
La durata della diretta assorbe anche il normale telegiornale serale. In alcuni passaggi Fede organizza apertamente davanti alle telecamere il lavoro della redazione e la preparazione dei servizi successivi: un elemento che rende visibile allo spettatore il carattere eccezionale e in parte improvvisato della copertura.
Alle 20.24 arriva un nuovo passaggio. Dopo aver ringraziato tecnici e collaboratori, Fede annuncia che il TG4 tornerà ad aggiornare gli spettatori «nel corso del film che sta per andare in onda». Il film previsto a seguire era I magnifici sette, in palinsesto alle 20.40.
Dopo oltre cinque ore di informazione continuativa, Rete 4 torna dunque verso la programmazione serale senza chiudere l’emergenza informativa: il film diventa lo spazio all’interno del quale il TG4 può continuare a intervenire con ulteriori aggiornamenti.
Rete 4 durante la lunga edizione straordinaria del pomeriggio dell’11 settembre 2001
Raidue: il TG interrompe The Practice, poi il telefilm riparte
Pochi minuti dopo l’intervento di Rete 4 arriva quello di Raidue.
Alle 15 era iniziato The Practice – Professione avvocati, episodio “Eutanasia”. Alle 15.16 il telefilm viene interrotto e parte un’edizione straordinaria del TG2 condotta da Sandro Petrone.
Lo stesso Petrone ha ricostruito quei minuti nel saggio NY anch’io, pubblicato nel volume Torri crollanti. Il giornalista racconta di essere stato informato del primo impatto alle 14.52, mentre stava entrando a Saxa Rubra. La notizia era ancora incerta: si ipotizzava persino che contro la torre potesse essersi schiantato un piccolo aereo, addirittura da turismo.
In redazione ci si chiede esplicitamente se vi siano già gli elementi sufficienti per interrompere le trasmissioni. Alle 15.03, davanti alle immagini del secondo aereo che colpisce l’altra torre, ogni dubbio viene meno. Petrone ricorda la reazione di un collega: non poteva più essere un incidente.
«Poco dopo sono in diretta», scrive. Quel “poco dopo” coincide con le 15.16.2
L’edizione straordinaria dura circa sedici minuti, poi termina. Raidue torna a The Practice e il telefilm riprende esattamente dal punto nel quale era stato interrotto. La scelta mostra che, in quel momento, la notizia viene ancora gestita come una parentesi straordinaria all’interno di un palinsesto che può proseguire.
Terminata la puntata di The Practice, Raidue torna nuovamente all’informazione con una lunga edizione straordinaria del TG2 condotta da Guido Barendson, che si protrae per oltre un’ora. Solo successivamente la rete lascia spazio a una lunga sequenza di documentari naturalistici della serie Eroi della natura.3
Tris di cuori salta, così come gran parte degli appuntamenti previsti nel pomeriggio. L’episodio “Lo zampognaro rosso”, che sarebbe dovuto andare in onda quel giorno, ricompare nel palinsesto di giovedì 13 settembre, quando Raidue recupera l’appuntamento rimasto fuori dalla programmazione del martedì precedente.
Poco prima delle 18 è in onda una puntata di Eroi della natura dedicata al mondo delle tarantole. Il documentario viene interrotto per il messaggio a reti unificate del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e, concluso l’intervento, riprende esattamente dal punto nel quale era stato sospeso.
Successivamente viene avviata un’altra puntata della stessa serie, Le tigri del Bengala. Anche questa volta il ritorno alla programmazione dura poco: il documentario resta in onda per poco più di 12 minuti, prima che Raidue torni nuovamente all’informazione poco prima delle 18.30. Intorno alle 18.29 Claudio Angelini interviene da New York; verso le 18.42 è invece in collegamento Paolo Longo da Gerusalemme. Restituita la linea allo studio, Guido Barendson dà anche notizia dell’atterraggio ad Atene del volo Saudi Arabian Roma-Gedda, interessato da un falso allarme bomba. L’aggiornamento si protrae per oltre venti minuti.4
Poco prima delle 20 Raidue torna ancora una volta alla programmazione con Zorro.
Alle 20.29 prende quindi avvio il lungo TG2 serale, che termina intorno alle 21.11. Anche la prima serata viene completamente ricostruita: va in onda uno speciale del TG2 Dossier dedicato a Osama Bin Laden, dal titolo Il principe del terrore, insieme a un episodio della serie Un caso per due. Nelle ore successive Raidue torna ancora all’informazione con una nuova edizione straordinaria del TG2 condotta da Barendson e Mariolina Sattanino. Più tardi, va in onda il TG2 Notte, anch’esso interamente dedicato alla cronaca della giornata.
Guido Barendson durante un’edizione straordinaria pomeridiana del TG2.
Italia 1: Sabrina alternata alle notizie
La gestione di Italia 1 segue una strada ancora diversa.
Alle 15 è in onda Non era la Rai, lo speciale celebrativo realizzato per il decennale dello storico programma di Gianni Boncompagni. La trasmissione, iniziata appena il giorno precedente, era prevista dalle 15 alle 15.30.
Alle 15.25 Studio Aperto interrompe il programma. Alla conduzione c’è Claudio Brachino.5
Il filmato conservato mostra, sui monitor dello studio, entrambe le Torri Gemelle ancora in piedi ma già in fiamme.
Dopo alcuni minuti Brachino si avvia chiaramente verso la conclusione dell’edizione: spiega che il tempo a disposizione è terminato e rimanda gli spettatori all’appuntamento ordinario delle 18.30, precisando che Studio Aperto sarebbe comunque tornato sui fatti nel corso del pomeriggio qualora vi fossero stati nuovi sviluppi. Proprio mentre sta per chiudere, riceve una telefonata sul telefono di servizio e aggiunge un’ultima informazione appena arrivata: gli aerei dirottati sarebbero partiti da Boston.
La sequenza chiarisce bene l’impostazione della rete in quel momento: quella delle 15.25 è una prima edizione straordinaria pensata per concludersi dopo pochi minuti e restituire la linea alla programmazione. Sarà l’evoluzione sempre più grave degli avvenimenti a spingere Italia 1 verso una copertura informativa più lunga.
Terminato il primo flash, infatti, Italia 1 torna ai programmi. Comincia Sabrina, vita da strega, episodio “I sogni si avverano”, previsto originariamente alle 15.30.
La puntata arriva alla normale pausa pubblicitaria di metà episodio. Terminati gli spot, Sabrina riprende, ma soltanto per pochi secondi: Studio Aperto interrompe nuovamente il telefilm.
Dopo questo secondo aggiornamento, Italia 1 torna ancora una volta a Sabrina. La sitcom viene portata a conclusione e soltanto allora parte una nuova edizione di Studio Aperto, questa volta molto più lunga.
Le interruzioni informative hanno nel frattempo accumulato diversi minuti di ritardo rispetto al palinsesto originario.
La conclusione di Sabrina può quindi essere collocata tra le 16.05 e le 16.10. È a quel punto che l’alternanza si chiude: dopo aver fatto convivere per un breve periodo la sitcom e gli aggiornamenti, Italia 1 passa alla lunga diretta informativa di Studio Aperto.
Studio Aperto durante gli aggiornamenti straordinari del pomeriggio.
Raiuno: dalle 15.27 non si torna più indietro
Molto più lineare il comportamento di Raiuno.
Alle 15 era iniziato il film Accadde in paradiso. Alle 15.27 il film viene interrotto e parte l’edizione straordinaria del TG1, inizialmente condotta da Ludovico Di Meo.
Da questo momento Raiuno non torna più alla normale programmazione. La prima lunga edizione straordinaria accompagna gli spettatori fino alle 18.00: saltano quindi il resto del film, La signora del West, il varietà delle 18 e Quiz Show con Amadeus, previsto alle 18.50.6
Alle 18.00 viene trasmesso a reti unificate il messaggio del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Subito dopo l’informazione riprende con una nuova lunga edizione straordinaria del TG1, condotta da Tiziana Ferrario, che prosegue fino alle 20.
Alle 20.00 parte il TG1 serale, interamente dedicato agli attentati e prolungato per quasi un’ora. Anche la prima serata viene così completamente riscritta: il palinsesto avrebbe previsto la seconda parte di Quiz Show alle 20.35 e, alle 20.50, la miniserie Tutto in quella notte.
Al loro posto, al termine del lungo telegiornale, Raiuno prosegue con uno speciale di Porta a Porta dedicato agli attacchi, in onda per oltre due ore e mezza. La copertura informativa continua poi nella notte con un’edizione straordinariamente lunga del TG1 Notte.
Su Raiuno, dunque, la rottura del palinsesto è definitiva già dal primo stacco delle 15.27: da quel momento la rete non utilizza più programmi di raccordo e rimane affidata all’informazione fino alla notte.
Ludovico Di Meo alla conduzione dell’edizione straordinaria del Tg1 iniziata alle 15,27
Canale 5: dai primi flash alla lunga diretta del TG5
Canale 5 offre la ricostruzione più complessa di quel pomeriggio.
Il palinsesto prevedeva alle 14.40 Ally McBeal, con l’episodio “Cambiamenti”; alle 15.30 Una bionda per papà, episodio “Un fantasma mascherato”; alle 16 il film tv I tre segreti. Nel tardo pomeriggio sarebbero dovuti andare in onda Verissimo, alle 18, e Passaparola, alle 18.40.
Fabio Tricoli ha ricostruito la rapidità con cui il TG5 si mobilitò. Dopo il secondo impatto delle 15.03, ricorda, non vi erano ormai più dubbi sulla natura dell’evento: bisognava interrompere i programmi, mentre Enrico Mentana raggiungeva in pochi minuti gli studi del Centro Palatino. La copertura del TG5 sarebbe poi proseguita, nelle parole dello stesso Tricoli, «quasi ininterrottamente» fino a notte fonda.7
Un primo flash straordinario del TG5 interrompe Ally McBeal. Terminato l’intervento informativo, Canale 5 torna temporaneamente ai programmi.
Canale 5 avvia quindi la messa in onda del film I tre segreti.
Durante il film compare anche un sottopancia che annuncia un’imminente edizione straordinaria del TG5: un particolare che indica come il nuovo appuntamento informativo fosse già stato predisposto mentre il film era ancora in corso.
Poco dopo il film viene interrotto e la linea torna a Enrico Mentana. Il direttore apre la nuova edizione con una frase significativa: «Forse lo sapete già…». Parole che acquistano un significato particolare alla luce del precedente flash e che si rivolgono a un pubblico già almeno in parte informato di quanto stava accadendo.
Una bionda per papà, prevista alle 15.30, salta: lo stesso episodio, Un fantasma mascherato, viene recuperato quattro giorni più tardi, sabato 15 settembre, alle 9.30 del mattino, in una collocazione inconsueta per la serie. Anche I tre segreti, interrotto nel pomeriggio dell’11 settembre, viene nuovamente programmato il successivo 3 ottobre.
Intorno alle 16 prende avvio la lunga diretta di Mentana, destinata a proseguire fino alle 22.48. Dopo il primo flash durante Ally McBeal, Canale 5 modifica quindi immediatamente la scaletta: accantona Una bionda per papà e anticipa I tre segreti rispetto all’orario previsto, utilizzando il film nello spazio rimasto disponibile prima della nuova edizione straordinaria.8
Il film assunse così, di fatto, la funzione di programma-ponte: un temporaneo ritorno alla programmazione mentre la redazione preparava una copertura informativa destinata a essere ben più lunga. Il sottopancia che scorre durante la pellicola, annunciando l’imminente edizione straordinaria del Tg5, rafforza questa lettura.
Con la successiva interruzione de I tre segreti cambia definitivamente la natura del pomeriggio di Canale 5. Da quel momento prende avvio la lunga diretta di Mentana e la possibilità di tornare alla normale programmazione viene abbandonata.
Nel corso della copertura lo stesso Mentana spiega agli spettatori che, per la gravità degli avvenimenti, non è possibile trasmettere Verissimo e Passaparola e che Canale 5 deve continuare a seguire quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Subito dopo compare Gerry Scotti, che conferma personalmente la mancata messa in onda di Passaparola, raccontando di aver appreso dei gravissimi fatti mentre si stava registrando la puntata.
È il passaggio definitivo: ciò che nelle prime fasi del pomeriggio era stato ancora gestito alternando informazione straordinaria e programmi si trasforma in una copertura continuativa dell’emergenza. Il palinsesto previsto per il resto della giornata viene accantonato.
Il TG5 nel corso della lunga diretta dedicata agli attentati.
Raitre: dalla Melevisione al palinsesto d’emergenza
L’interruzione rimasta più profondamente nella memoria collettiva è probabilmente quella di Raitre.
Alle 15.33 la rete sta trasmettendo in replica Tanti auguri a te, episodio 107 della terza stagione della Melevisione.
Prima dell’avvio del TG3 compare l’annunciatrice Peppi Franzelin, con un breve intervento che accompagna il passaggio dal programma destinato ai bambini alle immagini drammatiche provenienti dagli Stati Uniti.
Parte quindi un’edizione straordinaria del TG3, che prosegue per poco più di cinquanta minuti. Terminata la diretta, Franzelin torna in video e annuncia la messa in onda di Geo Magazine.
Il passaggio è significativo perché il palinsesto originario prevedeva alle 16 un lungo blocco di Rai Sport – Pomeriggio sportivo, con i Giochi del Mediterraneo e la Vuelta di Spagna, mentre Geo Magazine era in programma soltanto alle 17.30.
Raitre non torna quindi al programma interrotto e non riprende neppure il palinsesto dal punto nel quale avrebbe dovuto trovarsi. Al posto del pomeriggio sportivo costruisce una programmazione provvisoria, ricorrendo soprattutto a documentari e programmi di argomento naturalistico e geografico.9
Nel tardo pomeriggio il TG3 torna in onda attorno alle 17.20 con una nuova edizione straordinaria. Terminato l’aggiornamento, Raitre restituisce la linea a Geo Magazine. Alle 18.00 è proprio il programma documentaristico a essere sospeso per la messa in onda del messaggio a reti unificate del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Concluso l’intervento, Geo Magazine riprende.
Poco dopo, attorno alle 18.05, Raitre avvia l’episodio “Contare qualcosa” di Ai confini dell’Arizona. Il telefilm, però, dura poco meno di quindici minuti. alle 18.20 la puntata viene interrotta da una nuova edizione straordinaria del TG3. Intorno alle 18.27 Paola Sensini è in collegamento telefonico con Paolo Longo da Gerusalemme.
In coda all’edizione viene annunciato che Ai confini dell’Arizona non riprenderà. Raitre torna quindi a una programmazione documentaristica di raccordo prima del TG3 delle 19.10
Anche la fascia serale viene profondamente modificata. Il TG3 delle 19 si prolunga ben oltre la durata ordinaria e la programmazione prevista perde definitivamente la propria struttura: non vanno in onda né Blob né Un posto al sole.
Intorno alle 20 Raitre manda in onda un episodio di Matlock, “Tentazione”, previsto per il giorno successivo e anticipato come programma-ponte verso la prima serata.11
Alle 20.50 circa prende quindi il via uno speciale di TG3 Primo Piano, che occupa la prima serata per quasi due ore. La scelta sostituisce il film In fuga per tre e conferma il definitivo spostamento della rete verso un palinsesto costruito attorno all’emergenza.12
Più tardi, dopo alcuni brevi contenuti di raccordo, anche il TG3 Notte assume una durata eccezionale, proseguendo per quasi un’ora.
L’interruzione della Melevisione ebbe una particolarità ulteriore: portò improvvisamente le immagini dell’attacco in una fascia costruita per un pubblico infantile. Il brusco passaggio dai cartoni animati all’edizione straordinaria suscitò nei giorni successivi riflessioni e testimonianze sulla reazione dei bambini davanti a immagini che irrompevano senza mediazioni nel loro abituale spazio televisivo.13
La Stampa del 15 settembre, riportando una stima di Klaus Davi e Universal Media, riferì inoltre che l’edizione straordinaria del TG3 delle 15.33 era stata seguita da 266.354 bambini, con uno share del 25,83%. Il dato aiuta a spiegare perché quello stacco, più di molti altri, sia rimasto nella memoria di un’intera generazione.
Il TG3 durante la copertura degli attacchi al World Trade Center
Altre reti: La7 e MTV
Anche La7 modifica rapidamente il proprio pomeriggio. Il palinsesto prevedeva Oasi alle 15 e Lois & Clark alle 16, ma già alle 15.45 la normale programmazione ha lasciato spazio a un’edizione straordinaria del TG La7.
Alla conduzione c’è Damiano Ficoneri, affiancato in studio da Flavia Filippi e da Lucio Caracciolo, direttore di Limes, chiamato a commentare quanto sta accadendo. Alle loro spalle scorrono le immagini della CNN, che diventano una delle principali fonti visive attraverso cui la rete segue in diretta gli attentati.
La copertura prosegue anche nelle ore successive e alle 18.00 La7 trasmette, come le altre reti nazionali, il messaggio del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.14
Per un’emittente nata da pochi mesi dalle ceneri di TMC e ancora alla ricerca di una propria identità, quella giornata assume anche un significato particolare sul piano editoriale. La lunga attenzione riservata alle notizie mostra infatti le potenzialità della rete sul terreno dell’informazione continua, proprio mentre si discuteva della possibilità di accentuarne la vocazione informativa fino a trasformarla in un canale all news.15
Sulle ex frequenze di TMC2 trasmetteva ormai MTV Italia. Il palinsesto prevedeva alle 15 Mad 4 Hits, quindi MTV Trip, Summer Hits e Web Chart; il primo normale spazio informativo, Flash, sarebbe arrivato soltanto alle 18.
Diverse testimonianze ricordano interventi informativi straordinari anche nel corso del pomeriggio, segno che la rottura della normale programmazione coinvolse anche una rete costruita soprattutto sulla musica e su un pubblico giovane.
Il messaggio del presidente Carlo Azeglio Ciampi trasmesso su La7 alle 18.00 dell’11 settembre 2001.
L’11 settembre sulle televisioni locali
L’emergenza coinvolse anche numerose televisioni locali e regionali.
Anche Telenorba dedica uno spazio informativo pomeridiano agli attentati. L’emittente partecipa al sistema di collaborazione informativa collegato a Stream News, che coinvolge alcune delle principali televisioni regionali italiane.
La lombarda Telenova segue gli attentati in diretta, con ampio utilizzo delle immagini CNN. Anche Telecapri riprende nel pomeriggio le immagini della rete americana; il gruppo dispone già di una struttura informativa dedicata attraverso Telecapri News.
Fra le emittenti collegate al circuito Stream News figuravano inoltre Primocanale, Videolina e Antenna 3 Lombardia.
La copertura in diretta non riguarda dunque soltanto le grandi reti nazionali: anche l’emittenza locale modifica i propri palinsesti e cerca accesso alle immagini internazionali per seguire l’emergenza.
Telenova rilancia le immagini della CNN durante la copertura dell’11 settembre 2001
L’onda lunga sui palinsesti
Lo sconvolgimento non si esaurì nella notte dell’11 settembre.
Il 12 settembre Raiuno propose ancora uno speciale di Porta a Porta; Raitre sostituì Turisti per caso con Una giornata particolare di Ettore Scola; Italia 1 cancellò nuovamente Festivalbar e Pressing Champions League, sostituendoli con film. Le finali del Festivalbar, inizialmente previste l’11 e il 12, sarebbero state rinviate al 17 e 18 settembre. Anche il debutto della seconda edizione del Grande Fratello, previsto su Canale 5 per giovedì 13, venne spostato al 20 settembre.
La7 il 12 settembre propose una lunga edizione del telegiornale dalle 18.30, seguita alle 21 da uno speciale di Gad Lerner; il giorno successivo Raidue affidò la prima serata a Michele Santoro con lo speciale Siamo tutti americani?.16
Venerdì 14 settembre, infine, la programmazione si fermò ancora a reti unificate a mezzogiorno per i tre minuti di silenzio proclamati in tutta Europa. L’11 settembre aveva dunque smontato i palinsesti in poche ore, ma la sua onda lunga continuò a ridisegnarli per diversi giorni.
Un palinsesto che cambiava in diretta
Venticinque anni dopo, la ricostruzione restituisce un’immagine meno schematica di quella fissata dalla memoria. Non ci fu un unico minuto nel quale tutte le reti “passarono all’11 settembre”: ci furono flash brevi, ritorni ai programmi, nuovi stacchi, trasmissioni anticipate, appuntamenti cancellati e, infine, lunghe dirette.
È nei dettagli che si vede meglio il cambiamento. The Practice riparte dal punto esatto in cui era stato fermato; Sabrina viene interrotta e poi ripresa; I tre segreti viene anticipato e diventa un programma-ponte verso il TG5; la Melevisione cede improvvisamente il posto alle immagini del TG3. Ogni rete impiega pochi minuti, e in modo diverso, per capire che le regole ordinarie del palinsesto non bastano più.
La ricostruzione delle tre reti Rai mostra con particolare evidenza questa diversità. Raiuno, dopo l’interruzione di Accadde in paradiso alle 15.27, sceglie la continuità informativa e non torna più alla normale programmazione fino alla notte. Raidue e Raitre seguono invece una strada differente: le edizioni straordinarie si alternano a programmi di raccordo, mantenendo il palinsesto in una condizione provvisoria e pronto a essere nuovamente interrotto.
Colpisce soprattutto il ricorso ai documentari. Su Raidue intere sequenze di programmi naturalistici prendono il posto dei telefilm previsti; su Raitre Geo Magazine e altri contenuti geografici e naturalistici occupano gli spazi lasciati liberi dal palinsesto saltato. Sono programmi già disponibili, modulari, facilmente sacrificabili e dal registro relativamente neutro: contenuti adatti a riempire l’attesa senza restituire allo spettatore l’impressione che la normale giornata televisiva fosse davvero ricominciata.
In quelle ore Raidue e Raitre costruiscono così un vero e proprio palinsesto d’emergenza: programmi-cuscinetto fra una finestra informativa e l’altra, mentre le redazioni restano pronte a riprendere la linea in presenza di nuovi sviluppi. La diversa organizzazione delle tre reti potrebbe aver risposto anche alla necessità di distribuire corrispondenti, collegamenti e risorse tecniche fra le diverse testate Rai, evitando una sovrapposizione continua delle stesse fonti informative.17
L’11 settembre, dunque, non interruppe semplicemente i palinsesti: per alcune ore ne modificò la stessa funzione. La programmazione non serviva più a scandire ordinatamente la giornata televisiva, ma diventava qualcosa di provvisorio, costruito e modificato quasi minuto per minuto in attesa della notizia successiva.
È questo che rende quelle registrazioni ancora così interessanti: non mostrano soltanto ciò che accadeva a New York, ma anche la televisione italiana mentre decideva, in tempo reale, come raccontare un evento per il quale nessun palinsesto era preparato. Il modo in cui quei programmi si fermarono, ripresero o scomparvero è diventato parte della memoria televisiva di quel giorno.
F. Fornario, «Mediaset a reti unificate», Film.it, 14 settembre 2001. ↩︎
S. Petrone, «NY anch’io», in M. Morcellini (a cura di), Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, FrancoAngeli, Milano, 2003. ↩︎
Nella fascia pomeridiana vengono trasmesse diverse puntate della serie documentaristica Eroi della natura. La puntata Le tigri del Bengala risulta trasmessa per soli 12 minuti e 38 secondi, a differenza degli altri episodi utilizzati nel corso del pomeriggio. ↩︎
Uno zapping registrato quel pomeriggio, sincronizzato sul messaggio di Ciampi delle 18.00, consente inoltre di collocare Claudio Angelini su Raidue circa 28 minuti e 42 secondi più tardi e Paolo Longo da Gerusalemme intorno alle 18.42; in studio conduce Guido Barendson. ↩︎
M. Falcioni, «11 settembre 2001, il racconto di una giornata televisiva banale. Fino alle 14.46», TVBlog, 10 settembre 2021. ↩︎
La prima edizione straordinaria del TG1 dura 2 ore, 32 minuti e 24 secondi; la seconda, con Tiziana Ferrario, 1 ora, 59 minuti e 3 secondi. Il TG1 delle 20 dura 56 minuti e 27 secondi; lo speciale di Porta a Porta 2 ore, 36 minuti e 7 secondi; il successivo TG1 Notte 1 ora, 2 minuti e 52 secondi. ↩︎
F. Tricoli, «Edizione straordinaria: impatto redazionale e rappresentazione televisiva dell’evento», in M. Morcellini (a cura di), Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, FrancoAngeli, Milano, 2003, pp. 295-308. ↩︎
La programmazione pomeridiana comprende diversi blocchi di Geo Magazine e altri prodotti documentaristici. ↩︎
L’episodio Contare viene trasmesso per una durata di appena 14 minuti e 46 secondi. Avviato attorno alle 18.05, viene interrotto intorno alle 18.20. ↩︎
Matlock – Tentazione ha una durata di circa 45 minuti e compare nella programmazione prevista di Raitre per il 12 settembre alle 13.10. La sua presenza nella serata precedente indica il recupero anticipato di un episodio già pronto per l’emissione, utilizzato come programma di raccordo nel palinsesto d’emergenza. ↩︎
[r. mas.], «Dirette non stop e siti Internet presi d’assalto», La Stampa, 12 settembre 2001, p. 14. ↩︎
O. Pagone, «Dopo i cartoni animati lo choc: “ma è un film?”», La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 settembre 2001, p. 2; G. Barbiellini Amidei, «Il dolore mostrato ai bambini. Ma quella tragedia non è un gioco», Corriere della Sera, 15 settembre 2001. ↩︎
«Per il presidente in 12 mln davanti alla televisione», l’Unità, 13 settembre 2001, p. 15. ↩︎
N. Rangeri, «La violenza delle immagini e quella delle parole», il manifesto, 13 settembre 2001. ↩︎
A. Laffranchi, «Spazio ai Tg, fermi “Grande Fratello” e varietà», Corriere della Sera, 13 settembre 2001. ↩︎
L’ipotesi sulla distribuzione fra le tre reti di corrispondenti e risorse tecniche costituisce una lettura interpretativa della successione delle finestre informative. ↩︎
Doxa contro Abacus, Rai contro Fininvest: exit poll, proiezioni, maratone e televisioni locali nel lunedì dello scrutinio
Il 5 e 6 aprile 1992 gli italiani tornarono alle urne per rinnovare la Camera e il Senato, a cinque anni dalle precedenti elezioni politiche. Il risultato avrebbe modificato profondamente gli equilibri parlamentari, indebolendo i partiti che avevano governato fino ad allora e aprendo una fase di crescente frammentazione del quadro politico.
Ma mentre cominciava lo spoglio delle schede, un’altra competizione era già in corso davanti ai televisori.
Per la prima volta Canale 5 e Italia 1 entravano direttamente nella grande sfida dei risultati elettorali, contendendo alla Rai il terreno delle proiezioni, dei collegamenti e dei commenti in tempo reale. Doxa contro Abacus, Bruno Vespa contro Enrico Mentana, servizio pubblico contro Fininvest: il lunedì dello scrutinio si trasformò così in una lunga corsa televisiva nella quale anche pochi minuti di anticipo potevano assumere il valore di una vittoria.1
La giornata televisiva comincia prima delle 14
Le urne sarebbero rimaste aperte fino alle 14, ma i programmi elettorali cominciarono prima.
Alle 13.20 Canale 5 trasmise Vincitori e vinti, lo speciale del TG5 diretto da Enrico Mentana. Alle 13.45 partì su Raiuno lo Speciale elezioni politiche ’92 del TG1, guidato da Bruno Vespa. Alle 14 si aggiunsero Elezioni sul Tre, condotto da Italo Moretti, e lo speciale di Studio Aperto su Italia 1, con Emilio Fede e Gianfranco Funari.2
Raidue affidò a Mimmo Liguoro la parte centrale della propria copertura, inserita all’interno di Detto tra noi, mentre Raitre costruì un racconto più articolato, nel quale convivevano informazione, satira e approfondimento. In serata Andrea Barbato e Gad Lerner avrebbero condotto Voto dopo voto, seguito da una seconda parte dello speciale e da una nuova finestra notturna di Elezioni sul Tre.
La maratona non comportò però la completa cancellazione dei normali palinsesti. Raiuno trasmise in prima serata il film Il caso Justin; Raidue mantenne L’ispettore Derrick; Canale 5 lasciò spazio nel pomeriggio a Bim Bum Bam, alle 19 alla Ruota della fortuna e, in prima serata, al film C’era un castello con 40 cani.
La “non-stop” annunciata dai giornali non coincideva dunque sempre con una diretta ininterrotta. Le elezioni diventavano piuttosto la struttura portante della giornata: riapparivano nei telegiornali, interrompevano o affiancavano i programmi ordinari e tornavano in primo piano ogni volta che arrivava un nuovo dato.3
Bruno Vespa durante “Elezioni Uno ’92”, in collegamento con Pier Ferdinando Casini dalla sede della Democrazia cristiana
Il debutto dell’exit poll nella diretta elettorale
Per gran parte del pubblico italiano, le politiche del 1992 rappresentarono il primo incontro con uno strumento ancora sconosciuto: il sondaggio realizzato all’uscita dai seggi, destinato a diventare familiare con il nome di exit poll.
Il meccanismo era diverso da quello delle tradizionali proiezioni. Agli elettori veniva consegnata una scheda simile a quella appena utilizzata nell’urna, da compilare anonimamente e depositare in una busta sigillata. La rilevazione della Doxa coinvolse circa quindicimila persone e fu presentata come un esperimento: l’obiettivo era ottenere una prima indicazione sugli orientamenti dell’elettorato senza attendere lo scrutinio delle schede reali.4
La gara televisiva cominciò addirittura a ridosso della chiusura dei seggi. Alle 13.50 la Doxa decise di diffondere il proprio sondaggio sperimentale, anticipando il momento nel quale sarebbero cominciate le operazioni di spoglio. Le prime percentuali arrivarono quindi sui teleschermi quando la competizione per le proiezioni non era ancora formalmente iniziata.5
Alle 14.01 Raiuno presenta il sondaggio Doxa all’uscita dai seggi, confrontando le stime con i risultati della Camera del 1987.
La rilevazione, commissionata dal TG1, indicava immediatamente alcune tendenze destinate a trovare conferma nelle ore successive: il forte arretramento della Democrazia cristiana, la crescita della Lega Nord e l’assenza di una maggioranza per il quadripartito.
Le politiche del 1992 segnarono così l’ingresso dell’exit poll nella grande diretta elettorale italiana. Era ancora uno strumento sperimentale, accolto con prudenza dagli stessi conduttori, ma consentiva alla televisione di mostrare una prima immagine del voto in attesa dell’arrivo dei risultati effettivi.
Exit poll e proiezioni: due strumenti diversi
L’exit poll ricostruiva il voto attraverso le dichiarazioni degli elettori. Le proiezioni, invece, partivano dalle schede realmente scrutinate in un campione di sezioni selezionate perché ritenute rappresentative del Paese.
Per le elezioni del 1992 furono individuate circa seicento sezioni sulle 88.654 presenti in tutta Italia. I risultati venivano comunicati telefonicamente alle centrali di elaborazione, corretti in base alla provenienza geografica e progressivamente aggiornati mentre procedeva lo spoglio.
La Rai si affidava alla Doxa, mentre le reti Fininvest ricevevano le proprie elaborazioni dall’Abacus. Su questo terreno la sfida diventò una vera gara al cronometro.
Poco dopo le 15 cominciò a circolare una proiezione Doxa sul Senato contrassegnata dall’orario delle 15.09. Alle 15.14 il dato apparve su Raitre e, pochi secondi più tardi, anche sulle altre due reti Rai. Enrico Mentana dovette invece aspettare fino alle 15.25 per ricevere la prima proiezione dell’Abacus.6
Il vantaggio iniziale della Rai fu quindi di circa dieci minuti. Fininvest riuscì successivamente a recuperare, precedendo la concorrente nella diffusione di alcune proiezioni relative alla Camera. Non esisteva un unico traguardo: ogni aggiornamento apriva una nuova sfida e consentiva alle reti di rivendicare, almeno per qualche minuto, di essere arrivate per prime.
I risultati raccontati come una partita
Il giorno successivo Aldo Grasso individuò nelle trasmissioni elettorali uno «stile calcistico».7 L’accostamento descrive efficacemente il modo in cui le reti costruirono il racconto.
Le percentuali apparivano come risultati su un tabellone. I segretari dei partiti commentavano vittorie, sconfitte e recuperi come allenatori al termine di una partita. I collegamenti passavano dagli studi televisivi alle sedi politiche con un ritmo simile a quello delle trasmissioni sportive della domenica. Doxa e Abacus diventavano il vero “campo centrale” dal quale poteva arrivare, in qualsiasi momento, un nuovo risultato.
Anche il linguaggio dei conduttori contribuiva a trasformare lo scrutinio in una competizione. Mentana sollecitava ripetutamente l’Abacus, chiedendo quanto mancasse all’arrivo delle prime proiezioni. Emilio Fede annunciava di voler giocare tutto «sul tempo, sui minuti». Vespa sincronizzava gli orologi con i collaboratori della Doxa.
La concorrenza non riguardava soltanto la rapidità. Contavano gli ospiti, la capacità di ottenere un collegamento con il protagonista del momento e la possibilità di offrire qualcosa di diverso rispetto alle altre reti.
Giorgio Forattini preparava vignette per il TG5. Raitre coinvolgeva Sergio Staino, Ellekappa e i protagonisti di Avanzi. Italia 1 affidava la prima serata a Giuliano Ferrara con uno speciale de L’Istruttoria. Nella notte Canale 5 trasferiva il racconto delle elezioni al teatro Parioli con il Maurizio Costanzo Show.
Politici, giornalisti e commentatori passavano inoltre da una rete all’altra: Ferrara compariva con Mentana e con Fede, Mentana interveniva da Ferrara, esponenti della Rai partecipavano ai programmi Fininvest e gli ospiti finivano poi per ritrovarsi da Costanzo. Nel complesso, le principali reti superarono le cinquanta ore di programmazione elettorale.8
La maratona mescolava così informazione, dibattito, satira e spettacolo. Il risultato non era più soltanto una cifra comunicata dal telegiornale, ma un racconto costruito in diretta e continuamente rilanciato dalla concorrenza.
Quando la diretta sfugge al copione
La tensione della giornata produsse anche alcuni momenti destinati a dominare le cronache televisive del giorno successivo.
Intorno alle 19 Raiuno si collegò con la sede del Partito repubblicano per raccogliere il commento di Giorgio La Malfa. Il segretario del PRI accusò il TG1 e il TG2 di avere marginalizzato durante la campagna elettorale i repubblicani, la Lega e La Rete. Bruno Vespa reagì ricordando il sistema di lottizzazione della Rai e il confronto si trasformò rapidamente in una lite, con le voci sovrapposte e La Malfa che arrivò a chiedere implicitamente le dimissioni del direttore del TG1.9
L’episodio ebbe una seconda vita televisiva poche ore dopo. Durante L’Istruttoria, Giuliano Ferrara mandò in onda il replay dello scontro avvenuto sulla rete concorrente. Era una televisione che non si limitava più a raccontare la politica: osservava, riproponeva e commentava in tempo quasi reale ciò che stava accadendo sugli altri canali.
Ma anche lo studio di Italia 1 finì fuori copione. Gianfranco Funari, che avrebbe dovuto affiancare Ferrara, contestò lo spazio riservato al proprio gruppo di ospiti. Dopo un breve battibecco annunciò che se ne sarebbe andato e abbandonò platealmente la trasmissione, seguito dalle persone che erano con lui.
In una giornata nata come gara tra percentuali, furono così due scontri verbali a diventare alcuni dei momenti televisivi più ricordati.
Quattrocentocinquanta pagine di Televideo
La diretta non era l’unico modo per seguire lo scrutinio.
Per quelle elezioni la Rai predispose oltre 450 pagine di Televideo, aggiornate dalle 14 del 6 aprile fino alle 20 del giorno successivo. L’indice generale dello speciale si trovava a pagina 303; le pagine 101 e 102 raccoglievano le ultime notizie, mentre altre sezioni erano riservate alle proiezioni, ai dati regionali, alle circoscrizioni e agli eletti.10
Televideo consentiva allo spettatore di sottrarsi momentaneamente ai tempi decisi dai conduttori. Bastava digitare il numero di una pagina per cercare una regione, un collegio o una percentuale che in quel momento non trovava spazio nella trasmissione.
Nel 1992 la consultazione dei risultati passava dunque anche attraverso quello schermo silenzioso fatto di caratteri colorati, pagine numerate e aggiornamenti attesi davanti al televisore.
Telemontecarlo e lo scrutinio fuori dalla sfida principale
Anche Telemontecarlo seguì le elezioni, pur senza trasformare l’intero palinsesto in una maratona.
La rete predispose aggiornamenti all’interno di TMC News, collegamenti con il Viminale e con le sedi dei partiti e una serie di brevi flash di cinque minuti distribuiti nel pomeriggio e nella serata. Era una copertura meno invasiva, inserita all’interno della programmazione ordinaria e concentrata sui momenti nei quali arrivavano nuovi dati.11
Ma la mobilitazione televisiva non si fermò alle reti nazionali.
Lo scrutinio sotto casa: le televisioni locali
Mentre Rai e Fininvest si contendevano la prima percentuale nazionale, le emittenti locali potevano avvicinare lo spettatore allo scrutinio del proprio territorio.
In Piemonte, GRP programmò tre appuntamenti con i risultati, alle 20, alle 21 e alle 23, collegandosi in diretta con la Sala Marmi del Comune di Torino. Quartarete propose uno Speciale elezioni alle 20, mentre Videogruppo proseguì fino a notte con Elezioni in diretta alle 0.30.12
In Valle d’Aosta la sede regionale della Rai ottenne tre spazi in diretta su Raitre. Il primo, tra le 18 e le 18.52, seguì l’arrivo dei dati provvisori dei 74 comuni valdostani dalla sala stampa allestita nel palazzo regionale. Un secondo collegamento cominciò alle 19.30; l’ultimo, tra le 23.30 e mezzanotte, fu dedicato ai risultati definitivi e ai primi commenti. La sede di Aosta fu l’unica struttura regionale della Rai a ottenere una diretta specificamente dedicata alle elezioni politiche.13
Anche a Bari lo scrutinio mobilitò diverse emittenti, con formule molto diverse.
Telebari mandò in onda Elettoshock dalle 17 alle 24, coinvolgendo l’intera redazione, i comici Tati e Tata e il pubblico attraverso un quiz a premi. Oggi TV cominciò invece già alle 13.45 con una puntata di Oggi Informazione, trasmessa contemporaneamente su Radio Primo Piano. La diretta prevedeva collegamenti con le prefetture di Bari e Foggia, giornalisti, politologi e commentatori in studio e sarebbe proseguita fino alla disponibilità dei risultati definitivi.14
A queste esperienze si aggiungeva l’emittente VideoEmme affiliata al circuito Cinquestelle. Alle 16 era in programma Puglia Vota, una diretta non-stop sull’andamento elettorale dei candidati pugliesi. La trasmissione aveva una dimensione dichiaratamente regionale.15
L’inserzione di Cinquestelle VideoEmme per “Puglia vota”, la diretta elettorale del 6 aprile 1992 dedicata ai candidati pugliesi. La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 aprile 1992, p. 19
Telebari, Oggi TV e VideoEmme rappresentavano tre modi diversi di raccontare lo stesso evento. Telebari sceglieva una formula popolare, nella quale lo scrutinio si mescolava con comicità e partecipazione del pubblico. Oggi TV puntava invece sulla raccolta dei dati e sul collegamento diretto con gli uffici territoriali. VideoEmme concentrava lo sguardo sulla dimensione regionale del voto e sui candidati pugliesi.
La funzione delle televisioni locali emergeva proprio da questa differenza. Le reti nazionali cercavano di anticipare il risultato complessivo; le emittenti cittadine e regionali potevano seguire lo spoglio più vicino agli spettatori, comune per comune e prefettura per prefettura.
Il 6 aprile 1992 non fu quindi una grande giornata televisiva soltanto negli studi di Roma e Milano. La corsa ai risultati coinvolse anche redazioni regionali e locali, ciascuna con risorse, linguaggi e pubblici differenti.
L’ultima gara si gioca sull’Auditel
Il giorno successivo la competizione si spostò dalle proiezioni agli ascolti.
Tra le 14 e le 20.30 le tre reti Rai ottennero complessivamente una media di 6 milioni e 795 mila spettatori, con il 49,83% di share. Le tre reti Fininvest raggiunsero, nella stessa fascia, 4 milioni e 923 mila spettatori e il 36,10%.16
Lo speciale di Raiuno condotto da Vespa, distribuito su 347 minuti, registrò una media di 2 milioni e 370 mila spettatori e il 18,55% di share. Canale 5 replicò però allargando il confronto alla fascia compresa tra le 14 e le 2 di notte: in quell’intervallo risultò davanti a Raiuno con il 19,44% contro il 18,76%.
Nella notte il Maurizio Costanzo Show raggiunse il risultato più vistoso: le tre ore di diretta dal Parioli dedicate alle elezioni ottennero il 31,34% di share.
Anche l’Auditel permetteva quindi letture differenti. La Rai prevaleva nel confronto complessivo del pomeriggio; Canale 5 rivendicava la vittoria sulla fascia più lunga; Costanzo dominava la parte notturna. Come era già accaduto per le proiezioni, ciascuna rete poteva scegliere il proprio traguardo e dichiararsi vincitrice.
Una nuova competizione televisiva
Riguardata oggi, la giornata del 6 aprile 1992 mostra un sistema televisivo nel quale convivevano abitudini consolidate e nuovi elementi di competizione.
La Rai conservava la propria tradizione nelle grandi dirette elettorali, ma non era più sola. Il TG5, nato da pochi mesi, e Studio Aperto consentivano a Fininvest di disputare al servizio pubblico il terreno dell’informazione in tempo reale. L’exit poll anticipava la ricerca immediata del risultato; le proiezioni diventavano una corsa al minuto; gli ospiti attraversavano studi concorrenti; Televideo permetteva di consultare centinaia di pagine di dati; le televisioni locali portavano lo scrutinio nei comuni e nelle prefetture.
Quella del 6 aprile 1992 fu una giornata nella quale il risultato elettorale smise definitivamente di essere soltanto una notizia da comunicare.
Divenne una lunga narrazione in diretta, costruita attraverso velocità, concorrenza, immagini, scontri e spettacolo. Una partita televisiva parallela a quella delle urne, combattuta fino a notte fonda per conquistare il primo dato e, insieme, l’attenzione degli spettatori.
Redazione, “Proiezioni voto, una tele-guerra”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 aprile 1992, p. 2. ↩︎
G. C., “Scorpacciata elettorale in Tv”, Corriere della Sera, 6 aprile 1992, p. 2 ↩︎
Gianna Besson, “Rai contro Fininvest. Il bello del voto in diretta”, Il Mattino, 4 aprile 1992. ↩︎
Liliana Madeo, “Sorpresa, gli italiani sono sinceri”, La Stampa, 7 aprile 1992, p. 8. ↩︎
Antonio Ferrari, “Guerra a chi acchiappa risultati”, Corriere della Sera, 7 aprile 1992. ↩︎
Loredana Bartoletti, “La Malfa processa Vespa in diretta”, la Repubblica, 7 aprile 1992, p. 15; “Non stop elezioni”, registrazione audio e trascrizione automatica, Radio Radicale, 6 aprile 1992. ↩︎
Aldo Grasso, “Stile calcistico nelle trasmissioni elettorali”, Corriere della Sera, 7 aprile 1992, p. 11. ↩︎
Loredana Bartoletti, “La Malfa processa Vespa in diretta”, la Repubblica, 7 aprile 1992, p. 15; “Non stop elezioni”, registrazione audio e trascrizione automatica, Radio Radicale, 6 aprile 1992. ↩︎
Loredana Bartoletti, “La Malfa processa Vespa in diretta”, la Repubblica, 7 aprile 1992, p. 15; “Non stop elezioni”, registrazione audio e trascrizione automatica, Radio Radicale, 6 aprile 1992. ↩︎
G. C., “Scorpacciata elettorale in Tv”, Corriere della Sera, 6 aprile 1992, p. 2 ↩︎
Redazione, “Proiezioni voto, una tele-guerra”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 aprile 1992, p. 2 ↩︎
Redazione, “Oggi in TV”, Stampa Sera, 6 aprile 1992, p. 20. ↩︎
S. A. B., “Tre dirette tv per i risultati delle elezioni”, La Stampa, 5 aprile 1992, p. 40. ↩︎
Redazione, “Speciale elettorale in Tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 aprile 1992, p. 14. ↩︎
Inserzione promozionale, “Puglia Vota”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 aprile 1992, p. 19. ↩︎
Franzi De Palma, “La Rai ha vinto la maratona tv”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 aprile 1992, p. 3. ↩︎
Per molti anni una diretta calcistica della Rai poteva essere visibile in quasi tutta Italia e scomparire proprio nei luoghi più vicini allo stadio in cui si disputava la partita.
Nelle guide televisive bastavano poche parole, spesso inserite tra parentesi accanto al programma: «con esclusione della zona di…». Per gli spettatori interessati significava che, all’ora della partita, sulla stessa rete sarebbe comparso qualcos’altro.
Era il sistema degli oscuramenti territoriali, utilizzato soprattutto per evitare che la diretta televisiva sottraesse pubblico pagante agli stadi. Si trattava generalmente di una decisione presa dalla Rai di concerto con le società calcistiche, Lega e Federazione, le quali avevano un ruolo nella concessione della diretta e nella definizione delle condizioni con cui trasmetterla.1
Il risultato, però, era tutto televisivo. La Rai doveva fare in modo che su una grande porzione del territorio nazionale andasse in onda la partita e che, contemporaneamente, su una porzione limitata fosse trasmesso un film o un altro programma sostitutivo.
Una televisione diversa a seconda della città
La pratica attraversò diversi decenni e riguardò competizioni molto differenti: Nazionale, coppe europee, Coppa Italia e, in determinate circostanze, anche campionato.
Ancora nei primi anni Novanta l’indicazione compariva normalmente nei palinsesti. L’8 gennaio 1992, per esempio, Lecce-Pescara di Serie B fu trasmessa da Raitre con l’esclusione della zona di Lecce.2
Particolarmente chiaro è il caso della finale di Coppa Italia 1993-94 tra Ancona e Sampdoria. Il Radiocorriere TV del 6 aprile 1994 annunciava Ancona-Sampdoria su Raiuno precisando «con esclusione zona di Ancona». Due settimane dopo, per il ritorno del 20 aprile, la formulazione si capovolgeva insieme al campo di gioco: Sampdoria-Ancona, «con esclusione della zona di Genova».3
Sampdoria-Ancona, finale di ritorno di Coppa Italia, nel palinsesto di Raiuno del 20 aprile 1994. Fonte: Radiocorriere TV, 20 aprile 1994, p. 84.
Per il telespettatore era una consuetudine riconoscibile. La partita era regolarmente presente nel palinsesto nazionale, ma la nota avvertiva che non tutti l’avrebbero vista.
Un esempio emblematico che permette di comprendere con particolare precisione il principio economico che giustificava questa prassi è quello del 21 dicembre 1994. In quella data era stato programmato il recupero della gara di serie A tra Torino e Milan, incontro rinviato per la concomitanza di un impegno internazionale della formazione rossonera. La gara venne trasmessa alle 14,30 su Raidue, ad esclusione della zona di Torino.
La soluzione consentiva alla società granata di salvaguardare l’incasso dello stadio e contemporaneamente di ricevere il compenso televisivo: la Rai avrebbe, infatti, versato circa 250 milioni di lire.4
La diretta, quindi, era preziosa, purché non entrasse nelle case dei potenziali spettatori dello stadio.
Ma a cosa corrispondeva davvero la “zona esclusa”?
La formula dei palinsesti faceva pensare a un confine preciso: zona di Torino, zona di Milano, zona di Parma. La realtà della televisione analogica era molto meno ordinata.
I segnali Rai non seguivano i confini delle province o delle regioni. Un grande centro trasmittente poteva servire territori molto vasti e sconfinare nelle regioni confinanti.5 Di conseguenza, per impedire la visione della partita nella città interessata si rischiava di oscurare il segnale anche agli spettatori che con quella città non avevano nulla a che fare.
Il problema era noto da molto tempo.
Già nel 1967 arrivò alla Camera il caso di Piacenza, rimasta coinvolta negli oscuramenti disposti per partite giocate a Milano o Torino. Nell’interrogazione parlamentare veniva chiamato direttamente in causa il trasmettitore di Monte Penice: intervenire sul segnale destinato alle aree da escludere poteva produrre conseguenze anche sul territorio piacentino.6
Quasi trent’anni dopo lo stesso nome, Monte Penice, sarebbe ricomparso in una vicenda sorprendentemente simile.
Parma-Foggia e la partita oscurata a Vercelli
Il 12 aprile 1995 Raidue trasmise Parma-Foggia, ritorno della semifinale di Coppa Italia. La partita era annunciata in diretta con la sola esclusione della zona di Parma.
Ma quando arrivò il momento della gara, anche i telespettatori collegati da Vercelli rimasero senza calcio.
Il giorno successivo la stampa locale segnalò il problema riportando il malcontento degli spettatori televisivi della zona.
La sorpresa era stata ancora maggiore perché la normale programmazione di Raidue aveva accompagnato gli spettatori fino all’inizio della diretta. Terminati i programmi precedenti, venne annunciato il collegamento con la partita. A quel punto, però, nelle zone coinvolte dall’oscuramento comparve al suo posto la replica di un film con Carlo Verdone.
Vercelli, evidentemente, era finita dentro quella che televisivamente veniva considerata la “zona di Parma”.
Non era neppure la prima volta. Un problema analogo si era verificato l’anno precedente in occasione di un’altra gara di Coppa Italia, Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994. La spiegazione Rai chiamava in causa proprio Monte Penice. Per oscurare Parma era necessario intervenire su un impianto che serviva anche una parte consistente del Piemonte.7
La geografia televisiva aveva prevalso su quella amministrativa.
Il paradosso era evidente: una limitazione pensata per proteggere l’incasso del Tardini finiva per coinvolgere telespettatori residenti a oltre cento chilometri da Parma, ben al di fuori dell’area che si intendeva tutelare.
Un sistema sempre più difficile da controllare
La vicenda non passò inosservata.
Il 14 aprile 1995, dalle colonne della Stampa, Gian Paolo Ormezzano tornò sull’argomento.
Il giornalista ricordava sia Parma-Foggia sia Juventus-Lazio, altra semifinale giocata il giorno precedente, che era stata oscurata nell’area torinese e sottolineava due problemi ormai evidenti.
Il primo era economico. Nonostante l’esclusione televisiva, allo stadio si erano presentati circa 10.900 paganti a Torino e 7.170 a Parma: numeri che rendevano discutibile l’effettiva capacità dell’oscuramento di riportare il pubblico sugli spalti.
Il secondo problema era tecnologico. In alcune località teoricamente oscurate il segnale della partita poteva comunque essere captato; in altre, che non avrebbero dovuto essere interessate dall’esclusione, la gara scompariva.8
Era il limite strutturale di un sistema nato in un’altra epoca televisiva. Con antenne sempre più efficienti e segnali provenienti da impianti diversi, stabilire con precisione chi dovesse vedere una partita e chi no diventava sempre più difficile.
Gli inconvenienti non riguardavano soltanto il Nord Italia. In altre zone del Paese la copertura dei grandi trasmettitori superava ugualmente i confini regionali. Le testimonianze relative alle partite del Napoli, per esempio, ricordano località del Lazio meridionale servite dai segnali provenienti dalla Campania che potevano essere coinvolte negli oscuramenti predisposti per le gare casalinghe della squadra partenopea.
Il tramonto delle “zone escluse”
Parma-Foggia del 12 aprile 1995 segna il punto terminale della pratica documentata degli oscuramenti territoriali Rai. Nelle finali della stessa Coppa Italia, Juventus-Parma del giugno successivo, l’annotazione non compare più. La stessa cosa avviene nelle dirette della stagione 1995-96: anche Sampdoria-Juventus, anticipo di Serie A trasmesso da Raiuno il 13 aprile 1996, viene annunciata senza alcuna esclusione della zona di Genova.
Il passaggio è significativo. Nei giorni di Parma-Foggia gli oscuramenti erano ancora applicati, ma venivano ormai apertamente contestati per la loro efficacia economica e per gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete dei trasmettitori. Nelle successive dirette calcistiche quella formula che per decenni aveva accompagnato i palinsesti Rai scompare.
Un calcio televisivo che stava cambiando
Erano anche gli ultimi mesi di un sistema di diritti televisivi destinato a trasformarsi rapidamente.
Il contratto tra Rai e Lega sarebbe scaduto nel 1996. Nell’estate di quell’anno la nuova gara per i diritti avrebbe modificato profondamente il mercato, con il gruppo Cecchi Gori, proprietario di TMC, tra i protagonisti della competizione per i nuovi pacchetti calcistici e con una frammentazione dell’offerta ormai lontana dal modello nel quale la televisione pubblica gestiva quasi da sola le grandi dirette in chiaro.9
È però evidente che il contesto nel quale le “zone escluse” erano nate stava scomparendo.
Il nuovo mercato televisivo non cancellò immediatamente la preoccupazione per gli incassi degli stadi. Quando nel 1996 Telepiù preparò il nuovo servizio pay-per-view, anche l’accesso alle partite a pagamento prevedeva inizialmente limitazioni per gli spettatori residenti nella provincia della squadra di casa. La vecchia “zona esclusa” stava però cambiando natura: non era più necessario intervenire su un trasmettitore, con tutti gli effetti imprevedibili prodotti dalla rete analogica, perché l’accesso alla singola partita poteva essere regolato direttamente attraverso il servizio a pagamento.10
Per decenni si era cercato di conciliare due esigenze apparentemente incompatibili: portare il calcio nelle case degli italiani e, nello stesso tempo, impedire che la televisione tenesse lontani dagli stadi proprio gli spettatori delle città coinvolte.
Ne nacque una televisione curiosamente geografica, nella quale la stessa sera, sulla stessa rete e alla stessa ora, due spettatori potevano vedere programmi differenti. E nella quale un ripetitore poteva decidere che Vercelli fosse, almeno per novanta minuti, parte della “zona di Parma”.
Parma-Foggia del 12 aprile 1995 rimane l’ultima fotografia che abbiamo trovato di quel modo ormai dimenticato di guardare il calcio in televisione.
Loris Ciullini, Probabile contro la Grecia l’innesto di Zaccarelli, l’Unità, 27 dicembre 1975, p. 12. La decisione sull’estensione della diretta alle zone inizialmente escluse era rimessa, nel caso citato, a Federcalcio e Rai in base all’andamento della vendita dei biglietti. ↩︎
Nino Sormani, Lecce-Pescara diretta tv su Raitre, La Stampa, 8 gennaio 1992, p. 28 ↩︎
Radiocorriere TV, palinsesto di mercoledì 6 aprile 1994, p. 84; palinsesto di mercoledì 20 aprile 1994, p. 84. ↩︎
La Rai pagherà 250 milioni, La Stampa, 20 dicembre 1994, p. 33 ↩︎
RAI, Le stazioni televisive e radiofoniche della RAI, settembre 1989. L’opuscolo censisce anche le stazioni televisive extraregionali che interessavano ciascuna regione. ↩︎
Camera dei deputati, IV legislatura, seduta del 18 gennaio 1968, interrogazione Ceruti n. 25856, Atti parlamentari, p. 42547. ↩︎
Rai, un’altra beffa. Niente Parma-Foggia, La Stampa – Vercelli-Biella e Valsesia, 13 aprile 1995. L’articolo ricorda anche il precedente di Parma-Sampdoria del 23 febbraio 1994 e riporta la spiegazione Rai legata al trasmettitore di Monte Penice. ↩︎
Gian Paolo Ormezzano, Se la tivù è l’ospite sgradito, La Stampa, 14 aprile 1995, p. 29 ↩︎
Cominciò tutto il 29 febbraio, l’Unità, 12 dicembre 1996, p. 11. ↩︎
Marcello Berengo Gardin, Pago, dunque vedo la tv, l’Unità, 9 settembre 1996, p. 7. L’abbonamento alle 34 partite della propria squadra era riservato ai residenti fuori dalla provincia della squadra stessa ↩︎
Diritti televisivi, frequenze, polemiche e oltre undici milioni di spettatori: la storia della trasmissione della sfida di Wembley del 12 febbraio 1997
Il 12 febbraio 1997 l’Italia di Cesare Maldini vinse a Wembley grazie a un gol di Gianfranco Zola. È una partita rimasta nella storia della Nazionale, ma quella sera si giocò anche un’altra sfida, tutta televisiva.
Fu una delle poche volte che la diretta degli azzurri non andò in onda sulla Rai. La diretta apparteneva a Telemontecarlo, che sotto la gestione Cecchi Gori stava cercando di ritagliarsi uno spazio da vero terzo polo televisivo nazionale. Il problema era che TMC, a differenza di Rai e Mediaset, non riusciva ancora a raggiungere con il proprio segnale tutto il territorio italiano.
Così, nei giorni precedenti la partita, una grande esclusiva sportiva si trasformò in un caso nazionale. Si discussero i diritti degli spettatori, il ruolo del servizio pubblico, la distribuzione delle frequenze, le possibilità tecniche di utilizzare i ripetitori Rai e perfino l’intervento del governo. Per milioni di italiani la domanda non era più soltanto chi avrebbe vinto a Wembley, ma anche una molto più concreta: riusciremo a vedere la partita?
Il colpo di Telemontecarlo
L’operazione era cominciata quasi due mesi prima. Il 19 dicembre 1996 il gruppo Cecchi Gori annunciò di avere acquisito in esclusiva per l’Italia i diritti televisivi di Inghilterra-Italia.
Non si trattava di un acquisto isolato. L’accordo con la tedesca UFA, appartenente al gruppo Bertelsmann, rientrava in una strategia più ampia che avrebbe consentito a TMC e TMC2 di trasmettere una serie di incontri internazionali legati alle qualificazioni ai Mondiali del 1998 e agli Europei del 2000.1
Il calcio era uno degli strumenti sui quali Vittorio Cecchi Gori puntava per rafforzare le proprie televisioni. In quei mesi TMC aveva riconquistato anche spazi importanti nel mercato dei diritti della Serie A e la partita della Nazionale rappresentava un’occasione difficilmente ripetibile: una grande sfida internazionale, giocata a Wembley e determinante nel cammino verso Francia ’98.
Le cifre raccontano la dimensione dell’affare. Secondo l’Unità, il pacchetto comprendente Inghilterra-Italia, la gara delle nazionali Under 21 e una cinquantina di altri incontri internazionali era costato circa 10 miliardi di lire. La raccolta pubblicitaria collegata all’evento aveva già superato i tre miliardi e mezzo. Considerando il mercato internazionale dei diritti, il giornale stimava in circa trenta miliardi il giro televisivo complessivo dell’operazione.
TMC aveva dunque acquistato un evento pienamente nazionale. Ma mancava ancora qualcosa di fondamentale: una copertura altrettanto nazionale.
Il problema delle frequenze
Alla vigilia della partita le stime pubblicate dai quotidiani indicavano per TMC una copertura di circa il 78 per cento del territorio nazionale e per TMC2 intorno al 75 per cento.
Le percentuali, però, raccontavano solo una parte del problema. La ricezione analogica dipendeva dalle postazioni, dall’orografia, dagli impianti e persino dall’orientamento delle antenne. Le zone maggiormente penalizzate si trovavano soprattutto nel Mezzogiorno, nelle isole e nelle aree montane.
La cronaca locale permette di capire quanto la questione fosse concreta. A Napoli Il Mattino spiegava ai lettori persino da quale impianto avrebbero potuto ricevere la partita. Chi aveva l’antenna orientata verso il Faito non avrebbe avuto particolari difficoltà; per un’altra parte della città il segnale sarebbe arrivato dai Camaldoli attraverso il canale UHF 49, indicato dal quotidiano come «l’ultimo acquisto napoletano di Tmc2».
È un dettaglio apparentemente tecnico, ma racconta bene la situazione della televisione italiana di quegli anni. TMC e TMC2 stavano costruendo la propria copertura nazionale anche attraverso l’acquisizione di nuove frequenze nei diversi mercati locali. La grande rete nazionale, insomma, si costruiva ancora una frequenza alla volta.
E non sempre bastava. A Napoli lo stesso Fabio Cannavaro, alla vigilia del suo esordio da titolare con la Nazionale, raccontò che nella casa della sua famiglia Telemontecarlo non si riceveva: suo padre sarebbe andato direttamente a Wembley, mentre parenti e amici avrebbero dovuto spostarsi dove il segnale arrivava.2
Mappa della copertura televisiva offerta da Tmc e Tmc2 nel febbraio 1997, da “La Gazzetta del Mezzogiorno”
«Un’Italia di serie A e una di serie B»
Con l’avvicinarsi del 12 febbraio la questione uscì rapidamente dalle pagine sportive.
Associazioni di consumatori e movimenti per i diritti degli utenti presentarono esposti e chiesero l’intervento del Garante, della Federcalcio, del Coni e del Ministero delle Poste. Il nodo era semplice: poteva una partita della Nazionale, potenzialmente non ricevibile da milioni di cittadini, rimanere esclusiva di una rete dalla copertura incompleta?
Telemontecarlo replicava che i diritti erano stati regolarmente acquistati e che proprio il clamore suscitato dalla partita dimostrava un problema precedente e molto più ampio: la mancata disponibilità delle frequenze necessarie per competere ad armi pari con Rai e Mediaset.
Vittorio Cecchi Gori lo disse apertamente in una lettera diffusa alla vigilia della gara. Parlò di un’Italia televisiva divisa tra una «serie A», nella quale era possibile scegliere tra più emittenti, e una «serie B» costretta a ricevere soltanto le reti dei due grandi gruppi dominanti. Chiese inoltre che venissero rispettati gli impegni parlamentari per consentire a Telemontecarlo di raggiungere una copertura realmente nazionale.3
In poche ore, quindi, Inghilterra-Italia era diventata anche una discussione sul futuro assetto del sistema televisivo italiano.
La difficile trattativa con la Rai
A quel punto entrò in scena la Rai.
Una trasmissione simultanea sull’intero territorio avrebbe sostanzialmente annullato il valore dell’esclusiva acquistata da TMC. Si cercò allora una soluzione che permettesse almeno agli spettatori delle zone non raggiunte dal segnale di vedere la partita.
Non era la prima volta che Rai e Cecchi Gori si confrontavano sui diritti di una trasferta azzurra. TMC aveva inizialmente acquisito anche Polonia-Italia del 2 aprile 1997, ma già nel giugno dell’anno precedente i diritti erano passati alla Rai nell’ambito di un accordo più ampio fra i due gruppi, comprendente anche eventi UER, film e la Coppa delle Coppe della Fiorentina. Durante la trattativa per Wembley, TMC avrebbe ricordato quella precedente cessione sostenendo di aver venduto Polonia-Italia alla Rai a condizioni economiche sfavorevoli, per quattro miliardi di lire.4
Telemontecarlo propose una possibilità singolare: utilizzare i ripetitori Rai soltanto nelle aree scoperte, facendo però arrivare il segnale della televisione di Cecchi Gori, completo di logo e pubblicità TMC.
La Rai rispose che tecnicamente non era possibile delimitare con precisione la trasmissione alle sole zone non servite da Telemontecarlo. Orientare trasmettitori e ripetitori in quel modo avrebbe potuto produrre ampie sovrapposizioni e rendere la partita visibile contemporaneamente sulle due reti anche dove TMC era già presente.
Fallita questa strada, rimaneva la differita.
Ancora la mattina del 12 febbraio la trattativa sembrava bloccata su un curioso 4 a 2 che non aveva nulla a che vedere con il risultato della partita: quattro miliardi richiesti da TMC, due quelli che la Rai era disposta a offrire. A complicare ulteriormente l’accordo c’era l’orario. Cecchi Gori era disposto a concedere le immagini solo molto tardi, per non sottrarre pubblico alla propria diretta.
Nelle trattative intervennero anche esponenti del governo, tra cui il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni e il sottosegretario alle Poste Vincenzo Vita. Intanto la vicenda assumeva toni sempre più accesi: agli inviati di Rai e Mediaset era stato inizialmente negato persino l’accesso a Wembley prima della conclusione della partita.
La sera del 12 febbraio Telemontecarlo trasformò Wembley nel proprio grande evento televisivo.
La programmazione speciale cominciò già alle 18.30. Alle 18.55 venne trasmesso Inghilterra-Italia Under 21 da Bristol; alle 20.50 arrivò la diretta della Nazionale maggiore da Wembley, seguita alle 22.50 dallo speciale del dopopartita. Lo stesso incontro fu programmato contemporaneamente anche su TMC2.
Al microfono c’erano Massimo Caputi e Giacomo Bulgarelli. Attorno a loro TMC costruì però un commento più ampio, coinvolgendo anche Gianluca Vialli e Roberto Mancini. La formula attirò l’attenzione della critica televisiva e nei giorni successivi ricevette giudizi generalmente positivi; persino la Gialappa’s Band sottolineò favorevolmente la presenza dei due calciatori nel racconto della partita.
Anche alla radio la partita segnò una rottura con la tradizione. I diritti radiofonici erano usciti dall’orbita Rai e la diretta venne affidata a Radio Monte Carlo e Rete 105, che per l’occasione trasmisero a reti unificate. Da Wembley la radiocronaca fu affidata a Enzo Foglianese, storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto da poco in pensione dalla Rai, affiancato da José Altafini. Per ampliare ulteriormente la copertura, le due emittenti ricorsero anche alle onde medie. Mentre TMC raccontava Wembley in televisione con Caputi e Bulgarelli, la Nazionale rompeva così un altro monopolio storico: per la prima volta la sua radiocronaca integrale in diretta non passava dai microfoni di Radio Rai.6
Per la televisione si dovette aspettare.
Il compromesso finale prevedeva che Raiuno potesse trasmettere la partita dopo la mezzanotte, quando ormai la diretta TMC e gli speciali immediatamente successivi erano terminati. I due miliardi messi sul tavolo dalla Rai non sarebbero finiti nelle casse di Cecchi Gori: vennero destinati in beneficenza alla Pia Casa di Lavoro di Montedomini e all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.
La diretta, però, era rimasta interamente nelle mani di Telemontecarlo.
Undici milioni davanti a TMC
Alle 21 l’arbitro Sandor Puhl diede il via alla partita.
Dopo diciannove minuti Gianfranco Zola segnò il gol che sarebbe rimasto l’unico dell’incontro. L’Italia difese il vantaggio fino alla fine e conquistò una vittoria destinata a entrare nella memoria sportiva del Paese.
Per TMC fu contemporaneamente una delle serate più importanti della propria storia.
Secondo i dati Auditel pubblicati nei giorni successivi, 11.271.000 spettatori seguirono mediamente la partita sulle televisioni di Cecchi Gori, con il 38,78 per cento di share. Nel primo tempo furono 11,346 milioni; nella ripresa 11,199 milioni. Quasi 17,85 milioni di persone videro almeno un minuto dell’incontro, mentre considerando anche gli speciali prima e dopo la gara i contatti complessivi salirono a 22,691 milioni.
Numeri da grande rete nazionale, ottenuti paradossalmente proprio mentre l’intero Paese discuteva delle zone nelle quali quella rete non poteva essere ricevuta.
La differita di Raiuno, iniziata pochi minuti dopo mezzanotte, con commento di Carlo Nesti, ebbe invece 527.000 spettatori e il 12,38 per cento di share.7
La copertura della partita sembra essere stata ampliata, almeno in alcune zone non raggiunte direttamente dal segnale di TMC e TMC2, anche attraverso emittenti locali che avrebbero rilanciato le immagini delle reti di Cecchi Gori. Le testimonianze raccolte a distanza di anni non permettono di ricostruire in modo completo la rete di questi collegamenti, ma ne rimangono alcune tracce significative.
Una riguarda l’emittente pugliese Teledue: un telespettatore lucano ricorda di aver seguito e registrato l’incontro nella zona di Pisticci proprio attraverso l’emittente, in un’area nella quale TMC non era normalmente ricevibile. Della registrazione VHS sopravvive un fotogramma in cui compaiono contemporaneamente i loghi di Teledue e TMC.8
La sfida televisiva, almeno quella sera, l’aveva vinta nettamente Telemontecarlo.
Fotogramma della partita con i loghi di Teledue e TMC, tratto da una registrazione VHS dell’epoca
Una partita che mostrò i limiti della televisione italiana
Il giorno dopo rimaneva però una questione più grande del risultato Auditel.
Inghilterra-Italia aveva dimostrato che esisteva ormai un mercato nel quale anche un’emittente diversa da Rai e Mediaset poteva acquistare uno dei più importanti eventi sportivi dell’anno e attirare davanti allo schermo oltre undici milioni di persone. Allo stesso tempo aveva mostrato quanto fosse difficile parlare di vera concorrenza nazionale quando le reti non disponevano della stessa possibilità di raggiungere il pubblico.
Il dibattito toccava anche il significato stesso del servizio pubblico. Era compito della Rai garantire necessariamente la visione di una partita della Nazionale? Oppure era sufficiente che l’evento fosse disponibile gratuitamente, indipendentemente dall’emittente che ne aveva acquistato i diritti? E cosa accadeva quando quella televisione gratuita non poteva materialmente essere ricevuta in una parte del Paese?
Sono domande che continuarono a essere discusse anche dopo Wembley. Enrico Menduni, sulle pagine de l’Unità, osservò come quella vicenda avesse messo in evidenza una nozione ormai problematica di servizio pubblico e la necessità di distinguere tra mercato dei diritti ed eventi considerati di particolare interesse collettivo.9
Vista oggi, la sera del 12 febbraio 1997 appare così come una fotografia particolarmente nitida della televisione italiana alla fine degli anni Novanta.
TMC aveva conquistato sul mercato una partita da grande rete nazionale. Il pubblico rispose con numeri eccezionali. Ma intorno a quella diretta emerse anche tutto ciò che ancora impediva a Telemontecarlo di competere pienamente, anche sul piano della copertura, con i due grandi poli televisivi nazionali: frequenze insufficienti, zone d’ombra, impianti da acquistare e una struttura distributiva ancora incompleta.
Per novanta minuti, però, il centro della televisione italiana non fu a viale Mazzini né a Cologno Monzese.
Fu a Wembley, con il logo giallo di TMC nell’angolo dello schermo.
Roberto Beccantini, «Cecchi Gori: l’Italia è mia», La Stampa, 20 dicembre 1996; «Una partita da cinquanta miliardi», l’Unità, 7 febbraio 1997. ↩︎
Il Mattino, 11 febbraio 1997; La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
«Calcio, Cecchi Gori fa la pace. “Coppa delle Coppe” alla Rai», Corriere della Sera, 14 giugno 1996; Paolo Conti, «La Rai paga due miliardi gli avanzi di Tmc», Corriere della Sera, 13 febbraio 1997 ↩︎
Stefania Ulivi, «La diretta di Wembley spacca in due l’Italia», Corriere della Sera, 11 febbraio 1997; Paolo Conti, «Diretta tv, Cecchi Gori batte anche Veltroni», Corriere della Sera, 12 febbraio 1997; Marcella Ciarnelli, «Rai, differita all’ultimo minuto?», l’Unità, 12 febbraio 1997. ↩︎
La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 febbraio 1997; La Stampa, 11 febbraio 1997; Paolo Del Forno, Francesco Perilli, La radio… che storia!, 1997; Maria Novella Oppo, «E la Gialappa’s la promuove. “Nomi giusti, meglio di Pizzul”», l’Unità, 14 febbraio 1997. ↩︎
Giancarla Ghisi, «E Tmc dichiara la vittoria degli ascolti», Corriere della Sera, 14 febbraio 1997. ↩︎
Un testimone, rintracciato nel corso della ricerca, riferisce che nella propria zona erano ricevibili due differenti frequenze di Teledue, non sempre caratterizzate dal medesimo materiale pubblicitario. Su una delle emissioni destinate all’area lucana venivano talvolta riproposti programmi di TMC, generalmente con uno scarto di circa mezz’ora. ↩︎
Enrico Menduni, «Rai-Nazionale, la brutta figura aiuti a meditare», l’Unità, 14 febbraio 1997 ↩︎
Dal bollettino letto in pochi minuti al Televideo, fino alle estrazioni in diretta e a Il Lotto alle Otto: per decenni anche i numeri del Lotto hanno avuto un loro posto nel palinsesto televisivo.
Per molto tempo, per conoscere i numeri del Lotto non bastava prendere in mano uno smartphone. Bisognava aspettare. Attendere il giornale, passare dalla ricevitoria oppure accendere la televisione e aspettare che la Rai desse, letteralmente, i numeri.
Quello delle “Estrazioni del Lotto” è stato per decenni uno dei più piccoli e longevi appuntamenti di servizio della televisione italiana. Pochi minuti, talvolta pochi secondi: una sigla, una tabella con le dieci ruote e le voci degli speaker Rai — Roberto Di Palma e Piero Bernacchi tra quelle più riconoscibili, insieme negli anni ad altri annunciatori come Augusto Lombardi — che scandivano una dopo l’altra le cinquine estratte.1
Dietro quella presenza apparentemente marginale si nasconde però una curiosa storia televisiva, fatta di Monopoli di Stato, Televideo, cambi d’orario, grafiche diventate familiari e, alla fine degli anni Novanta, perfino di un vero programma costruito attorno all’estrazione.
Il Lotto, un gioco dello Stato
Il rapporto fra Lotto e televisione nasce anzitutto dalla particolare natura del gioco. Il Lotto non era una lotteria privata: il suo esercizio era riservato allo Stato e faceva capo all’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato.
La comunicazione dei risultati aveva quindi una evidente funzione pubblica. L’ufficialità delle estrazioni non dipendeva dalla televisione — esistevano appositi bollettini ufficiali — ma la Rai permetteva di portare rapidamente quei numeri nelle case di milioni di italiani.
Quelle brevi trasmissioni sono da considerare come una delle forme con cui il servizio pubblico radiotelevisivo diffondeva un’informazione di interesse generale.2
E per generazioni di telespettatori quell’informazione divenne anche una piccola abitudine settimanale.
Quando la Rai “dava i numeri”
Il Lotto compare nei palinsesti televisivi Rai già negli anni Cinquanta. In alcune epoche la comunicazione era accostata direttamente al Telegiornale; in altre aveva uno spazio autonomo di pochissimi minuti.
Per molti anni l’estrazione avveniva il sabato intorno a mezzogiorno, mentre la televisione comunicava i risultati più tardi. Negli anni Sessanta poteva capitare di trovarli nel tardo pomeriggio o in preserale; negli anni Ottanta e Novanta la Rai arrivò persino a ripetere i numeri più volte nel corso della stessa giornata.
Quando nelle vecchie guide televisive compare la dicitura Estrazioni del Lotto, non significa necessariamente che il telespettatore stesse assistendo all’estrazione in diretta, ma si trattava semplicemente della lettura del bollettino.
In alcuni sabati degli anni Novanta, per esempio, la stessa estrazione poteva essere comunicata una prima volta all’ora di pranzo su Raiuno e poi riproposta nel pomeriggio su Raidue.
Anche la grafica contribuì a rendere familiare quell’appuntamento. Tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta si consolidò un’immagine facilmente riconoscibile: sfondo blu, cornucopia nell’angolo, dieci ruote ordinate in una griglia e cinquanta numeri già visibili sullo schermo.
Una grafica essenziale, quasi istituzionale. Non doveva intrattenere: doveva semplicemente informare.
Prima di Internet c’era il Televideo
Dal 1984 alla televisione lineare si affiancò però un concorrente molto particolare: il Televideo.
Per chi disponeva di un televisore adatto non era più indispensabile aspettare l’orario stabilito dal palinsesto. Bastava richiamare la pagina dedicata alle estrazioni e verificare se i risultati fossero già stati aggiornati.3
Era, per certi versi, una piccola anticipazione delle abitudini odierne: l’informazione non arrivava più soltanto quando la televisione decideva di trasmetterla, ma poteva essere cercata dal telespettatore nel momento desiderato.
Il rapporto fra Lotto e Televideo sarebbe durato a lungo, sopravvivendo perfino all’arrivo di Internet. Ancora molti anni dopo, le pagine dedicate a Lotto e lotterie continuavano a registrare milioni di consultazioni.
1997: il Lotto cambia orario
La vera svolta arriva nel 1997.
Fino a quel momento esisteva una sola estrazione settimanale, il sabato. Con la riforma viene introdotta anche quella del mercoledì con un radicale cambio di orario: la raccolta delle giocate viene prolungata fino alle 19.30 e le operazioni di estrazione possono iniziare soltanto dopo le 20.30.
La prima estrazione serale e infrasettimanale della storia del Lotto si tiene il 12 marzo 1997.4 La stampa dell’epoca presenta il raddoppio anche come un’operazione destinata a incrementare gli introiti dello Stato e a finanziare interventi sul patrimonio artistico.
Il Lotto è diventato serale. Ma non è ancora pienamente televisivo.
Nei primi mesi della nuova formula, infatti, la Rai continua spesso a comunicare i risultati molto più tardi: il mercoledì intorno alle 22.30, il sabato anche verso le 23. In pratica potevano trascorrere oltre due ore fra l’inizio delle operazioni e la lettura televisiva.
È proprio in questa fase che si distinguono anche due diverse grafiche. Su Raiuno rimane un’impostazione dominata dal blu e, in alcuni periodi, i numeri vengono mostrati progressivamente mentre lo speaker legge le varie ruote. Su Raidue compare invece una grafica più asciutta, dominata da grigio e rosso, con tutte le cinquine già raccolte nella griglia.
Piccoli dettagli, ma sufficienti a rendere riconoscibile anche visivamente il Lotto delle due reti.
La grafica delle Estrazioni del Lotto su Raidue, 16 aprile 1997
1998: l’estrazione entra davvero in televisione
Appena un anno dopo avviene il passaggio decisivo.
Nel febbraio 1998 il Corriere della Sera annuncia con un titolo curioso: «Il Lotto debutta in tv». In realtà i numeri del Lotto erano presenti sulla Rai da decenni. La novità era un’altra: per la prima volta sarebbe stata mostrata regolarmente l’estrazione in diretta.
Il progetto prevedeva un appuntamento su Raidue dalle 20 alle 20.30. Il mercoledì e il sabato il programma avrebbe seguito direttamente le operazioni di estrazione; negli altri giorni avrebbe proposto giochi, curiosità e racconti legati alla tradizione del Lotto.5
Alla fine di marzo nasce così Il Lotto alle Otto.
La coincidenza con l’organizzazione delle estrazioni è significativa. Dal 1º aprile 1998 l’orario ufficiale viene anticipato dalle 20.30 alle 20.00. Il nuovo programma debutta il 30 marzo e, due giorni dopo, può già ospitare la prima estrazione del mercoledì nel nuovo orario.6
La televisione e il Lotto, fino a quel momento separati da ore di attesa, finiscono finalmente per incontrarsi.
Il Lotto alle Otto: quando il bollettino diventa spettacolo
Con Il Lotto alle Otto cambia completamente il linguaggio.
Non c’è più soltanto una tabella da leggere. Il Lotto diventa un piccolo spettacolo televisivo fatto di Smorfia, cabala, tradizioni popolari, curiosità sui numeri e giochi per il pubblico.
La prima edizione è condotta da Massimo Giletti, con Francesco Salvi e Stefania Orlando, sotto la guida di Michele Guardì.
Nei giorni di estrazione arriva il momento più atteso: il collegamento con la sala in cui vengono estratti i numeri. È ancora l’epoca delle urne, dei bussolotti e del tradizionale rituale del bambino bendato chiamato a scegliere le sfere.
Anche dietro la nascita del programma c’è una storia interessante. Per l’assegnazione televisiva delle estrazioni fu organizzata una gara da Lottomatica: oltre alla Rai partecipò Telemontecarlo, che aveva immaginato un programma con Rita Forte. La proposta Rai fu giudicata più adatta a valorizzare la tradizione del gioco.
E il Lotto diventò perfino un piccolo caso di concorrenza interna alla televisione pubblica.
La collocazione immediatamente precedente al TG2 rendeva infatti l’estrazione un possibile traino per il telegiornale. Sulla stampa dell’epoca comparvero perfino le preoccupazioni per l’effetto che quei minuti di suspense avrebbero potuto avere sul pubblico del contemporaneo TG1.
Difficile immaginare oggi che cinque numeri estratti da un’urna potessero entrare nelle strategie della sfida fra telegiornali Rai.
Gli anni Duemila
Il Lotto alle Otto prosegue negli anni successivi restando legato a Raidue, andando in onda immediatamente prima del TG2 delle 20.30.
Nei primi anni Duemila la sua durata si riduce e l’appuntamento compare spesso intorno alle 20.20, conservando la funzione di breve traino al telegiornale.
Su Raiuno continuano invece a comparire, in seconda o terza serata, i bollettini delle “Estrazioni del Lotto”.
Intanto cambia lo stesso Lotto.
Dal 2005, le estrazioni diventano più frequenti, le procedure vengono progressivamente automatizzate e alla televisione si affiancano strumenti sempre più rapidi: prima il Televideo, poi Internet, i siti ufficiali e infine le applicazioni per smartphone.
Anche la necessità del vecchio bollettino televisivo comincia così a diminuire.
La Rai continuerà comunque a ospitare, in varie forme, appuntamenti dedicati alle estrazioni. Nel 2010 Il Lotto alle Otto torna su Raidue con Tiberio Timperi e con collegamenti dalle sale dei Monopoli.7
Ma il rapporto è ormai cambiato. Quella che per decenni era stata un’informazione da aspettare davanti al televisore è diventata un dato disponibile quasi immediatamente attraverso molti canali differenti.
Numeri, feste e piccole curiosità
La lunga storia televisiva del Lotto è fatta anche di eccezioni.
Quando il giorno dell’estrazione coincideva con una festività civile, il concorso poteva essere spostato al primo giorno feriale successivo. La regola è ricordata esplicitamente anche dalla stampa nel 1997.
Diverso il caso della vigilia di Natale o di San Silvestro, che non sono festività civili: in alcune epoche l’estrazione si svolgeva regolarmente, talvolta in anticipo rispetto al consueto orario.
E non mancarono situazioni ancora più particolari. Nel marzo 1997 la prima estrazione serale rischiò, per esempio, di coincidere con uno sciopero dei dipendenti dei Monopoli.
Poi ci sono le immagini.
La cornucopia dorata degli anni Novanta, il fondo blu di Raiuno, la griglia rossa e grigia di Raidue, la voce dello speaker che scandiva «Bari… Cagliari… Firenze…», fino alla sigla tridimensionale di Estrazioni del Lotto: una grafica povera rispetto agli standard odierni, ma capace di diventare immediatamente riconoscibile.
Perché anche questo era televisione.
Oggi conoscere i numeri estratti richiede pochi secondi. Per molti anni, invece, il Lotto aveva un suo tempo e un suo piccolo rito: l’estrazione, l’attesa, il telecomando, il Televideo oppure quella breve interruzione del palinsesto in cui la Rai dava finalmente i numeri.
Un appuntamento quasi scomparso, ma che per decenni ha fatto parte della quotidianità televisiva italiana.
La presenza delle estrazioni nei palinsesti Rai è documentata già negli anni Cinquanta: ad esempio, l’Unità, 12 dicembre 1959, p. 7, indica “Estrazioni del Lotto” alle 18.50, dopo il Telegiornale pomeridiano. Tra gli speaker Rai che nel corso degli anni prestarono la voce alla lettura delle estrazioni figurano, tra gli altri, Roberto Di Palma, Piero Bernacchi e Augusto Lombardi. ↩︎
Legge 2 agosto 1982, n. 528, Ordinamento del gioco del lotto e misure per il personale del lotto, art. 1. Per la qualificazione televisiva del Lotto come contenuto di servizio, cfr. anche Rai, Composizione dell’offerta TV – Contratto di servizio 2010-2012, dove le “Estrazioni Lotto” di Rai 2 sono comprese tra i “Programmi e rubriche di servizio”. ↩︎
Nuova Elettronica, n. 99, febbraio 1985, p. 104, nell’articolo dedicato al nuovo servizio Televideo, cita espressamente tra le informazioni consultabili sul televisore “la schedina del totocalcio o i numeri del lotto”. ↩︎
Decreto del Ministero delle Finanze 30 gennaio 1997, Calendario delle estrazioni del gioco del lotto, G.U. n. 40 del 18 febbraio 1997. La prima estrazione della nuova formula serale e infrasettimanale si svolse mercoledì 12 marzo 1997. Cfr. anche La Stampa, 20 febbraio, 11 e 12 marzo 1997. ↩︎
Sul debutto televisivo delle estrazioni in diretta: Corriere della Sera, 25 febbraio e 28 marzo 1998; La Stampa, 28 marzo 1998. Il Lotto alle Otto debuttò su Rai 2 il 30 marzo 1998. ↩︎
Con decreto del 26 marzo 1998, G.U. n. 74 del 30 marzo, l’inizio delle operazioni di estrazione fu anticipato dalle 20.30 alle 20.00, con decorrenza dal 1º aprile 1998 ↩︎
Rai, Il Lotto alle Otto, documentazione dell’edizione 2010: il programma tornò su Rai 2 dall’8 febbraio 2010, con Tiberio Timperi e collegamenti in diretta dalle sale dei Monopoli di Milano, Napoli e Roma. ↩︎